Edoardo Leo: il mio Otello romano e crudele
Edoardo Leo, 51 anni, in una scena di Non sono quello che sono, il 6 agosto in anteprima al festival di Locarno e in sala prossimamente con Vision Distribution, Groenlandia e Italian International Film (Andrea Pirello)
ROMA. Edoardo Leo, dal comfort delle commedie, se vogliamo, alle tragedie di Shakespeare.
Ci scusi, chi gliel’ha fatto fare?
«Semplice: superati i cinquant’anni volevo prendere qualche rischio. Come uomo, prima di tutto».
E una cinquantina sono anche le sue parti in serie tv e film – qualcuno l’ha pure diretto –, per arrivare ora alla regia di Otello, interpretando addirittura Iago; roba che se gli attori fossero tuffatori sarebbe da triplo salto carpiato con avvitamento.
«I soliti ruoli mi stavano stretti. E poi basta calcoli, pensare di costruire una carriera soltanto sulla programmazione. Senza contare la mia passione per la letteratura e per il teatro, che ha fatto il resto».
Il resto?
«Sì, covavo Otello da almeno un ventennio. Un file sempre aperto nel computer. Avrei voluto che fosse il mio primo film da regista, ma allora non lo avrebbe prodotto nessuno. È andata bene così, adesso è stato selezionato per il festival di Locarno. E sono fiducioso».
La fiducia, in questo studio all’u…
ROMA. Edoardo Leo, dal comfort delle commedie, se vogliamo, alle tragedie di Shakespeare.
Ci scusi, chi gliel’ha fatto fare?
«Semplice: superati i cinquant’anni volevo prendere qualche rischio. Come uomo, prima di tutto».
E una cinquantina sono anche le sue parti in serie tv e film – qualcuno l’ha pure diretto –, per arrivare ora alla regia di Otello, interpretando addirittura Iago; roba che se gli attori fossero tuffatori sarebbe da triplo salto carpiato con avvitamento.
«I soliti ruoli mi stavano stretti. E poi basta calcoli, pensare di costruire una carriera soltanto sulla programmazione. Senza contare la mia passione per la letteratura e per il teatro, che ha fatto il resto».
Il resto?
«Sì, covavo Otello da almeno un ventennio. Un file sempre aperto nel computer. Avrei voluto che fosse il mio primo film da regista, ma allora non lo avrebbe prodotto nessuno. È andata bene così, adesso è stato selezionato per il festival di Locarno. E sono fiducioso».
La fiducia, in questo studio all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, a un passo dalle magie barocche di Borromini e, simbolicamente per un uomo di spettacolo, da quel teatro Valle che, diradato dalle foschie contemporanee, accolse il debutto dei Sei personaggi di Pirandello, la fiducia, dicevamo, è qui custodita negli atomi di ogni oggetto. Fiducia che dal passato prova pian piano a impossessarsi anche del futuro.
Un po’ come quel Grande avvenire dietro le spalle, il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman che sbuca nella libreria fra i tanti volumi firmati da altri mattatori del nostro cinema. E quindi targhe, premi, riconoscimenti. Quanto basta per chi oggi è considerato uno fra i più interessanti interpreti italiani. Ma ci sono anche poster di film del passato, su tutti C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. «La mia summa», dice fiero Leo, «le locandine sono un regalo di Pierfrancesco Favino per i quarant’anni».
Saltando tra sciarpe e simboli della Roma, ritorniamo però subito da Gassman, che a questa intervista fa da sfondo di diritto: insieme al magnifico Salvo Randone, interpretò nel 1956 una delle più straordinarie edizioni teatrali europee di Otello. I due si lanciarono in una rara e indimenticabile prova d’attore al punto da alternarsi, di recita in recita, nei ruoli del moro e dell’alfiere Iago. Da antologia. Come da libro di testo, per passare al cinema, fu l’Otello di Orson Welles che vinse nel 1952 la Palma d’oro al festival di Cannes.
E allora, Leo, permetta l’insistenza: chi gliel’ha fatto fare? Non teme certi confronti?
«Veramente no. Anche se loro sono stati dei mostri sacri, il mio vero confronto è direttamente con Shakespeare».
Si spieghi, pardon.
«La sfida che ho ingaggiato è con il linguaggio dell’autore. Ho voluto modernizzarlo, ambientando la storia ai giorni nostri».
E quindi, come ha affrontato il testo originario?
«Posso dire che nel film non ha subìto alcuna correzione, le parole di Shakespeare sono sempre le stesse. Magari qualche passaggio è stato tagliato, ma nient’altro. E ho curato personalmente la traduzione».
Traduzione?
«Sì, gli interpreti parlano quasi tutti in dialetto romano».
Dall’inglese al romanesco. Eppure in origine è una tragedia borghese, potremmo dire alla Strindberg?
«Ritengo che questa lingua sia però la forza e la modernità del film. Il testo letterale di Shakespeare oggi fatica pure ad essere rappresentato nei teatri britannici. Lo dicono gli inglesi stessi. Il dialetto romano ha reso invece Otello contemporaneo, più legato ai codici della crudeltà di oggi. Basti pensare che per i sottotitoli abbiamo realizzato la traduzione al contrario, partendo proprio dal romanesco, senza riproporre il testo originale».
Un esempio aiuterebbe.
«Che so, prendiamo un passaggio: “La gelosia è un mostro coll’occhi verdi che sputa ner piatto ndo’ magna”».
Beh, decisamente una versione più moderna.
«L’originale è: “La gelosia è un mostro con gli occhi verdi che irride il cibo di cui si pasce”. Insomma, non immediato. Le traduzioni stesse sono espressione di un preciso momento storico. Come lo sono certi cliché, pensiamo a chi ha interpretato nel tempo il moro di Venezia».
Sì, inizialmente attori truccati. Ma quasi mai di origine maghrebina, come il Bardo invece probabilmente ipotizzava considerando la presenza straniera a Londra del tardo Cinquecento e primo Seicento.
«Sì, anche in questo caso per rispettare la fedeltà al testo ho scelto come interprete il bravissimo Jawad Moraqib, ma ho faticato non poco a trovarlo, a trovare l’Otello adatto».
Al quale però ha asciugato comunque qualche monologo. Perché?
«Prendiamo l’ultimo soliloquio di Otello, quello prima del suicidio: parole così nobili che alla fine, in qualche modo, spingono quasi ad entrare in empatia con lui. Ma, badiamo bene, stiamo parlando di un killer, di un uomo che uccide la propria compagna per gelosia. Per questo ho ridotto al minimo quella parte, non volevo che si provasse alcuna commiserazione. Ormai leggiamo troppi titoli sui giornali di mariti che ammazzano le mogli. Il senso del possesso dell’uomo verso la donna è una patologia che, Otello insegna, resiste almeno da quattrocento anni».
E qui veniamo alla modernità di questa tragedia, forse la più attuale di Shakespeare. Il femminicidio, l’individualismo dell’uomo piegato allo scetticismo; ma anche il narcisismo patologico di chi gode del fallimento altrui, vedi gli odiatori di internet oggi, il trionfo della disinformazione, le fake news, tutto racchiuso in quel personaggio che – scrisse il grande critico americano Harold Bloom – entra di diritto in ogni girone dell’Inferno dantesco.
Insomma, oltre all’omicida Otello, l’uomo moderno della tragedia è senz’altro Iago. Non è così?
«Non vi è dubbio. Iago, lo scudiero vendicativo, finge di dirti la verità, ma si tratta sempre di bugie. Vuole diventare il numero uno, distruggere Otello, e per raggiungere il suo obiettivo calpesta tutti. Chi è più attuale di lui?».
Un altro storico critico letterario, l’inglese William Hazlitt, disse che Iago svolge una grande attività intellettuale animato da una totale assenza di principi morali.
«E molta politica oggi non fa forse esattamente questo?».
Così lei arriva a prendere una frase di Iago stesso, “non sono quello che sono”, per farne il titolo del film. Shakespeare, sempre secondo Bloom, la saccheggia a sua volta da San Paolo: “Per grazia di Dio, io sono quello che sono”.
«L’ho scelta perché rappresenta un passaggio-simbolo della personalità del personaggio Iago. Quella che lo identifica meglio».
E a questo punto anche lei, vista la virata shakespeariana, potrebbe in fondo dire: non sono quello che sono.
«Assolutamente».
Che cosa invece sarà?
«Sarò il protagonista di un film di Liliana Cavani, quindi della serie tv Il clandestino, per poi concedermi un anno di totale riposo dal cinema. Farò soltanto teatro con il mio Ti racconto una storia».
Nel frattempo riceve gli elogi persino del New York Times per l’interpretazione in Era ora su Netflix, ma anche, va comunque registrata, la foto nel cruciverba di copertina della Settimana Enigmistica. Sinceramente, di che cosa va più fiero?
«Della Settimana Enigmistica, ovviamente», dice Leo con il sorriso e dopo una pausa. «Il New York Times mai letto prima, la rivista invece da ragazzo l’avevo sempre nel bagno di casa. E che cosa c’è di meglio del diventare famosi stando vicino ai water degli italiani?».
Sul Venerdì del 28 luglio 2023