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Simon Pegg: «Far ridere Tom Cruise? Una Mission Impossible»

Da sinistra, Tom Cruise, Ving Rhames e Simon Pegg (oggi 53 anni) nel film Mission: Impossible III del 2006 (Christian Black / Paramount Pictures)

 
Dietro le imprese impossibili del personaggio Ethan Hunt c’è sempre lui, l’attore inglese Simon Pegg. Che torna anche nel nuovo capitolo della saga. E svela: «Tom non ha il senso del pericolo». Intervista
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Los Angeles. «Life is good. Niente più demoni, vita tranquilla, in campagna con Maureen e Matilda, fiero di essere padre e marito». Il tutto detto con tipica flemma britannica condita da altrettanto senso dell’umorismo, quello che Simon Pegg ha sviluppato all’inizio della carriera quando si esibiva come stand-up comedian: «Mi piaceva fare il comico: ad ogni audizione andata male poi mi bastava far ridere qualche ubriaco al pub». Quindi si alza dalla scrivania – dove si era accomodato per parlare di Mission: Impossible. Dead Reckoning Parte uno, settimo film della saga resa famosa da Tom Cruise, dal 12 luglio 2023 nei cinema italiani – e mi mostra in video i trofei prelevati a ogni film fatto: dal tele-trasportatore di Star Trek alla testa-bong dell’alieno Paul; dalla famosa camicia del poliziotto Nicholas Angel di Hot Fuzz alla leggendaria mazza da cricket di L’alba dei morti dementi – parte della “trilogia del Cornetto”, scritta da Pegg e su cui «nessuno avrebbe scommesso una sterlin…

Los Angeles. «Life is good. Niente più demoni, vita tranquilla, in campagna con Maureen e Matilda, fiero di essere padre e marito». Il tutto detto con tipica flemma britannica condita da altrettanto senso dell’umorismo, quello che Simon Pegg ha sviluppato all’inizio della carriera quando si esibiva come stand-up comedian: «Mi piaceva fare il comico: ad ogni audizione andata male poi mi bastava far ridere qualche ubriaco al pub». Quindi si alza dalla scrivania – dove si era accomodato per parlare di Mission: Impossible. Dead Reckoning Parte uno, settimo film della saga resa famosa da Tom Cruise, dal 12 luglio 2023 nei cinema italiani – e mi mostra in video i trofei prelevati a ogni film fatto: dal tele-trasportatore di Star Trek alla testa-bong dell’alieno Paul; dalla famosa camicia del poliziotto Nicholas Angel di Hot Fuzz alla leggendaria mazza da cricket di L’alba dei morti dementi – parte della “trilogia del Cornetto”, scritta da Pegg e su cui «nessuno avrebbe scommesso una sterlina».
Le saghe di Star Trek, gli ultimi Guerre Stellari e appunto Mission Impossible lo hanno reso una star a Hollywood ma Simon Pegg, 50 anni, dopo aver sconfitto alcolismo e depressione, è ora una persona semplice, umile, sempre pronta a dare una mano ai suoi amici, che vanno da Chris Martin dei Coldplay (Pegg è il padrino della figlia Apple) a Steven Spielberg, J.J. Abrams e soprattutto Tom Cruise.

Al suo amico Cruise, vista la pericolosità di alcune scene, ha mai consigliato di usare qualche stuntman?
«No. Proprio per questo sono ancora suo amico (ride). Ci sono stati dei momenti in Rogue Nation in cui volevo dirgli qualcosa, oppure durante Fallout, in cui io e Rebecca (Ferguson) ci siamo guardati e dopo averlo visto salire sull’elicottero abbiamo dubitato del suo senso del pericolo, della considerazione della propria incolumità… Ma dopo aver fatto cinque film di Mission Impossible so che Tom non mi ascolterebbe mai. È una delle più grandi autorità viventi in materia di cinema e so che per lui la priorità è il film e per offrire al pubblico un’esperienza autentica e straordinaria è capace di dare tutto».

Com’è il vostro rapporto?
«Premetto che con Tom sono esattamente come il mio personaggio, Benji, onesto, aperto al dialogo e scherzoso. Il mio compito sul set, oltre che essere professionale, è quello di farlo ridere il più possibile, specialmente quando, ad esempio, in una scena in cui si trova in mezzo a squali, sospeso per aria, o pronto a saltare nel vuoto con la moto… gli dico “Fai Tom Cruise”. Allora si mette gli occhiali da sole e sorride come solo lui sa fare e come ben sapete. So che questa nostra gag lo rilassa. Dopodiché… Tom è sempre Tom, è il boss dei boss, è il capo, la superstar. È come una spugna, sempre pronto ad imparare qualcosa, instancabile, determinato, imprevedibile, esagerato».

Cosa ci può dire di questo Dead Reckoning diviso in due parti?
«Benji, probabilmente la persona più normale in un mondo folle e assurdo, dopo cinque missioni impossibili è molto provato, ha visto la morte in faccia, disinnescato bombe nucleari, salvato il mondo e anche Tom un paio di volte, e quindi è più saggio, più maturo. Per i dettagli narrativi, non so cosa possa rivelarvi, senza incorrere in un pre-licenziamento, ma posso dirvi che il regista McQuarrie e Tom volevano mettere al centro del film i nostri personaggi, volevano che la storia crescesse e partisse da loro, invece che avere una storia fissa in cui i personaggi venivano semplicemente inseriti. E per raccontare meglio coloro che formano il team a sostegno di Ethan Hunt hanno deciso di darsi più spazio invece di fare le cose troppo in fretta. E quindi hanno potuto prendersi il tempo per creare due film, entrambi completi e a sé stanti. La promessa di Mission: Impossible è che ci sarà sempre qualcosa di più: stavolta Benji e i suoi amici dovranno affrontare pericoli che nemmeno loro avrebbero mai potuto immaginare».

Dove avete girato il film?
«Siamo partiti dalla Norvegia nel 2020, in pieno Covid. Per ovviare al problema Tom ha anche affittato una nave da crociera dove stavamo. Poi siamo andati in Italia, a Roma e a Venezia. L’anno dopo siamo andati in America, Abu Dhabi, Sudafrica, per poi spostarci nell’Artico, dove abbiamo girato a temperature di meno 35 gradi, a 600 miglia dal Polo Nord».

Nel film c’è un nuovo antagonista, Gabriel.
«È difficile da definire in una frase perché è molto misterioso. È interpretato da Esai Morales e rappresenta un’idea alla quale abbiamo lavorato fin da Fallout, quella della responsabilità delle proprie azioni. Se Fallout era incentrato sulle conseguenze di tutte le buone intenzioni di Ethan, in questo film c’è la sensazione che il passato lo stia raggiungendo. Per certi versi, Gabriel ne è lo spettro».

Quali film l’hanno convinta a fare l’attore?
«Film come I predatori dell’arca perduta o Guerre Stellari. Ero affascinato e ispirato dalle possibilità infinite che vedevo sullo schermo. Poi è arrivato Stan Laurel che mi ha fatto innamorare della commedia e della comicità, dell’umorismo come modo per alleviare la tensione. Ricorro a lui come fonte di ispirazione per tutti i miei personaggi. Scrivilo».

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