Nablus, la guerra dei bambini
di Francesca BorriRagazzini nel cimitero di Nablus sulle tombe dei cosiddetti “martiri” (Francesca Borri)
Nablus (Cisgiordania). «Ho sempre abitato qui. Qui sopra. Al primo piano. Ma ora mi sono trasferito fuori Nablus, fuori da tutto questo» dice Amjad Shehadeh nell’emporio di famiglia nella Città Vecchia. «In un anno, la Terza Intifada ha ottenuto quello che Israele non ha ottenuto in una vita», dice. «Farmi andare via».
Il 23 novembre suo figlio Ahmad, 16 anni, è stato centrato da un proiettile mentre tirava pietre ad alcuni coloni. La sua foto è ovunque. Le foto dei martiri, come si chiamano qui, sono su tutti i muri. In una è con Arafat, sotto il logo di Fatah. In un’altra ha il logo di Hamas. Un’altra ancora quello dell’Islamic Jihad. Nel 2023, Nablus ha già avuto 43 morti. In realtà, molti sono civili che Fatah e Hamas descrivono come combattenti. «All’interno della conta dei morti c’è un’altra conta: quella dei militanti. All’interno dello scontro con gli israeliani c’è un altro scontro: quello tra palestinesi. E mentre sei impegnato con i funerali, stravolto, Fatah e Hamas pensano…
Nablus (Cisgiordania). «Ho sempre abitato qui. Qui sopra. Al primo piano. Ma ora mi sono trasferito fuori Nablus, fuori da tutto questo» dice Amjad Shehadeh nell’emporio di famiglia nella Città Vecchia. «In un anno, la Terza Intifada ha ottenuto quello che Israele non ha ottenuto in una vita», dice. «Farmi andare via».
Il 23 novembre suo figlio Ahmad, 16 anni, è stato centrato da un proiettile mentre tirava pietre ad alcuni coloni. La sua foto è ovunque. Le foto dei martiri, come si chiamano qui, sono su tutti i muri. In una è con Arafat, sotto il logo di Fatah. In un’altra ha il logo di Hamas. Un’altra ancora quello dell’Islamic Jihad. Nel 2023, Nablus ha già avuto 43 morti. In realtà, molti sono civili che Fatah e Hamas descrivono come combattenti. «All’interno della conta dei morti c’è un’altra conta: quella dei militanti. All’interno dello scontro con gli israeliani c’è un altro scontro: quello tra palestinesi. E mentre sei impegnato con i funerali, stravolto, Fatah e Hamas pensano ai manifesti funebri», dice. Pensano al marketing. «Aggiungendo un M16 a una foto scattata a un compleanno». In effetti, a osservarli meglio è evidente. Spesso sono identici.
Dei quasi duecento morti del 2023, per il 23 per cento minori, il 45 per cento non era armato. Ma non si dice: un po’ perché di Fatah e Hamas non si parla, un po’ perché così si ha il risarcimento che spetta ai martiri. Per ora da questa Terza Intifada non c’è molto altro da guadagnare. Jenin è già finita in macerie.
La fossa dei leoni
I palestinesi non solo sono tornati alle armi. Ma per la prima volta, indipendentemente da Fatah e Hamas. E tutto è iniziato qui, a Nablus, la città dei Lions’ Den, la Fossa dei Leoni. Ventenni che non rispondono che a se stessi, in felpa e scarpe Blundstone: chiunque di loro, in qualsiasi momento, può infiltrarsi oltre il Muro, arrivare a Tel Aviv e sparare. È la loro forza, ma è anche la loro vulnerabilità. Perché più che militanti hanno followers. Questa è l’Intifada di Tik Tok. Ma contro Israele addestrarsi alla Playstation non basta: con i droni sta eliminando i membri del Lions’ Den uno a uno.
Per proteggersi, hanno coperto le strade con teli di stoffa. Ma trovare Mosaab Shitieh, il most wanted del giorno, non è complicato: è l’idolo di Instagram. Qui se hai vent’anni passi il tempo tra le tombe dei tuoi amici, al Cimitero dei martiri. I palestinesi in media hanno 21 anni, ma il 38 per cento ne ha meno di 15, e questo più che il Cimitero dei martiri è il Cimitero dei bambini. Stanno tutti davanti alla lapide di Ibrahim al-Nabulsi. Il fondatore dei Lions’ Den. «Non è morto. Io sono Ibrahim», dice un 17enne, Yousef. Indica l’amico accanto. «E quando sarò ucciso, lui sarà Yousef».
Vengono da tutta la città, da tutta la Cisgiordania. Si fermano tra le macerie del rifugio in cui Ibrahim al-Nabulsi è stato incenerito, una Nike vicino a un Corano. Fissano il vuoto. Era il 9 agosto e lui aveva 18 anni: era del 2004, l’anno in cui all’Aja, la Corte di Giustizia ha dichiarato illegale il Muro costruito per dividere il territorio israeliano da quello palestinese. Da allora, i palestinesi hanno eletto il venerdì a giorno di manifestazioni e dal 2005, chiusa la Seconda Intifada, hanno puntato tutto sul diritto internazionale, invece che sulle armi, tentando di costruirsi da soli quello Stato a loro promesso ma che non si è mai concretizzato.
Ma tipo, il 2012, l’anno in cui la Palestina ottenne un seggio all’Onu, che anno è stato qui?, domando a tre 17enni. «L’anno in cui è stato ucciso mio fratello», dice il primo. «L’anno in cui hanno arrestato mio padre», il secondo. «L’anno in cui un proiettile mi ha demolito la caviglia, dice il terzo, «l’ultimo in cui ho giocato a pallone». E il 2015, l’anno dell’adesione alla Corte Penale Internazionale? «Quello in cui è morta mia madre. Sola, perché era ricoverata a Gerusalemme e nessuno di noi aveva l’autorizzazione per andarci», dice un altro. Il 2018, allora, l’anno della Marcia del Ritorno a Gaza, quando Hamas ha provato a rompere l’assedio non più con i razzi ma con i palestinesi che scavalcavano tutti insieme il confine? «L’anno in cui mio padre ha perso il lavoro e io ho lasciato gli studi. L’anno da cui sto in officina». E il 2020? L’anno degli Accordi di Abramo? «La prima volta che sono finito in carcere». «La terza volta». «Per me la seconda». «Anche per me, ma non mi ha arrestato Israele. Mi ha arrestato Fatah».
Un altro mondo
«C’è il mondo. E c’è Nablus» sintetizza il barista del caffè Guevara, M16 a tracolla. «Fatah e Hamas parlano di trattative, di tregue, di roadmap o magari di guerra: ma parlano di futuro. Mentre il nostro problema è qui e ora».Un tempo al collo avrebbe avuto la bandiera palestinese: ora ha la foto del padre morto in un raid. Ed è per questo, dice, che combatterà fino alla fine, indipendentemente da tutto e tutti. «La resistenza per me non è solo una questione politica. Per me, e per tanti, è una questione personale ormai. Qui tutti hanno perso un padre, un figlio, un fratello. Non sono solo i palestinesi a essere contro Israele. Sei tu, a essere contro Israele». Un tempo avrebbe cercato giustizia, ora cerca prima di tutto vendetta. E però, tutte queste armi, dico. Chi paga? E tutte queste Audi? Queste Bmw?Perché a Nablus, gli M16 sono sempre di più, ma anche le cabrio. Mi guarda, mi dice: «Chi sei, il Mossad? Sparisci». Non importa se non segui Fatah e Hamas, ma Tik Tok, sono Fatah e Hamas a seguirti. Non sono affatto fuori dai giochi. Stanno solo dietro le quinte. A manovrare i fili. E i morti.
Oslo addio
Nablus è il simbolo del fallimento di Oslo, perché con i suoi artigiani è l’economia della Cisgiordania e avrebbe dovuto trainare lo sviluppo: creare le fondamenta del nuovo Stato. E invece, ora tra i souvenir hai i ciondoli con i martiri: magliette, sciarpe, parasole. Uno vende calamite da frigo con i Lions’ Den.
«In un altro mondo, Nablus sarebbe vicina a tutto: è a un’ora da Gerusalemme, ma anche da Beirut, da Damasco, dal Cairo, da Tel Aviv. E invece per anni è stata isolata dal checkpoint di Huwara. Ora è facile dimenticarlo: ma le file erano interminabili», dice Ehab, che a 17 anni non è mai stato fuori Nablus. Il muro, che per l’85 per cento non sta tra Israele e la Cisgiordania, ma dentro la Cisgiordania, ha cancellato la libertà di movimento e demolito l’economia: tutto ciò su cui Oslo basava la pace. «Oggi l’unica è lavorare in Israele, da operaio vai a costruire gli insediamenti. Vai a costruire la tua rovina, invece che il tuo futuro». Per lavorarci, sono necessarie due autorizzazioni: una di Israele e una dell’Autorità Palestinese. È quella che i palestinesi bollano come «la doppia occupazione». Il mandato di Mahmoud Abbas, il presidente, è scaduto nel 2009, ma dal 2006 non si è più tenuta un’elezione per cercare un suo eventuale successore.
«Per essere usati, non è necessario essere arruolati», dice il padre di Bilal Zeitoun, centrato da un proiettile sotto casa sua il 21 maggio. Aveva 32 anni. ed era sceso a comprare le sigarette. Ora la sua foto sui muri ha un M16 e il logo del PFLP. Che è semplicemente il partito a cui era vicino quando era studente: quindici anni fa. «La verità è che per Fatah e Hamas l’obiettivo di questa specie di Intifada non è la fine dell’occupazione: è la successione a Mahmoud Abbas, è il potere, è sembrare i più forti contro Israele, non esserlo davvero. Senza strategia, né organizzazione, che Intifada è?».
Caccia alle spie
Il 9 aprile, i Lions’ Den hanno giustiziato la prima presunta spia. Ora i seguaci del gruppo temono gli israeliani ma ancora di più i palestinesi. Sono questi, sempre più spesso, a segnalarli alla polizia.
Per questo si sono rintanati nella Città Vecchia: e dalla Città Vecchia in al-Yasmeen, una sua area, e da al-Yasmeen in una sola strada, sbarrata da cubi di calcestruzzo e barili di sabbia e minata. Ogni casa è collegata alle altre da cunicoli e finte porte, e monitorata da telecamere. In questi giorni i raid sono un po’ più in là: nel campo profughi di Balata, dove si fabbricano gli esplosivi. Le vie di accesso sono tutte chiuse. E dentro, sono tutti di guardia, connessi gli uni agli altri con una app riservata ai residenti che allerta su ogni movimento. «Ma tanto ormai è chiaro che c’è un’intesa sottobanco con Israele», dice Osama Mustafa, il direttore del Jaffa Center, ritrovo degli attivisti vecchio stampo. «Dopo gli ultimi bombardamenti su Gaza e dopo l’invasione di Jenin, Hamas non ha reagito. Anzi. Ha lasciato che il bersaglio fossero i rivali della Jihad islamica». Una finta escalation: «Tieni alta la tensione per il post-Abbas, ma senza rischiare. Senza mai sfidare davvero Israele».
Come in un film
Qualche giorno fa da un furgoncino bianco sono scese due palestinesi in niqab, in realtà erano israeliani travestiti: nessuno ha sparato. «Perché altrimenti arriva l’esercito e in un’ora spiana via tutto . E a quel punto avresti la rivolta: ma non contro Israele», insiste Mustafa mentre sul telefonino un’app comincia a trillare: segnala israeliani in entrata in città.
Una telecamera inquadra uno con un trolley, in jeans e maglietta, e uno con uno zaino. Poi uno armato: si apposta dietro l’angolo, mentre passa un bambino su un triciclo. Passano lunghi secondi, passa più di un minuto: l’israeliano armato e appostato dietro l’angolo ha i mirini puntati addosso ma nessuno interviene, fino a quando non appare una colonna di forze speciali israeliane: a quel punto è battaglia. Il ricercato sguscia via veloce mentre la sua casa va a fuoco tra strilli e pianti di neonati, la moschea sprona alla jihad. I palestinesi si precipitano in strada, sparano in aria in tutte le direzioni tranne in quella giusta, finisce a terra un ragazzo che non c’entra niente: è autistico. Come si chiama?
Fatah. No, no. Hamas.
Solo questo dice la gente, nulla sulla sua identità. Per conoscerne il nome, bisogna aspettare la sera, sulla Bbc.
Sul Venerdì del 21 luglio 2023