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Luglio 1993: così finì la Balena Bianca

Mino Martinazzoli sul palco dell’Assemblea programmatica costituente dal 23 al 26 luglio 1993 al Palazzo dei congressi dell’Eur (Roma). Ultimo segretario della Dc, guidò lo scioglimento del partito cambiandogli il nome in Partito Popolare (Augusto Casasoli/ A3 / Contrasto)

 
I quadri in vendita. I dipendenti con gli scatoloni. Gli insulti, le preghiere, il triste parterre. Chi c’era racconta lo scioglimento della Dc. Tre giorni che sconvolsero l’Italia. Ma neanche troppo
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“Che Dio ti aiuti, Mino”. L’invocazione di Ciriaco De Mita riecheggia nel palazzo dei congressi dell’Eur. Sono le dieci del mattino del 26 luglio 1993 e la Democrazia cristiana sta morendo. Cinquecento delegati. Un’afa spaventosa. I peones si fanno aria sventolando i giornali. E’ il funerale alla storia d’Italia. E’ durata 50 anni e 129 giorni, secondo il calcolo dello storico Gabriele De Rosa.

Mino è Martinazzoli, il segretario della Dc. Da mesi nel suo studio disadorno a piazza del Gesù 46 tiene la tv accesa sul televideo e ad ogni ultim’ora emette un grugnito. Tangentopoli porta solo cattive notizie. Andreotti indagato per mafia. Inquisiti Forlani, Gava, Sbardella, Scotti. Enzo Carra arrestato. Mario…

“Che Dio ti aiuti, Mino”. L’invocazione di Ciriaco De Mita riecheggia nel palazzo dei congressi dell’Eur. Sono le dieci del mattino del 26 luglio 1993 e la Democrazia cristiana sta morendo. Cinquecento delegati. Un’afa spaventosa. I peones si fanno aria sventolando i giornali. E’ il funerale alla storia d’Italia. E’ durata 50 anni e 129 giorni, secondo il calcolo dello storico Gabriele De Rosa.

Mino è Martinazzoli, il segretario della Dc. Da mesi nel suo studio disadorno a piazza del Gesù 46 tiene la tv accesa sul televideo e ad ogni ultim’ora emette un grugnito. Tangentopoli porta solo cattive notizie. Andreotti indagato per mafia. Inquisiti Forlani, Gava, Sbardella, Scotti. Enzo Carra arrestato. Mario Segni, la grande speranza, se n’è andato a marzo. Leoluca Orlando ha fondato la Rete. Il politico del momento è Umberto Bossi, il boss della Lega, la cui ascesa al Nord sembra irresistibile.

Il Paese ribolle, di colpo incontrollabile alla pedagogia scudocrociata. E la mafia piazza bombe, ai Georgofili, contro Maurizio Costanzo. E’ “l’anno dei barbari”, nella definizione di un grande cronista, Giampaolo Pansa. I sondaggi dicono che sarà Achille Occhetto, il leader del Pds, ad ereditare i consensi in libera uscita quando si andrà a votare. Martinazzoli è stato eletto un anno prima, nell’ottobre 1992, succedendo ad Arnaldo Forlani, come ennesimo segno di rinnovamento.

Il partito Stato ha occupato ogni ganglio vitale. E alle politiche dell’aprile ’92 è risultato ancora il primo partito col 29,66 per cento, ma sembrano trascorsi secoli. Ora è il naufragio. Alle amministrative del giugno 1993 è passata da 210 a 55 seggi, persino al Sud non regge più, a Pozzuoli è piombata dal 40 al 18 per cento, a Portici dal 39 all’8 per cento. Due settimane dopo, ai ballottaggi, su 61 sfide ne vince appena nove.

I giornali titolano: “Tracollo Dc nel Salento”. “In Sicilia la Dc perde i confronti con Rete e Pds”; “Solo un sindaco per la Dc nel Tarantino”; “A Oderzo la Dc all’opposizione dopo 47 anni”. “La Dc perde Assisi”. Persino l’Osservatore romano usa toni apocalittici: “E’ un terremoto politico. Milioni di italiani hanno detto basta”.

Anche Martinazzoli dice basta. “Rinnovare senza rinnegare”, è il suo motto. Una frase edulcorata per dire che bisogna sciogliere il partito, come ha fatto il Pci quattro anni prima dopo il crollo del Muro. Fissa il congresso costituente dal 23 al 26 luglio. La Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi cambierà nome. Possibile?

Insulti e monetine

Cosa ricorda di quel dramma Gianbattista Groli, l’ombra di Martinazzoli? “A piazza del Gesù ritiravo i fax che sgorgavano a ritmo continuo. Recitavano: “Suicidatevi!” “Ladri!”, “A casa!”. Mino godeva ancora della generale considerazione per la sua onestà, ma quando andavamo in giro, specie al Nord, c’era anche chi gli gettava addosso le monetine e gli urlava “Lega!”. Per sfuggire a quel clima ci rifugiavamo a casa mia in val Daone, in Trentino. Camminava tra i boschi e fumava. Non aveva figli e mi aveva adottato. A Roma abitava in un appartamento a palazzo Taverna, in via del Governo Vecchio, e io dormivo lì con lui. La sera tardi bisognava sempre rimediare una trattoria aperta, si andava da Vibo in piazza Santa Apostoli, dalla Pollarola nell’omonima piazza. Mino ordinava una margherita e la birra. Mangiava silenzioso, divorato dal nervosismo”.

Gianbattista Groli, da Castenedolo, nel luglio 1993 ha venticinque anni. E’ uno dei più intraprendenti fra i giovani dc, gran frequentatore della sede della sinistra interna di Brescia in via Luigi Apollonio: ogni corrente ha un suo bastione in città, e le correnti - i dorotei, gli andreottiani, i pontieri, la sinistra, i fanfaniani, Forze nuove - sono fiumi affluenti verso il vasto mare nel quale galleggia, eterna e inaffondabile, la Balena bianca.

Un giorno del 1987, colpito dalla sua intraprendenza, Martinazzoli gli chiede di dargli una mano in segreteria. Non ha la patente ed ha il terrore degli aerei. Groli allora lo scorrazza lungo lo Stivale a bordo di una Citroen Ds 23 IE. Assurge al ruolo di autista e confidente, entra con lui perfino nella stanza di Giulio Andreotti.

Dalla Thema alla Tipo

Il rubinetto delle dazioni e delle tangenti, che l’ipocrisia corrente chiama “contributi”, si è improvvisamente chiuso. Il notabile deve cambiare macchina, passa dalla Thema ministeriale alla Tipo. A piazza del Gesù hanno deciso di vendere i quadri, il palazzo è di proprietà dell’università di Roma, sennò alienerebbero pure quello, il partito ha prepensionato un centinaio di dipendenti, sui pianerottoli è tutto un gran parlare di scivoli, licenziamenti, blocco delle assunzioni. “Largo al volontariato”, è la nuova parola d’ordine.

Il nuovo segretario amministrativo, Emilio Rubbi, succeduto a Severino Citaristi, un uomo onesto seppellito dagli avvisi di garanzia per il ruolo ricoperto, ha annunciato che “un’epoca si è chiusa”. L’ha detto al Popolo, l’organo di partito, che ha sede in piazza delle Cinque Lune 113 dietro piazza Navona, i quaranta giornalisti tremano anch’essi per il loro posto di lavoro: nessun italiano del resto ha mai incontrato un lettore con il loro giornale sottobraccio.

Il Popolo è diretto da Sergio Mattarella, 52 anni, direttore politico, ma il giornale lo fa materialmente Pio Cerocchi, direttore responsabile. Ogni sera, per chiudere l’edizione, scende in tipografia passando tra i ruderi dell’antico stadio Diocelaziano. “Ogni volta – racconta - bisognava stare attenti a non piombare nel vuoto”. Il baratro che si spalanca: perfetta istantanea.

Cosa ricorda di quel congresso? “Quasi nulla nel dettaglio”, ammette. “Però trovavo sbagliato sospendere un dirigente per un avviso di garanzia. Cambiare nome è stato un errore, perché fatto sotto schiaffo”. E com’era stare nella Dc? “Un mondo selettivo, malfidato, durissimo, l’ubbidienza contava più della militanza. Se andavi in un posto non bastava dire che eri della Dc, dovevi dire di chi eri amico. Tutto era vincolato alle correnti”.

Anche Cerocchi rappresenta una corrente, quella della sinistra interna. “Quando i capi mi convocavano a piazza del Gesù mi allarmavo. De Mita non faceva certo l’amicone, Martinazzoli aveva un caratteraccio, Donat Cattin incuteva un gran timore. Mio padre, morto nel 1970, era amico di Aldo Moro, e così da ragazzo iniziai a collaborare al Popolo, ma quando mi proposero l’assunzione l’allora segretario Amintore Fanfani si oppose. Non ero dei suoi.

Moro la prese come uno sgarbo, scrisse una lettera di credenziali per Avvenire, un’altra la scrisse Vittorio Bachelet, e così venni assunto al giornale dei vescovi a Milano grazie a due statisti poi uccisi dalle Brigate Rosse. Anni dopo il padre di David Sassoli, Domenico, mi chiamò alla Discussione. Col nuovo corso di Martinazzoli, Sergio Mattarella mi volle con sé: direttore del Popolo. Avevo 47 anni”.

La scelta di Martinazzoli

L’avvocato Martinazzoli aveva detto che avrebbe lasciato la politica a 60 anni, invece a 61 è diventato segretario. Nodoso, solitario, colto, ama Manzoni e le poesie di Mario Luzi. Viene da Orzinuovi, Bassa Bresciana, terra di contadini svegli e nebbie fitte, compaesano del calciatore Cesare Prandelli. E’ stato un rispettato ministro della giustizia. Ma soprattutto è una categoria dello spirito, si dice tra i notabili. La sua ruvidezza mette soggezione.

E’ ossessionato dall’estetica del discorso, infatti parla per parabole e citazioni, ma quando gli girano non le manda a dire: “Non mi rompere il cavolo!”, è sbottato una volta contro Maria Elettra Martini. Di sé dice: “Ho un’irresistibile tendenza al fallimento”. Il sociologo Franco Ferrarotti l’ha dipinto così: “Non conosco Martinazzoli, ma ne apprezzo il pessimismo non escatologico”. I politici hanno iniziato a dotarsi di un telefonino, pesanti aggeggi che pesano due chili, Martinazzoli il suo lo tiene spento. Ha definito la Dc così: “Siamo un partito che passa le giornate a contare le tessere e le serate a commentare le encicliche”. Propone di tornare al Partito Popolare di Luigi Sturzo.

Che Italia è quella del 1993? Ha appena il due per cento di immigrati, e vive ancora della sbornia degli anni Ottanta. Politicamente è cristallizzato. Che la Dc, un monolite inscalfibile, impermeabile agli scossoni della storia, possa affondare non è contemplato dall’immaginazione. Un partito che s’identificava con quel Palazzo che Pier Paolo Pasolini voleva processare, e di cui Moro, incarnava, secondo Leonardo Sciascia, il segreto italiano e cattolico, quello “di disperdere il nuovo nel vecchio, di usare ogni nuovo strumento per servire regole antiche e, principalmente, di una conoscenza tutta in negativo, in negatività, della natura umana”.

Martinazzoli sogna un partito senza più sezioni, né congressi di corrente, candidature selezionate con le primarie, pensionati i capi storici, la direzione composta dai segretari regionali e dai rappresentanti dei gruppi parlamentari e da alcune eminenti personalità, gli intellettuali esterni, contro cui la pancia della Balena bianca presto si ribella.

E’ un complesso mondo diviso in tre tronconi, grosso modo. Ci sono i martinazzoliani, che annoverano Castagnetti, Marini, Andreatta, Mancino, Buttiglione, Mattarella. L’ala sinistra è rappresentata Rosy Bindi, l’astro nascente. Ha 42 anni. Governa la Dc veneta, dove ha messo alla porta gli inquisiti, tra cui il potente capo doroteo Carlo Bernini, avviando anzitempo la costituente per cambiare nome, una mossa giudicata illegale dai vecchi ras.

E poi ci sono i centristi, i grandi avversari della Bindi, (“vuol fare un partito dell’otto per cento!”), che annoverano vecchie volpi come Casini, Giovanardi, Mastella, Sandro Fontana, D’Onofrio, Gargani, Tabacci. Cosa li ha tenuti insieme finora?

Marco Follini ha 39 anni nel 1993. E’ consigliere in Rai, momentaneamente fuori dal partito, dopo avere guidato il movimento giovanile negli anni Settanta, al tempo di Moro. Ha il passo dello scrittore. Martinazzoli gli chiede perciò di scrivere il discorso con cui annuncerà la fine della Dc. “Mi disse: non posso offrirti niente, ma ti chiedo di darmi una mano. Mino aveva capito che la nostra storia era arrivata al capolinea”. Follini si mette al lavoro. E dopo qualche giorno gli consegna trenta cartelle.

Niente claque e bandiere

I congressi dc sono difficili da immaginare oggi. Era l’Italia profonda che si dava convegno nel catino di un palasport, gli spalti divisi per correnti sventolanti bandiere, claque, tifoserie, ultrà. La torcida più rumorosa è quella irpina di De Mita, le truppe mastellate che Clemente Mastella stipa in decine e decine di torpedoni da ogni contrada del Sud. Ma stavolta il congresso fatica incredibilmente a guadagnare le prime pagine dei giornali.

La Dc ha perso centralità. E sono i giorni più drammatici di Mani Pulite. Il 20 luglio, infilandosi un sacchetto di plastica in testa, si uccide in carcere a San Vittore il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Tre giorni dopo, alle 8 del mattino del 23 luglio, appena sette ore prima del fatidico discorso di Martinazzoli, si toglie la vita l’imprenditore Raul Gardini, sparandosi un colpo alla tempia. Lo stavano per arrestare per i fondi neri Montedison. Ai funerali di Cagliari la folla fischia la bara. Questo è il clima.

Quando Martinazzoli, alle cinque del pomeriggio inizia a leggere le sue 33 cartelle, gli italiani insomma parlano d’altro. “Sangue sul regime”, titolerà Repubblica. E di taglio basso, appena un titoletto: “Addio Dc, rinasce il Partito popolare”.

Follini, per un problema familiare non ha potuto raggiungere l’Eur. Segue la relazione di Martinazzoli da Radio Radicale. Quando sente che si rivolge “ai democristiani umili e ardimentosi” scopre che il suo intervento è stato capovolto. “Aveva tenuto il ragionamento, ma cambiato le parole”.

E’ un congresso pieno di angoscia, il fotografo che per 15mila lire l’una fa la foto-ricordo ai partecipanti ne vende pochissime. I rimborsi di ogni natura ai partecipanti sono aboliti, non è stato pagato il biglietto per arrivare a Roma, e nemmeno l’albergo. E’ stato diramato un elenco di hotel a tre stelle, convenzionati. Il ministro dell’Interno Nicola Mancino e la presidente Rosa Russo Jervolino all’ingresso versano un milione ciascuno per l’autofinanziamento del Partito popolare.

Monsignor Ruppi, vescovo di Lecce, ha scritto una preghiera per il partito morente. Il mite Mattarella attacca i centristi: “Si illudono di ereditare le macerie del pentapartito”. Casini, Mastella, Gargani, Fumagalli Carulli, Sandro Fontana in una velenosa nota gli danno del “Gattopardo manicheo, inquisitorio e arrogante”. “E’ una cosa così bassa che non merita risposta”, replica Mattarella. “Tutti i parlamentari non devono più essere candidati alle prossime politiche”, mette le mani avanti Mastella, temendo epurazioni selettive.

Le liti su come collocarsi divampano. Martinazzoli col fido Groli è andato in Germania per convincere Helmut Kohl a presenziare all’Eur. E il grande Kohl ha accettato. In prima fila sono seduti Andreatta, De Mita, Fanfani. In sala ci sono Pippo Baudo, Gianni Letta, Elisabetta Gardini, un tempo c’era la fila di starlette, vip, parastato e bellimbusti. Pierluigi Castagnetti, il capo della segreteria di Martinazzoli, è ripreso teso accanto a un giovanissimo Enrico Letta. “Facciano una bocciofila e poi spariscano: in un altro Paese sarebbero stati messi al muro”, ghigna Bossi. “Abbiamo avuto tutti distrazioni imperdonabili”, ammette De Mita.

Dopo tre giorni viene messa ai voti la rifondazione proposta da Martinazzoli. Magicamente votano tutti a favore, salvo uno, Ermanno Gorrieri, che poi fonderà i Cristiano sociali. La Balena Bianca affonda tra le note della Rapsodia europea.

“Io ci credevo ancora”, dice oggi Pio Cerocchi, che ha scritto un libro su Mattarella. “Siamo stati arrendevoli, avrei combattuto di più”. “La fine era inevitabile, ma è stato la caduta del Muro, non Tangentopoli a farci precipitare”, riflette Groli, che poi ha fatto il sindaco di Castenedolo, e oggi è renziano. “Sul rinnovamento Mino aveva ragione, sul cambio del nome torto”, è la tesi di Follini, tra i più acuti esegeti di cose democristiane.

L’eredità della Dc

Cosa è rimasto, trent’anni dopo? La parola democristiano non è scomparsa dal vocabolario politico, talvolta con accezione positiva. La Dc è volta nel mito, con venature di nostalgismo: “Ah, quando c’erano loro!”. Il rimpianto per la Prima Repubblica affiora spesso, come un mondo nel quale ogni cosa era ancora al suo posto.

E i dc? Sergio Mattarella è il nostro presidente della Repubblica, Casini e Tabacci sono ancora in Parlamento, Mastella è sindaco di Benevento, Bindi, Castagnetti, Pomicino animano il dibattito pubblico. Fitto e Crosetto sono diventati ministri di Giorgia Meloni. Gianni Letta è il misterioso Richelieu del piccolo mondo romano. Suo nipote Enrico è stato premier e poi segretario del Pd. La Dc è morta quel giorno, ma i democristiani lottano insieme a noi.

Sul Venerdì del 21 luglio 2023

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