Lo spartito politico di mio marito Luciano Berio
di Gregorio MoppiBerio (1925-2003) con la terza moglie Talia Pecker (Marcello Mencarini / Rosebud2)
Quant’è seducente la musica di Luciano Berio. Comunicativa, colta, impegnata. Per questo, a vent’anni dalla morte del compositore, continua a essere suonata. Dentro, infatti, vi galleggia il nostro mondo che ha infranto le gerarchie: generi diversi fluidificati, alto e basso a darsi la mano, i linguaggi che si impastano, sbriciolati ma non insensati. «Berio è onnivoro», diceva Fedele d’Amico. Postmoderno ben prima che il concetto fosse coniato. Si era introdotto negli antri stregoneschi di Darmstadt, ma la magia nera lì praticata sui pentagrammi da Boulez e Stockhausen nell’immediato dopoguerra lui l’aveva innaffiata della curiosità per i Beatles, per il folk d’ogni terra, per l’elettronica. In queste settimane il Chigiana International Festival di Siena gli dedica una vasta retrospettiva, fino al 2 settembre. Fra i trenta lavori, una novità: Canticum… (ballata) per coro misto, testo di Edoardo Sanguineti, presentato il 21 luglio a Radicondoli, buen retiro di Berio.
Qui risiede ancor…
Quant’è seducente la musica di Luciano Berio. Comunicativa, colta, impegnata. Per questo, a vent’anni dalla morte del compositore, continua a essere suonata. Dentro, infatti, vi galleggia il nostro mondo che ha infranto le gerarchie: generi diversi fluidificati, alto e basso a darsi la mano, i linguaggi che si impastano, sbriciolati ma non insensati. «Berio è onnivoro», diceva Fedele d’Amico. Postmoderno ben prima che il concetto fosse coniato. Si era introdotto negli antri stregoneschi di Darmstadt, ma la magia nera lì praticata sui pentagrammi da Boulez e Stockhausen nell’immediato dopoguerra lui l’aveva innaffiata della curiosità per i Beatles, per il folk d’ogni terra, per l’elettronica. In queste settimane il Chigiana International Festival di Siena gli dedica una vasta retrospettiva, fino al 2 settembre. Fra i trenta lavori, una novità: Canticum… (ballata) per coro misto, testo di Edoardo Sanguineti, presentato il 21 luglio a Radicondoli, buen retiro di Berio.
Qui risiede ancora la terza moglie Talia Pecker, musicologa di origine israeliana, pilastro con la collega Angela Ida De Benedictis del Centro studi a lui intitolato e di una rassegna musicale varata nel maggio scorso che si propone di ripetersi ogni primavera in questo borgo di neanche mille abitanti.
Professoressa Pecker Berio, che uomo era suo marito?
«Avido di vita. La vocazione totale alla musica gli dava sicurezza in ciò che faceva. Da ragazzino si era ritratto con un berretto da marinaio, perché allora fluttuava – da ligure nato in una famiglia di musicisti – fra il desiderio del mare e quello dei suoni. Ma fu un momento passeggero: sapeva già quale sarebbe stata la sua strada».
Tante sue partiture suonano goduriose.
«Alcune sì, almeno a un primo approccio. Irresistibili i Folk Songs composti per la voce di Cathy Berberian, la prima moglie, Voci (Folk Songs II), Sinfonia e Rendering, “restauro” di frammenti sinfonici di Schubert».
Esistono sue opere inedite?
«Sì, il Centro studi sta portando avanti la pubblicazione di lavori minori ma anche di progetti complessi quale l’Orfeo di Monteverdi da lui rivisitato con alcuni collaboratori nel 1984/86. Invece Canticum… è la prima versione di Canticum Novissimi Testamenti per voci e strumenti: scritto nel 1988, ritirato dopo le prime esecuzioni, ora riproposto in edizione riveduta».
Come ha conosciuto Berio?
«Giovane studiosa all’Università di Tel Aviv, il mio tutor mi aveva assegnato una relazione su di lui, allora nemmeno cinquantenne. Lo conobbi di persona quando arrivò in Israele a dirigere la sua musica. Durante la prima prova d’orchestra lo vidi sul palco in jeans e camicia spostare sedie e leggii. Immagine simbolica: un homo faber che esaltava il lavoro manuale alla stregua di quello intellettuale, rifiutando il concetto di sacralità dell’opera e dell’autore».
Berio tesseva reti di relazioni culturali a vasto raggio. Per esempio con Italo Calvino, che gli fece da librettista.
«Si frequentavano dagli anni 50, malgrado Calvino si descrivesse completamente sordo verso la musica. E se gli si faceva notare quanto la sua prosa fosse invece musicalissima, rispondeva che scrivere è un’altra cosa. Li legava l’essere liguri e la militanza a sinistra. Un loro lavoro importante fu La vera storia, dato alla Scala nel 1982, con Milva tra i protagonisti. Per questa “azione musicale” Berio (che rifiutava di definire “opere” il suo teatro) si rivolse dapprima a Vittorio Sermonti, poi Suso Cecchi d’Amico suggerì Calvino».
A un certo momento la collaborazione subì una battuta d’arresto. Perché?
«Per Un re in ascolto, commissionato dal Festival di Salisburgo, Calvino propose come soggetto il saggio di Roland Barthes sull’ascolto appena uscito nell’Enciclopedia Einaudi. Solo che lo sviluppò come racconto tradizionale. Ma al teatro di Berio non interessava la narrazione. Un’incomprensione che produsse ritardi drammatici nella stesura del libretto, risultato poi un assemblaggio di vari testi incentrati sulla Tempesta di Shakespeare. Comunque Calvino vi figura come co-autore con Berio».
Verso il Duemila, da presidente dell’Accademia di Santa Cecilia, fu accanto a Renzo Piano nella progettazione del Parco della Musica di Roma...
«La loro profonda amicizia era cominciata a Parigi, metà anni 70. Piano stava costruendo il Beaubourg dove avrebbe trovato casa l’Ircam, il centro di ricerca fondato da Boulez di cui Berio era tra i primi animatori. Ligure anche Piano, e marinaio vero. Fu durante una delle nostre uscite in barca che Luciano lo convinse a partecipare al bando di Roma. Sognava da sempre che l’Italia potesse avere sale da concerto appropriate».
In che rapporti era con il Pci?
«Ebbe la tessera per molti anni. Rammento ancora l’intensità del suo lutto per la morte di Berlinguer. Era molto vicino a Natta. Poi, con Occhetto, il graduale distacco».
Come si è riversata questa militanza nella musica?
«Nell’invito all’ascolto polifonico delle differenze, nella convinzione che la musica del proprio tempo e del mondo circostante è capace di educare a discernere, a mettere in relazione le cose, quindi a interrogare la realtà. La responsabilità etica e politica del compositore si esprime nel modo in cui attua il dialogo, radicato nella contemporaneità, con il passato, le tradizioni orali, gli strumenti musicali e gli interpreti. Poiché per raggiungere consapevolezza politica non basta urlare slogan in piazza. Al di là dei testi intonati è la musica stessa, nel suo farsi, a destare le coscienze».
Sul Venerdì del 14 luglio 2023