Intervista a Claude Montana, re della moda anni 80: “Lo chic non esiste più”
di Tony di CorciaMontana, oggi 76enne, in passerella nel 1979 (Penske Media via Getty Images)
PARIGI. Mescolato tra turisti di ogni provenienza, sembrerebbe un tranquillo signore che si gode il suo pranzo a due passi dal Louvre: en terrasse, come si dice qui, anche se i marciapiedi nel traffico di Rue Saint Honoré sono la cosa più lontana dall’idea di terrazza con vista. Ma osservando il suo sguardo curioso sulle persone, si riconosce il couturier che quando usciva in passerella guardava il pubblico con fare accigliato e tenebroso mentre accadeva l’incredibile: sui volti delle incorruttibili (allora) papesse della moda spuntavano lacrime di commozione.
Oggi Claude Montana vive lontano dalla moda, dai party, dai riflettori, dall’isteria che avvolse gli anni dei suoi successi. Ma in quella lunghissima stagione dorata che dalla metà degli anni 70 si è estesa fino alla fine degli anni 90 ha rappresentato una delle espressioni più affascinanti della moda francese: le sue donne imperiose, glaciali, dalla silhouette così grafica da sembrare scolpita con un laser, vita strettissima e …
PARIGI. Mescolato tra turisti di ogni provenienza, sembrerebbe un tranquillo signore che si gode il suo pranzo a due passi dal Louvre: en terrasse, come si dice qui, anche se i marciapiedi nel traffico di Rue Saint Honoré sono la cosa più lontana dall’idea di terrazza con vista. Ma osservando il suo sguardo curioso sulle persone, si riconosce il couturier che quando usciva in passerella guardava il pubblico con fare accigliato e tenebroso mentre accadeva l’incredibile: sui volti delle incorruttibili (allora) papesse della moda spuntavano lacrime di commozione.
Oggi Claude Montana vive lontano dalla moda, dai party, dai riflettori, dall’isteria che avvolse gli anni dei suoi successi. Ma in quella lunghissima stagione dorata che dalla metà degli anni 70 si è estesa fino alla fine degli anni 90 ha rappresentato una delle espressioni più affascinanti della moda francese: le sue donne imperiose, glaciali, dalla silhouette così grafica da sembrare scolpita con un laser, vita strettissima e spalle larghissime, parevano venire da un’altra galassia. Insieme a vari giovanotti dalle idee iconoclaste – Thierry Mugler, Jean-Paul Gaultier – ha spodestato l’establishment della couture francese e imposto un nuovo, irresistibile linguaggio.
Quel ragazzo figlio di un catalano (il suo vero cognome è Montamat) e di una tedesca, nato a Parigi nel 1947, in poco tempo riuscì a imporre un’immagine di donna forte, che si faceva largo nella vita e nel lavoro a colpi di spalline imbottite e cappotti di pelle: un sostanzioso assaggio di anni 80, insomma, quel decennio di apparenza e appariscenza, di divertimento e vanità, che vedeva in Parigi e nella sua sfrenata vita notturna uno dei suoi simboli più luminosi.
Poi si è fatto buio: disavventure finanziarie, la cessione del marchio, un lutto importante e Claude Montana si è ritirato a una vita riservatissima in cui non c’è posto per mondanità, foto, interviste. Dopo due decenni di silenzio, lo stilista ha osservato un’eccezione alla sua nuova regola di vita per parlare con noi.
Cosa pensa delle donne che in questo momento le stanno passando davanti agli occhi? Le trova eleganti?
«Il n’y a plus de chic!».
Beh, sono orfane dei suoi abiti che hanno ispirato stilisti come McQueen, Tisci, Vaccarello. Per tacere di quanti copiano senza ritegno silhouette e tagli da lei lanciati. Che effetto le fa essere una leggenda vivente?
«Non mi fa alcun effetto, non penso a me in questi termini. Certo, l’essere copiato mi lusinga: vuol dire che ciò che ho creato piace ancora. Ma è qualcosa che riguarda il mio passato, sebbene ogni tanto provi un po’ di nostalgia per quegli anni. Non tocca a me celebrarmi, basta la mia carriera a parlare».
Nel 2002 ha venduto la sua maison. Come è cambiata la sua vita da allora?
«Vivo molto da solo. Vedere gente o fare la vita mondana che pure ho condotto a lungo oggi mi affatica. Non ho profili social: è uno dei miei modi per proteggermi da cose che non mi farebbe piacere leggere o vedere. Seguo la moda da spettatore, ma non posso definirmi un fan: non che non mi interessi, è che trovo che non esista più la moda. Non è più la stessa cosa, non somiglia a quel fenomeno irripetibile di cui ho fatto parte. Oggi è tutta una questione di marketing, il senso dello stile si è svuotato: se vedo cosa accade a un marchio come Balenciaga penso che non abbia nulla a che fare con l’idea di eleganza e lo stile del suo fondatore. È un tradimento, secondo me, trasformare la haute couture in t-shirt con un logo stampato. Io ho un’altra idea di stile: per intenderci, il couturier che ho ammirato di più in assoluto era Yves Saint Laurent».
Nel 2019 la nuova proprietà del marchio Montana ha realizzato una capsule collection affidata al creativo inglese Gareth Pugh che, nelle intenzioni, omaggiava i capisaldi del suo stile. Le è piaciuta?
«No. Nulla a che vedere con la mia moda».
Donne altere e imponenti: da cosa nasceva questo ideale femminile così irraggiungibile?
«Non saprei rispondere a questa domanda, perché si trattava di qualcosa di molto naturale: quel tipo di donna ha sempre abitato nella mia testa».
Immagino che a ispirarla ci fossero anche donne realmente esistite, o quelle che ha incontrato grazie al suo lavoro. Chi è stata la più bella?
«Direi la mitica Audrey Hepburn, se potessi fare un nome del passato. Ma ho conosciuto e vestito le donne più belle del mondo: star americane, Diana Ross, Cher che mi ha accompagnato in abito nero e parrucca all’Oscar della Moda che si tenne all’Opéra negli anni 80, e per me hanno sfilato tutte le top model più famose. Credo che farei proprio i nomi di due top: Linda Evangelista e Christy Turlington...». (Montana resta a lungo in silenzio, ndr)
Sta pensando anche a un altro nome?
«Sì, penso a mia sorella Jacqueline. Era la mia musa, ed era una delle poche persone di cui ascoltavo i consigli prima di una sfilata. È morta tre anni fa, un mese dopo la mia madrina. Nel giro di un mese ho perso le due persone più importanti della mia vita».
Altra musa è stata Wallis Franken, cantante e modella che il grande pubblico ricorderà nel video Justify My Love girato da Jean-Baptiste Mondino per Madonna. Pur essendo apertamente gay, Montana sposò nel 1993 questa donna che era amica, mannequin, braccio destro sin dagli esordi, ma anche compagna di scorribande ed eccessi. Il suo suicidio, nel 1996, destò molto scalpore, Montana era in casa quando avvenne, e il suo non accorgersi dell’accaduto attirò su di lui quella che oggi verrebbe definita una shitstorm. Fu l’inizio della fine anche per la sua carriera. Lo stilista si fa ancora più impenetrabile, se gli si chiede di parlare di lei.
«Mi limito a ripetere le parole che scrissi sulla cartella stampa della sfilata che si è tenuta qualche mese dopo la sua morte: “Qui a aimé une fois, aime pour toujours”. Chi ha amato una volta, ama per sempre».
Montana con Cher nel 1986 (Getty Images)
Tra la moda italiana e quella francese c’è sempre stata una rivalità molto accesa, ma lei ha contribuito sia all’una che all’altra disegnando collezioni per marchi italiani.
«Ho bellissimi ricordi dell’Italia, avevo una casa a Capri che ho molto amato e ho lavorato per molti anni nel vostro Paese. Le mie collezioni venivano prodotte dal GFT, il Gruppo Finanziario Tessile di Torino. Ho disegnato per Mario Valentino, e la collezione Complice per il Gruppo Genny di Ancona: prima di me la disegnava Gianni Versace. Lui aveva un grande talento, mi sembra che sua sorella non ne abbia altrettanto. Trovavo molto bravo anche Gianfranco Ferré, le sue collezioni per Dior erano formidabili. Ma lo stilista italiano che stimo maggiormente è Giorgio Armani».
Nel 1989, al lavoro per le sue collezioni di prêt-à-porter si aggiunse l’impegno come direttore artistico della maison Lanvin, terminato nel 1992. La prima collezione non fu accolta favorevolmente dalla stampa, la couture francese era ancora un fatto barocco di ricami ridondanti e abiti battezzati con nomi di ninfe e dee greche.
Ma poi il vento cambiò e per due stagioni consecutive vinse il Dé d’Or, il ditale d’oro che premiava la collezione più interessante, nel luglio 1990 e a gennaio 1991.
«Le critiche per la prima sfilata non furono affatto positive, poi cambiarono per fortuna, ma il debutto effettivamente non fu apprezzato dalla stampa. Il giorno prima della sfilata mi era arrivato un bouquet dalla maison Saint Laurent, ma non lo aveva mandato Yves, che era una persona squisita, ma il suo partner Pierre Bergé: porta sfortuna inviare fiori prima di un défilé, fu un gesto malefico».
Quella generazione di stilisti sta scomparendo: Lagerfeld e Ungaro sono morti nel 2019, Kenzo nel 2020, l’anno scorso Issey Miyake e Thierry Mugler. Quest’ultimo veniva spesso accostato a lei.
«Lagerfeld non è mai stato la mia tazza di tè. Con Mugler, invece, abbiamo cominciato insieme: ci siamo conosciuti prima di diventare stilisti. Negli anni della gavetta ho vissuto in una stanza a casa dei suoi genitori. Eravamo amici, ma la carriera ci ha separati. Quando è morto, non ci vedevamo e non avevamo contatti da moltissimo tempo».
Le capita ancora di disegnare?
«Sì, ogni tanto. Lo faccio per qualche amico».
Mentre risponde a questa domanda si capisce che qualcosa lo distrae: sta osservando una ragazza bruna, seduta a pochi metri da lui, con un abito che le lascia scoperte le spalle. «Lei ha un bellissimo abito», le dice. Scopre che è italiana, si chiama Claudia, e prosegue in un italiano scandito con morbidezza tutta francese: «Lei è molto bella».
Claude Montana avrà perso l’interesse per la moda, ma sicuramente subisce ancora il fascino della bellezza.
Sul Venerdì del 21 luglio 2023