✕

William Atkins, l’uomo che esplora i deserti: “Non c’è niente di meno arido”

Navi abbandonate a Muinak, Uzbekistan: era un porto sul lago di Aral, oggi è un deserto (Getty images)

 
Erede di una lunga tradizione, da Lawrence d’Arabia, lo scrittore inglese racconta in un libro le zone più desolate del pianeta. Lo abbiamo incontrato nella brughiera dove vive
5 minuti di lettura

Dunwich (inghilterra). «Venga, venga! Proprio su questo sentiero Sebald si perse nell’agosto del 1992». Allora smarriamoci anche noi, in un pellegrinaggio saturnino nella contea inglese del Suffolk. Immersi in una desolata landa di brughi rosa e violacei, betulle bianche, pini. Proprio qui il grande scrittore tedesco W. G. Sebald camminò e scrisse Gli anelli di Saturno, vagabondo manifesto di scoperta, bellezza e sopravvivenza umane, che intreccia esistenze altrettanto carsiche da queste parti, da Joseph Conrad che partì dalla vicina Southwold per l’Africa e il feroce Cuore di tenebra fino a un altro esule in Inghilterra come Chateaubriand. «Questa radura citata negli Anelli di Saturno ha diverse qualità dei deserti: è relativamente pianeggiante, il paesaggio è molto semplice. Ma custodisce grandi scoperte ed è facile perdersi, fisicamente e mentalmente».

A parlare è il nostro virgilio, William Atkins, classe 1976, ex londinese ora residente in questa riserva naturale di Westleton. Ca…

Dunwich (inghilterra). «Venga, venga! Proprio su questo sentiero Sebald si perse nell’agosto del 1992». Allora smarriamoci anche noi, in un pellegrinaggio saturnino nella contea inglese del Suffolk. Immersi in una desolata landa di brughi rosa e violacei, betulle bianche, pini. Proprio qui il grande scrittore tedesco W. G. Sebald camminò e scrisse Gli anelli di Saturno, vagabondo manifesto di scoperta, bellezza e sopravvivenza umane, che intreccia esistenze altrettanto carsiche da queste parti, da Joseph Conrad che partì dalla vicina Southwold per l’Africa e il feroce Cuore di tenebra fino a un altro esule in Inghilterra come Chateaubriand. «Questa radura citata negli Anelli di Saturno ha diverse qualità dei deserti: è relativamente pianeggiante, il paesaggio è molto semplice. Ma custodisce grandi scoperte ed è facile perdersi, fisicamente e mentalmente».

A parlare è il nostro virgilio, William Atkins, classe 1976, ex londinese ora residente in questa riserva naturale di Westleton. Calvo, zuccotto in testa, barba rossa, occhi celestiali. La prima figlia ha appena compiuto sei mesi – «una carrozzina in casa è il peggior nemico dell’arte, diceva Cyril Connolly» – e la sua prima patente di guida ha la stessa età. Quando ci viene a prendere alla stazione, con l’auto rade ogni siepe.

Il giornalista e scrittore William Atkins, 47 anni (Foto Antonello Guerrera)

 

Che ci faccio io qui

Atkins è autore di Un mondo senza confini. Viaggi in luoghi deserti, ora pubblicato in Italia da Adelphi come altri straordinari scrittori e romanzieri di viaggio interiore, fisico e mentale: Sebald appunto, ma anche un’irrequieta leggenda come Bruce Chatwin, che però ad Atkins non è mai piaciuto troppo. «Un grandissimo storyteller, adoro Le vie dei canti e Sulla collina nera, è stato l’anello di congiunzione tra gli esploratori del XIX secolo e il modernismo. Ma per i miei gusti il suo confine tra realtà e fiction era troppo labile».

«Ma io che ci faccio qui?», scherza oggi Atkins. «Magari come altri britannici quali Lawrence d’Arabia e Thesiger, emarginati dalla nostra società, sono dovuto andare nel deserto per scoprire la mia controparte interiore». Mentre camminiamo nelle campagne dell’est inglese verso la selvaggia e ventosa spiaggia di Dunwich Heath, minacciata dalla centrale nucleare Sizewell B, Atkins ci spiega perché ha deciso di diventare un veterano dei deserti mondiali. Un mondo senza confini, la sua opera seconda dopo The Moor e prima di Exiles: Three Island Journeys – inediti in Italia – è il colto, profondo e ipnotico racconto di sette viaggi compiuti nelle regioni desertiche più remote, inospitali e spietate. Dal Rub’ al-Khali dell’Oman, il “Quarto Vuoto”, il più grande deserto di sabbia del mondo, al Victoria australiano, dove i britannici condussero test nucleari con danni ignobili alla comunità aborigena; dal deserto del Gobi in Cina a quelli degli Stati Uniti in Arizona e Nevada, fino a Kazakistan ed Egitto.

Via dalla pazza folla

Sì. Andiamo via da qui. Scompariamo per mesi, in un deserto dell’affollatissima Terra. Via dalla nostra nomofobica società, dove tutto è mappato e spiato, dove ci sentiamo disperatamente vulnerabili senza smartphone. «Oggi è diventato difficile fare il pioniere», spiega Atkins. «Tutto il mondo è stato esplorato. Ci sono solo gli avventurieri, questa nuova specie di fanatici: ragazzi slanciati dal sorriso abbagliante che non cercano conoscenza e nemmeno nuove terre ma soltanto la novità, la sofferenza organizzata, l’“esperienza”, il lato materiale, le sponsorizzazioni: il K2 in canoa, l’Amazzonia in bicicletta, il Polo Nord sui trampoli». Influencer.

E invece, «è curioso come il deserto mi soddisfi e mi dia pace» scriveva alla madre molti anni fa il primo esploratore britannico del Quarto Vuoto, Wilfred Thesiger, per Atkins il più romantico e ammaliante di tutti assieme allo Sven Lindqvist di Nei deserti. «Non puoi spiegare cosa trovi qui a chi non lo senta a sua volta» appuntava Thesiger, «per molta gente questa è semplicemente una landa desolata». Anche Atkins inizialmente fatica a spiegarci perché i suoi ostili deserti in realtà sono bollenti Eden, ancestrali luoghi dell’anima, crudele metafora della condizione umana.

Fertile aridità. Suono del silenzio. Angoli della Terra ancora immacolati. «Qualcosa di oggi sempre più raro, dove si può finalmente respirare». Già. Atkins non è particolarmente religioso ma ci spiega che tutto è iniziato con «la mia spedizione al monastero copto di Sant’Antonio – il più antico cristiano del mondo, ndr – nel deserto orientale egiziano, svegliandomi alle 4 del mattino per partecipare alla vita religiosa e di preghiera». Perché? «Ero attratto dalla scelta radicale dei monaci. Poi ho subito capito. Trasferirsi in un deserto non è una fuga, ma una missione. Questi religiosi non perseguivano una pace spirituale, erano in guerra. In prima linea, contro il demonio. Non a caso, le massime religioni monoteiste e abramitiche – cristianesimo, ebraismo e islam – sono nate proprio in luoghi desertici».
Insomma, “veri credenti”, parafrasando un altro capolavoro desolato come Il tè nel deserto di Paul Bowles. Ad Atkins non piace la parola “spirituale”, ma, quando poi andiamo a mangiare un fish&chips al pub, ammette che un’altra sua attrazione fatale per il deserto «è stata quella connessione con qualcosa più grande di te, di incommensurabile, gigantesco a livello spaziale ma anche temporale. I deserti sono quei pochi luoghi monolitici rimasti sulla Terra che ti aprono una finestra verso l’eterno, verso l’infinito».

Al di là del bene e del male

Ma il deserto è anche un’endiadi di sacro e profano. «Lì nessuno ti vede, né giudica i tuoi comportamenti» riflette Atkins. «Scoprii di essere attratto dall’anarchia del deserto. Non solo perché lì ogni norma poteva considerarsi sospesa. Ma perché, in assenza di regole e di giudizi, l’idea stessa del bene perdeva ogni significato». Dopo il monastero egiziano, Atkins fa tappa nel Black Rock Desert del Nevada, dove si tiene il dionisiaco e neo-hippy festival Burning Man: 70 mila persone si radunano per otto giorni comunitari e libertini per poi bruciare un grande fantoccio di legno. «È in questi momenti, e in questi deserti, che ho riscoperto davvero che cosa significhi la parola libertà. Non nel senso di anarchia, sia chiaro. Intendo nella sua purezza».

Proprio perché nei deserti, veri o simbolici come qui nel Suffolk, «non ci sono testimoni, nessuno ti vede, a volte diventano luoghi politici o di soprusi» continua lo scrittore. «Innanzitutto in epoca colonialista, quando affrontare il deserto era considerato una prova di mascolinità, con un atteggiamento di appropriazione del tipo “tutto è mio e il resto sono squatter”. Ma penso anche ai test nucleari britannici nel Gran Deserto Victoria, in Australia, o alle persecuzioni nello Xinjiang cinese e nel Gobi, o il dramma dei migranti centroamericani nel deserto di Sonora, in Arizona e California», dove, nel libro, Atkins riesce a lasciare del cibo sfidando la Border Patrol statunitense. «Il deserto, o il mare. I migranti muoiono a causa dell’acqua o della sua mancanza. La geografia come cordone e boia».

Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne, ma forse un deserto sì. Non solo per colossali opere come Il deserto dei Tartari di Buzzati, Il paziente inglese di Michael Ondaatje («Il deserto non poteva essere rivendicato o posseduto, era un pezzo di stoffa trasportato dai venti, mai trattenuto dalle pietre»), Il piccolo principe e Terra degli uomini di Antoine de Saint-Éxupéry («ciò che fa bello il deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo») fino alle Lettere dal Sahara di Alberto Moravia e a Deserto di J.M.G. Le Clézio, che hanno solcato l’immaginario collettivo e la letteratura mondiale. «Il deserto, con la sua vita, i suoi animali, i suoi ritmi, i suoi ecosistemi estremamente raffinati, è un luogo pieno di vita, oltre che dell’anima». Meraviglie» ammonisce Atkins mentre assapora il merluzzo, «che non hanno nulla a che fare con la desertificazione creata invece dall’uomo, spesso anticamera della morte».

Il lago scomparso

Nel libro Atkins parla a lungo del cambiamento climatico e delle attività umane che generano distruzione, impoverimento, la vera e dannata aridità. «La desertificazione interessa un sesto dell’umanità e il 60 per cento di tutte le aree aride del pianeta» continua. «Dal deserto del Gobi cinese al lago di Aral, tra Kazakistan e Uzbekistan».

Quest’ultimo, nel 1848, era il quarto lago del mondo, con i suoi 10 mila chilometri quadrati. Poi, dopo la rivoluzione russa, si decise di destinare quell’area a un’intensa produzione di cotone, risucchiando e prosciugando l’acqua dei fiumi confluenti. Risultato: «Il lago di Aral oggi è scomparso, è rimasto solo un soverchiante senso di morte: non solo quella dei pesci, di cui prima era ricchissimo. In queste zone centroasiatiche di coltura intensiva del cotone l’aspettativa di vita è talvolta di 20 anni inferiore alla media dell’ex Unione Sovietica».

«Anche per questo» continua, «porterei mia figlia in un deserto, proprio per farle comprendere la differenza: quando mi svegliavo all’alba nel Rub’ al-Khali in Oman era un meraviglioso caleidoscopio di colori tra le dune rosse simili a Marte. Un sogno. Ma soprattutto una fiera della vita, nonostante un contesto apparentemente ostile. Ben diversa è la ferale desertificazione di origine umana. Qui, nel Suffolk, vogliono costruire un’altra centrale nucleare, la Sizewell C. Il mio prossimo libro sarà su questo, sul vivere con questa astronave a pochi passi da casa, che potrebbe generare il bene (l’elettricità) ma anche il male».

Paura? «Mai, a parte quando mi stavo smarrendo una volta nel deserto dell’Arizona». Ne sa qualcosa l’ex pentatleta italiano Mauro Prosperi che nel 1994 perse la bussola nel Sahara, in Algeria. Dieci giorni oltre la vita, come il titolo del suo diario, e per fortuna non riuscì a suicidarsi perché era così disidratato che il sangue non sgorgava dalle vene. Ora, 2023, nuova odissea nel deserto per Atkins? «Oggi con una bambina ho altre priorità. Ma vedremo. A volte bisogna fuggire dal proprio tempo, dal proprio spazio, dal proprio corpo».

Sul Venerdì del 21 luglio 2023

Leggi i commenti