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Bambine e bambini, a che giochi giochiamo?

La cameretta di Penelope, 6 anni

 
Ma oggi con che cosa giocano le bambine? Quali sono i colori che amano? Odiano i maschi? E il mercato, che fa? Tante domande, forse troppe. Un papà ha comunque indagato per noi...
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La stanza di mia figlia ha le pareti rosa. Rosa sono le lenzuola, la chitarra, la sveglia e una cassetta per la posta che ha costruito per scambiarsi lettere con le amiche. E poi il sacco dei peluche, da cui spunta l’aristogatta Minou. Ma da dove viene tutto questo rosa? Siamo stati noi genitori, più o meno inconsciamente, a indirizzarla? La risposta si perde in una nebulosa di vecchie discussioni notturne, libri, gruppi Facebook, consigli su WhatsApp, immagini di Pinterest e ricerche su Google. Una nebulosa che abbiamo affrontato con piglio anticonformista e progressista e ha invece partorito la più reazionaria delle scelte.

Mia figlia ha sei anni ed è una bambina come tante anche perché adora gli unicorni, le sirene, Frozen, i glitter, i cerchietti e le mollette. Però. Però non sa che farsene delle bambole, soprattutto delle Barbie. In biblioteca prende i libri dei Pokémon, e di Pikachu ha voluto il peluche e il cappello. Sulla smart tv cerca film come il riccio alie…

La stanza di mia figlia ha le pareti rosa. Rosa sono le lenzuola, la chitarra, la sveglia e una cassetta per la posta che ha costruito per scambiarsi lettere con le amiche. E poi il sacco dei peluche, da cui spunta l’aristogatta Minou. Ma da dove viene tutto questo rosa? Siamo stati noi genitori, più o meno inconsciamente, a indirizzarla? La risposta si perde in una nebulosa di vecchie discussioni notturne, libri, gruppi Facebook, consigli su WhatsApp, immagini di Pinterest e ricerche su Google. Una nebulosa che abbiamo affrontato con piglio anticonformista e progressista e ha invece partorito la più reazionaria delle scelte.

Mia figlia ha sei anni ed è una bambina come tante anche perché adora gli unicorni, le sirene, Frozen, i glitter, i cerchietti e le mollette. Però. Però non sa che farsene delle bambole, soprattutto delle Barbie. In biblioteca prende i libri dei Pokémon, e di Pikachu ha voluto il peluche e il cappello. Sulla smart tv cerca film come il riccio alieno Sonic e le macchine di Cars. E dopo scuola, al parco, è l’unica a giocare a calcio con i maschi, anche se vedo che non gliela passano mai (bambini, so come vi chiamate, so dove abitate).

Una domenica la porto in centro, tra Caravaggio e polpette (spoiler: preferisce le polpette) e in metro mi chiede: «Papà, perché mi stai facendo tutte queste domande?». Vuoto il sacco e chiedo: «Penelope, secondo te ci sono grandi differenze tra i gusti dei maschi e delle femmine?». Risposta: «No». Poi ci pensa: «Solo il calcio». «Ma perché ti piace il calcio?», domando. «Perché posso correre libera» (Uhm, non è proprio così che funziona, forse quei bambini vanno rivalutati). Mi dice che a settembre vorrebbe andare a una scuola calcio, però femminile: «Oppure in cui ci siano pochi maschi». A proposito, ma il tuo colore preferito qual è?. «Il rosso. E tutti gli altri colori dell’arcobaleno. Vuoi che te li elenco?».

Giocattoli genderless

La questione del genere è un fastidioso rumore di fondo per le scelte del genitore. E rimane un po’ misteriosa. «Il confine tra aspetti biologici e sociali è molto difficile da delineare», mi dice Emily Mignanelli, maestra e pedagogista. «Con maggiore incidenza, anche oggi i bambini tendono a svolgere giochi legati al movimento, alla corsa, alla conquista e alla sfida, e le bambine ad essere più legate a giochi di cura, creazione di ambienti e dinamiche più statiche».

«Ma le rigidità maggiori sono quelle dei genitori, che spesso regalano ancora giocattoli stereotipati», aggiunge Rita Balestriero, giornalista di D e autrice della bella newsletter settimanale Genitori Equilibristi: «Forse meno facciamo e meglio è, perché i bambini si autoregolano. Bisognerebbe però offrire alle bambine anche giochi che stimolano competenze logico-matematiche come i puzzle, i Lego o le carte».

In generale, preferisco non enfatizzare tutto ciò che può spingere mia figlia a credere che ci sia da combattere una guerra tra i sessi, che oggi lei non vede. Ha scoperto che una differenza ovviamente esiste, e che si invera anzitutto nei “peni” e nelle “vagine” (legumi e tuberi li lasciamo al mercato), ma cerco di non aggiungere mattoni alla costruzione di un muro tra maschi e femmine – anche se, avverte Balestriero, «la fase di “odio” è fisiologica ed è una sorta di forma cognitiva per conoscere il mondo, trovare temporaneamente un nemico nell’altro genere aiuta a identificarsi nel proprio».

Così quando mi chiede che cosa significhino quegli strani disclaimer sulle “rappresentazioni culturali obsolete” che compaiono prima dei vecchi film su Disney+ non sto ancora a spiegarle che servono anche a mettere in guardia dall’entusiasmo con cui Gianni Caro di Lilli e il vagabondo accoglie il suo neonato urlando «È un maschio!» (nel remake del 2019 è una femmina).

Per fortuna, comunque, qualcosa sta cambiando anche nell’industria, spiega Anna Zinola, docente di Metodi di ricerca alla Cattolica di Milano: «Molti giochi di nuova generazione, tradizionali o digitali, sono genderless. Le aziende, che vi hanno individuato un’opportunità di mercato, potrebbero così accelerare il processo di sradicamento delle divisioni di genere».

La differenza con gli anni 80

Per i nostri genitori la vita era più facile, ci piazzavano senza sensi di colpa davanti alla tv e avevano un concetto primitivo ma condiviso del Bene e del Male. Noi avevamo Holly e Benji, robot e soldatini, le femmine Creamy, il Dolce Forno e le Barbie. Avevano sempre pronti lanci di ciabatte e sculacciate, mentre mia moglie ed io rinunciamo persino ai premi e alle punizioni, perché Maria Montessori insegna che la vera disciplina è interiore e nessuno zuccherino e nessuna frusta inducono “un cavallo a correre veloce e superbo come corre il cavallo delle pianure” (quanto alla violenza, dovreste vedere la faccia dei poveri animatori quando chiediamo di non creare le spade con i palloncini: «E perché?», «Perché poi ce se menano»).

«Fare il genitore quando se ne sapeva meno era più facile per il genitore e meno per il bambino, che subiva lo scotto della sua ignoranza» sostiene Emily Mignanelli. «Ora la situazione di maggiore circolarità culturale pedagogica favorisce i bambini e “svantaggia” i genitori, che devono rimboccarsi le maniche. Per essere efficaci, dovrebbero riconoscere le proprie aspettative e influenze della propria infanzia e iniziare un percorso di elaborazione personale, o di coppia».

«Il primo passo è migliorare la propria competenza», concorda Girolamo Grammatico, life coach e autore del libro Padri e figlie, «il secondo è ripristinare quel senso di comunità attraverso cui possiamo confrontarci, sentirci sostenuti e creare un effetto domino incisivo».

Un nuovo credo

A volte mi sembra che i figli siano la forma di attivismo sociale e politico della nostra generazione. Non crediamo in Dio, nei partiti e neppure nella famiglia come facevano i nostri genitori, per non parlare del lavoro, dove siamo già nell’epoca delle Grandi dimissioni e del quiet quitting. Con i figli ci diamo senso e proviamo a cambiare il mondo. Non costringendoli al successo in vece nostra, ma spingendoli ad essere persone migliori di noi.

E se si immagina un mondo migliore, non c’è dubbio che, da sinistra, vengano in mente caratteristiche più tradizionalmente “femminili”. La cura, l’accoglienza, la sensibilità. Forse anche per questo ho sempre voluto una femmina. Avevo il posto in prima fila quando è nata Penelope e non avevo mai visto tanta luce. Nutro anche il pregiudizio che sia più facile crescere oggi una femmina rispetto a un maschio. È vero, le donne in Italia sono ancora discriminate sul lavoro e sono oggetto di molestie e violenze. Ma basta guardare fuori dai nostri confini per capire che la loro identità è più chiara, e il futuro è loro. Ci sono vaste pianure in cui correre, dopo millenni di oppressione in cui sono state, scriveva Anna Kuliscioff, “il primo animale domestico dell’uomo”.

Noi maschi, invece, non sappiamo più chi siamo, stretti tra un modello machista anacronistico e uno nuovo tutto da inventare, mentre il nostro regno finalmente crolla e si parla da anni di “fine del maschio”. Crescerne uno è molto più difficile, mi dicevo guardando Penelope e pensando di averla scampata. Poi però, due anni e mezzo fa, è nato Eugenio.

Crescere un maschio

Eugenio è più fisico e, dentro casa, un po’ prepotente. Però è dolce e spadella nella cucinetta della sorella. Ha la passione per le macchinine e gli autobus, ma si prende cura di un bambolotto. Lo osservo con grande interesse, conscio che la felicità delle donne di domani dipende anche da come cresciamo i piccoli maschi di oggi.

Qualche mattina fa siamo usciti per una passeggiata e, come sempre, si è portato una carrozzina rosa con dentro un grosso Cry Baby con il ciuccio. «Ah bella! Che bella che è», gli ha urlato una signora, e sorridendo mi è scappato di correggerla: «Grazie. Sì. È un maschio però». «Ah mi scusi, ho visto la carrozzina rosa…».

L’incidente mi ha ricordato che abbiamo perso già troppe energie a stabilire cosa sia maschio e cosa sia femmina. E allora, mi sono detto, viva le stanze rosa, blu e arcobaleno. Viva le ballerine e le calciatrici. Viva i maschi con i bambolotti e quelli con i trattori. Viva tutto quello che rende felici i nostri bambini, che sono padri e madri dell’umanità futura.

Mentre attraversavamo la strada, Eugenio ha indicato felice un pullman: «Uauuu!». Poi insieme abbiamo tirato su il tettuccio della carrozzina-giocattolo. Non volevamo proprio che il nostro bambolotto prendesse un colpo di sole.

Sul Venerdì del 7 luglio 2023

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