Gail Albert Halaban, le vite degli altri sbirciando dalle finestre
di Claudia de LilloMy Neighbors, New York 2021
Milano. Quando la sua prima figlia compì un anno, Gail Albert Halaban ricevette un pacco regalo da qualcuno di cui ignorava l’esistenza. Si era trasferita da poco a New York e non aveva molti amici. Aveva notti insonni e un lavoro da fotografa nella pubblicità. Il pacco conteneva fiori, palloncini e un biglietto. «Tanti auguri alla tua bambina. È stato molto divertente vederla crescere», c’era scritto. Lo avevano mandato i vicini della casa di fronte.
«Non li avevo mai incontrati ma loro ci osservavano dalla finestra. Lì per lì mi sembrò inquietante. Poi mi resi conto che non eravamo estranei e che tra noi, in effetti, c’era un legame».
Oggi, diciotto anni dopo quell’epifania, Out my window è un progetto fotografico globale, uno sguardo poetico sulla casa di fronte, uno specchio in cui si riflette la nostra quotidianità casalinga, l’ambizione di costruire relazioni di prossimità.
Milano. Quando la sua prima figlia compì un anno, Gail Albert Halaban ricevette un pacco regalo da qualcuno di cui ignorava l’esistenza. Si era trasferita da poco a New York e non aveva molti amici. Aveva notti insonni e un lavoro da fotografa nella pubblicità. Il pacco conteneva fiori, palloncini e un biglietto. «Tanti auguri alla tua bambina. È stato molto divertente vederla crescere», c’era scritto. Lo avevano mandato i vicini della casa di fronte.
«Non li avevo mai incontrati ma loro ci osservavano dalla finestra. Lì per lì mi sembrò inquietante. Poi mi resi conto che non eravamo estranei e che tra noi, in effetti, c’era un legame».
Oggi, diciotto anni dopo quell’epifania, Out my window è un progetto fotografico globale, uno sguardo poetico sulla casa di fronte, uno specchio in cui si riflette la nostra quotidianità casalinga, l’ambizione di costruire relazioni di prossimità.
«Sono una fotografa che ritrae quello che la gente vede quando guarda nelle finestre degli altri» si autodefinisce Albert Halaban, di passaggio a Milano perché l’Italia è uno dei palcoscenici del suo teatro. Del resto, c’è nulla di più bello di sbirciare nelle vite altrui?
Il cielo scuro della sera, un edificio che si staglia in un panorama urbano, finestre illuminate sull’intimità domestica. All’ultimo piano un signore in calzoncini guarda la televisione e una coppia si rilassa; sotto, lui pedala sulla cyclette e lei fa ginnastica; ancora più giù, due bambini giocano con un cane sul divano, nelle stanze accanto un bonsai e un tappeto rosso, una cucina in penombra.
L’immagine, pubblicata di recente sulla copertina di New York Magazine, è ipnotica. «Siamo diventati una razza di guardoni» commentava con severità Stella, l’infermiera de La finestra sul cortile. Ma cosa cerchiamo mentre strizziamo gli occhi o inforchiamo il binocolo verso il vetro dirimpetto? Un omicidio? L’amplesso del secolo? Una lite furibonda? Una bambina che cresce? «Ciò che mi interessa non è tanto quello che veramente accade nella casa di fronte ma quello che i vicini congetturano, sognano, si raccontano di quella casa. Sono attratta dalla storia immaginata più che da quella reale perché la fantasia è più intrigante della realtà», spiega la fotografa.
Gli scorci nelle vite degli altri esercitano un fascino prepotente, a cui non era sfuggito nemmeno Baudelaire che scriveva: «… non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante d’una finestra rischiarata da una candela. Quanto si può vedere al sole è sempre meno interessante di quanto avviene dietro un vetro. In quel buco nero o luminoso vive la vita, sogna la vita, soffre la vita». Quando Gail Albert Halaban capì che, con il suo lavoro, avrebbe potuto dare forma a quel legame intimo e immaginifico, spesso muto, che si instaura nella prossimità domestica, alimentando le relazioni tra vicini, decise di cominciare dagli amici a New York.
Il progetto Out my window iniziò con delle domande. Che cosa vedi dalla finestra? Che cosa fanno i tuoi dirimpettai quando li guardi? Accetterebbero di essere fotografati, partendo dal tuo sguardo su di loro? Hai voglia di contattarli e chiedere di partecipare a questa impresa artistica ma anche umana? Allora, quasi vent’anni fa, c’erano gli elenchi telefonici, le linee fisse, un candore fiducioso nell’esposizione del proprio privato. «Era facile. Le persone collaboravano volentieri. Il dialogo tra finestre faceva già parte della cultura cinematografica e televisiva di questa città».
Albert Halaban ha iniziato così a mettere in scena la sua versione, romantica e rassicurante, di Alfred Hitchcock, orchestrando situazioni, luci e prospettive da un lato all’altro della strada, in una rappresentazione solo a prima vista voyeuristica. «Il mio lavoro vuole in realtà esprimere il desiderio di comunità e relazioni», spiega con l’entusiasmo divertito di chi fa esattamente il lavoro che ha scelto.
Relazioni, non bellezza
Per quanto New York abbia confini ampi e smisurata densità, là fuori c’è il mondo. Nel 2012, dopo la pubblicazione di Out my window, libro di immagini di vicinato della Grande Mela, il quotidiano Le Monde la invita a trasferire il suo progetto tra i palazzi parigini. «Lì gli abitanti erano più esitanti all’inizio ma molto consapevoli e orgogliosi della bellezza del loro contesto».
Superate le resistenze dei francesi e pubblicato il volume Paris Views (a cui è seguito, qualche anno dopo, Italian Views), la strada era in discesa e il progetto è approdato a Buenos Aires («Lì la gente è molto cauta nell’aprire casa»), a Istanbul («Tutti erano disponibili ma nessuno conosceva i propri vicini») e in alcune città italiane.
«Posso lavorare solo con il sostegno delle persone che, nel mondo, mi invitano nelle loro case e nelle loro comunità. E ogni volta è diverso perché lo è la modalità di relazionarsi con il prossimo». In Italia, a prenderla per mano, è stata Francesca Malgara, neo direttrice artistica di MIA Photo Fair.
«Gli italiani sono accoglienti ed entusiasti e non hanno alcuna esitazione a bussare alla porta dei loro vicini. Sono in assoluto le persone più disponibili con cui ho lavorato». Gli shooting qui finiscono con un bicchiere di vino o una cena, racconta l’artista che viene chiamata anche da privati per immortalare, dalla finestra di fronte, feste tra amici o l’intimità di un interno.
«Non cerco necessariamente la bellezza, ma le relazioni». Tuttavia i tempi cambiano. La tecnica della fotografia consente oggi una maggior dinamicità alla scena e gli elenchi telefonici non esistono più. «Sui social le persone sono diffidenti e l’unico modo per contattarle è attraverso il passaparola e le conoscenze comuni». I tempi cambiano e le fotografie del vicinato si possono anche scattare a distanza di migliaia di chilometri.
Persone normali
La prima volta – ricorda Albert Halaban – accadde una decina di anni fa quando il suo secondogenito aveva quattro anni ed era ricoverato in ospedale. «Dovevo andare ad Amsterdam ma non potevo lasciarlo». Scoprì che il medico monitorava il cuore di suo figlio da remoto. «Se può lavorare a distanza un cardiologo perché non posso farlo io che sono solo una fotografa?». Mandò l’occorrente in Europa e, attraverso il computer, fotografò nelle finestre olandesi, anticipando così la modalità pandemica. Da lontano ha scattato a Seul, Bangkok, Tel Aviv, Lisbona, Stoccolma e anche in Australia.
Ma oggi, dopo la grande solitudine del Covid, più che mai c’è bisogno di prossimità nelle relazioni, e anche nelle fotografie «perché le emozioni richiedono presenza». Ha mai incontrato gente strana? Situazioni imbarazzanti? La casa è il terreno dell’intimità ma anche della follia. «Una volta si è presentata una donna completamente nuda ma solitamente incontro persone in sintonia con il mio approccio. Io sono una persona normale, attraggo e sono attratta da miei simili».
E adesso, dopo avere ritratto, dalla strada di fronte, figlie che partono, nonne che arrivano, amori che danzano, palestre in salotto, momenti privati e collettivi, l’universalità delle nostre storie domestiche, Gail Albert Halaban sogna un libro dei dirimpettai nel mondo, tante finestre globali capaci di narrare la prossimità. «Sto cercando dappertutto partner locali che mi introducano nelle diverse culture e mi regalino chiavi di lettura per capire i luoghi». Ovunque ci siano finestre ci sono dirimpettai che ci guardano dentro, pronti a celebrare i nostri compleanni o quelli dei nostri bambini.
Sul Venerdì del 7 luglio 2023