Questa Keith Jarrett l’ascoltò per la prima volta quando aveva diciassette anni, nel 1962, dalla voce della grande Anita O’Day, all’epoca la jazz singer bianca più vicina a Billie Holiday, per voce e stile di vita – era nell’album All the Sad Young Men, ne aveva ispirato il titolo. Jarrett (oggi 78 anni) era un giovane pianista erudito, suonava Bach, Beethoven, Mozart e Saint-Saëns, l’anno dopo si sarebbe diplomato al Berklee College of Music e già si esibiva nei club di Boston, due anni dopo avrebbe suonato nel prestigioso Village Vanguard di New York con i Jazz Messengers di Art Blakey, alla fine del decennio sarebbe entrato nell’orbita di Miles Davis e avrebbe iniziato una gloriosa e proficua carriera come solista.
Nell’album Tribute (1990), in trio con Jack DeJohnette e Gary Peacock, dal vivo a Colonia (la città dove nel ’75 aveva inciso il leggendario The Köln Concert, l’album più venduto della storia del jazz), Jarrett fruga fra gli standard che furono la colonna sonora della sua giovinezza. Con emozione, affetto, tenerezza, nostalgia, struggimento e commozione ripropone quell’inno alla solitudine che fu scritto alla fine degli anni Cinquanta da Tommy Wolf e dalla grande paroliera Fran Landesman (poi, si è saputo, ispirato dall’ostracismo cui erano condannati gli omosessuali della generazione pre-Stonewall, soprattutto nel Regno Unito).
Incredibile come il genio di Jarrett e l’abilità del trio restituiscano alla canzone il significato più profondo anche senza l’ausilio del testo – il pianoforte, in questo caso, parla, letteralmente. Ecco altri dieci interpreti eccellenti di quel malinconico standard: 1) Roberta Flack 2) Rickie Lee Jones 3) Marc Almond + Antony 4) Mabel Mercer 5) Davy Graham 6) Mark Murphy 7) Johnny Hartman 8) Boz Scaggs 9) Mark Winkler + Cheryl Bentyne 10) Chet Baker & Carmel Strings.