Bruce Lee: il mito resiste con furore
di Piero MelatiLa statua di Bruce Lee nell'Avenue of the Stars a Hong Kong. Getty Images
Tutta colpa di Mao Tse-tung. Il dittatore comunista cinese conquistò il potere in Cina nel 1949. La censura che subito impose lasciò a Hong Kong, allora sotto protettorato inglese, il monopolio del cinema in Asia. Non solo. Il divieto di portare armi nella stessa Hong Kong, misura presa per evitare scontri al confine, segnò il ritorno delle tradizionali arti marziali a mani nude, una sorta di rude religione dei monaci Shaolin. Qui crebbe un ragazzino, che il padre Hoi Chuen, attore e oppiomane, aveva fatto nascere su suolo americano. Questi fattori fecero da incubatore a una delle prime icone pop planetarie del nostro tempo. La sua vita – come sempre capita ai simboli – è stata annebbiata da leggende. Oggi Michele Martino la riporta con i piedi sulla terra nella biografia Bruce Lee. L’avventura del piccolo drago (66thand 2nd edizioni).
Ritratto da Banksy
Il pantheon delle nuove icone lo aveva fissato Andy Warhol. Nella sua famosa serie serigrafica da duecento milioni di dollari a pezz…
Tutta colpa di Mao Tse-tung. Il dittatore comunista cinese conquistò il potere in Cina nel 1949. La censura che subito impose lasciò a Hong Kong, allora sotto protettorato inglese, il monopolio del cinema in Asia. Non solo. Il divieto di portare armi nella stessa Hong Kong, misura presa per evitare scontri al confine, segnò il ritorno delle tradizionali arti marziali a mani nude, una sorta di rude religione dei monaci Shaolin. Qui crebbe un ragazzino, che il padre Hoi Chuen, attore e oppiomane, aveva fatto nascere su suolo americano. Questi fattori fecero da incubatore a una delle prime icone pop planetarie del nostro tempo. La sua vita – come sempre capita ai simboli – è stata annebbiata da leggende. Oggi Michele Martino la riporta con i piedi sulla terra nella biografia Bruce Lee. L’avventura del piccolo drago (66thand 2nd edizioni).
Ritratto da Banksy
Il pantheon delle nuove icone lo aveva fissato Andy Warhol. Nella sua famosa serie serigrafica da duecento milioni di dollari a pezzo, aveva battuto il canone: “essere umano” come lo stesso Mao Tse-Tung oppure Marilyn, o semplice “cosa”, come le confezioni di zuppa Campbell, non importava. Erano i graffiti di una nuova mitologia. Warhol non ha mai dedicato una delle sue opere a Bruce Lee. Ma ci ha pensato il più accreditato dei suoi eredi, il misterioso Banksy, a effigiare più di recente la star cino-americana sul muro di una accademia di arti marziali a Halesowen, nelle West Midlands inglesi.
All’inizio degli anni 70, quando la Bruce Lee-mania esplose, l’Occidente era ancora solcato dal cosiddetto “lungo ‘68”. Film come Easy Rider o il documentario sul festival di Woodstock tenevano banco, nelle marce contro la guerra in Vietnam il maoismo cinese veniva coccolato, Beckett e Bellow contendevano a fatica la scena editoriale al più venduto Il gabbiano Jonathan Livingston, ci si rivolgeva ancora al vecchio Hemingway, grazie al postumo Isole nella corrente. Cosa c’entravano mai con tutto questo le arti marziali, di cui Bruce Lee è stato il sommo sacerdote?
Un’epoca violenta
Una chiave di lettura si trova nella rappresentazione della violenza di quegli anni. Gli ex brigatisti rossi ci hanno raccontato come l’infatuazione per le armi sia loro venuta guardando al cinema i film di Steve McQueen, che agli inizi degli anni 70 era uno dei più intimi amici di Bruce Lee. I terroristi nostrani erano riusciti, inquietantemente, a impastare il fucile a pompa del film Getaway! con lo spettrale rigore ideologico da Rivoluzione russa del 1917. Lo stesso Bruce Lee ha ripetuto spesso di aver voluto imitare quel Clint Eastwood che – con la serie dell’ispettore “Dirty Harry” Callaghan – ha offerto un uso disinvolto di crudeltà e cinismo che oggi sarebbe considerato altamente scorretto replicare. L’immagine dell’Oriente presso noi occidentali è stata da sempre una invenzione e una macchina di fantasia. Quella coagulatasi intorno alla figura di Bruce Lee, in particolare, ha rappresentato una generale semplificazione dei problemi e una capacità di farsi giustizia con le sole proprie mani, finalmente liberati da ogni protesi tecnologica.
Questo furono le arti marziali, nell’immaginario occidentale del tempo. Così come segnarono un ritorno alla fisicità, in una parte del mondo fin troppo sclerotizzata da intellettualismo. Chi non conosce ancora oggi Bruce Lee? A cinquant’anni dalla morte, la sua aura resta intatta. Sin da ragazzo non amava le scuole ufficiali, leggeva testi filosofici, affermava che «il cuore del kung fu è il Tao». Questa immagine di ribelle vagamente mistico ha finito per attrarre ulteriormente. Lui, alle lezioni dei maestri pedanti, preferiva i più brutali beimo (confronti di abilità) sui tetti di Kowloon, anticipando il Fight club di fine anni Novanta di Chuck Palahniuk.
Duello a Chinatown
All’improvviso, racconta Martino, Bruce fugge negli Stati Uniti, forse per aver picchiato il figlio di un boss delle Triadi. Apre un piccolo club a Seattle, per insegnare una versione modificata del wing chun, via di mezzo tra balletto e mimo. Bruce sosteneva che si può combattere anticipando o prevedendo l’avversario. Intanto conosce la futura moglie, Linda Emery, con cui avrà un figlio, Brandon, investito da altrettanta, oscura leggenda: attore e artista marziale come il padre, morirà a 28 anni sul set del film Il corvo, ucciso da una pallottola partita per fatalità.
Nel frattempo, Bruce comincia a essere inviso presso le Chinatown d’America: «insegna agli stranieri le nostre arti segrete», questa l’accusa. Un giorno bussano alla porta del suo club nove persone. Lo invitano a duello. «Il tuo amico ti ha portato qui per farti ammazzare» dice loro Bruce. Allora quelli propongono di concordare le regole. Lui rifiuta: «Siete voi che mi avete sfidato. Per quanto mi riguarda non ci sono regole». Il duello, scrive Martino, verrà narrato in decine di versioni differenti. «Era come combattere con un’ombra» dissero i testimoni.
A Los Angeles c’era un parrucchiere, tale Jay Sebring, dove andavano Frank Sinatra e Steve McQueen, Paul Newman e Jim Morrison. Tra i clienti, anche il produttore William Dozier. Cercava un asiatico per uno spin-off su Charlie Chan. Il parrucchiere gli suggerisce Bruce Lee. Lo spin-off non si farà, ma Dozier – che aveva avuto successo con i telefilm Batman – gli procura la parte dell’esperto di arti marziali Kato in The Green Hornet. Dai bassifondi si ritrova improvvisamente al ventitreesimo piano di Barrington Plaza. Ora i fan del kung fu lo adorano. Nei telefilm, la velocità nell’uso dei nunchaku (due corti bastoni legati da una catenella) viene definita “disumana”. «Può mettere a nanna Cassius Clay» scrivono i giornali.
L’amico Steve Mcqueen
Apre così il Jun Fan Gung Fu Institute. Siamo sempre nella Chinatown di Los Angeles, ma stavolta trattasi di club esclusivo. Uno dei primi allievi è il cantante e attore Vic Damone. Per scommessa, irromperanno nella suite di Frank Sinatra, per mettere ko le guardie del corpo di The Voice. La bravata fa rumore. Al club si iscrivono subito Steve McQueen (che inizierà Bruce Lee alla marijuana), James Coburn, Roman Polanski. Quando nel marzo del 1970 torna a Hong Kong è già un mito. In una maratona tv, anche il figlio Brandon di cinque anni spezza tavolette con le mani. Qui c’è una mecca del cinema che fa quasi impallidire Hollywood, la cosiddetta “Movietown”: dieci teatri, sedici set, laboratori, sale montaggio. Hanno appena inventato il filone dei film sulle arti marziali. Bruce ne ha visto il primo a Los Angeles, in compagnia di McQueen, The Chinese Boxer. Chiude un contratto con Hong Kong per due film, Dalla Cina con furore e Il furore della Cina colpisce ancora. Il successo sarà strabiliante.
La più grande scena di combattimento mai girata arriva con il terzo film, L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente. Dodici giorni di lavoro a Roma con irruzione al Colosseo senza permessi, per inscenare il leggendario duello finale con Chuck Norris. Il film, nel 1973, incassa 90 milioni di dollari.
Ma il 20 luglio, a 32 anni, il Piccolo Drago muore. Perché? Droga, omicidio, vendetta delle Triadi, banale colpo di calore. Ma anche, si dice, la tecnica del dim mak (il tocco della morte) usata contro di lui da un maestro Shaolin in un combattimento segreto.