Il viaggio di Patrick Zaki verso il futuro
di Francesca Caferri , Ilaria VenturiBologna. Oggi che cammina libero sotto i portici, lo tocca con mano anche lui: da tre anni, fra queste strade, come in certi ambienti del Cairo, Patrick Zaki è il figlio di tutti. Glielo dicono le anziane signore che lo fermano per abbracciarlo: «Non so l’inglese ma te lo dico: bravo!»; e i ragazzi che gli raccontano «Sai, ho fatto un disegno, uno striscione, ho raccolto le firme per te». Chi gli stringe la mano, chi gli chiede un selfie, nei bar il caffè o un drink è sempre offerto. Ogni passo un sorriso e un «posso salutarti» e un «bentornato». Un abbraccio collettivo nella città dove studiava e che per la sua liberazione non ha mai permesso che si spegnessero i riflettori. Un bagno di folla alla sua apparizione in università e in piazza Maggiore, a poche ore dall’atterraggio in Italia, e una festa che il Comune ha organizzato per lui domenica scorsa.
La famiglia allargata di Zaki parla bolognese e viene dal Cairo, là dove tutti gli amici alla vigilia della partenza per l’Italia si …
Bologna. Oggi che cammina libero sotto i portici, lo tocca con mano anche lui: da tre anni, fra queste strade, come in certi ambienti del Cairo, Patrick Zaki è il figlio di tutti. Glielo dicono le anziane signore che lo fermano per abbracciarlo: «Non so l’inglese ma te lo dico: bravo!»; e i ragazzi che gli raccontano «Sai, ho fatto un disegno, uno striscione, ho raccolto le firme per te». Chi gli stringe la mano, chi gli chiede un selfie, nei bar il caffè o un drink è sempre offerto. Ogni passo un sorriso e un «posso salutarti» e un «bentornato». Un abbraccio collettivo nella città dove studiava e che per la sua liberazione non ha mai permesso che si spegnessero i riflettori. Un bagno di folla alla sua apparizione in università e in piazza Maggiore, a poche ore dall’atterraggio in Italia, e una festa che il Comune ha organizzato per lui domenica scorsa.
La famiglia allargata di Zaki parla bolognese e viene dal Cairo, là dove tutti gli amici alla vigilia della partenza per l’Italia si erano riuniti nella sua nuova casa per festeggiarne la liberazione: il gotha della società civile egiziana giunto a salutare quel ragazzo che tre anni fa, prima di finire in carcere, era un promettente universitario. E che oggi è diventato una voce importante per gli attivisti che si oppongono ad Abdel Fatah al Sisi. Anche perché è uno dei pochi, fra di loro, a cui è consentito viaggiare all’estero, in virtù della grazia che il presidente gli ha concesso il 19 luglio.
C’è un mondo intorno a Patrick Zaki, un mondo che negli ultimi tre anni è stato più o meno visibile all’occhio del grande (grandissimo) pubblico che ha seguito la vicenda dello studente dell’Alma Mater arrestato al Cairo nel febbraio 2020. E che dieci giorni fa a Bologna ha celebrato il suo ritorno da uomo libero, in qualche caso incontrando per la prima volta di persona quel ragazzo diventato suo malgrado un’icona.
Gli amici e l’ateneo
La famiglia allargata di Patrick nasce su Internet. Uno dei primi a farne parte è Riccardo Noury, che lancia l’allarme sulla sua sorte via Twitter. Inizia così quella che tre anni e mezzo dopo, pochi minuti prima degli abbracci che vedete fotografati in queste pagine, il portavoce di Amnesty International Italia definisce «la nostra campagna più importante del Ventunesimo secolo». Con lui c’è l’intera sezione italiana dell’ong, capitanata dal presidente Gianni Rufini (deceduto nel 2021).
Immediatamente, al gruppo si uniscono i compagni di corso, il Master Gemma in Women’s and Gender Studies. Al quinto giorno dopo l’arresto, il 7 febbraio 2020, sono già in piazza Nettuno coi cartelli #freepatrick. Hanno capito tutto e al volo. Sofia Selighini, Giada Rossi, Rafael Garrido, circondati da un capannello di gente, promettono: «Ci saremo ancora». In un click lanciano la campagna web, con la pagina “Patrick libero”, organizzata da Amr Abdelwahab, ingegnere informatico, e Nour Khalil. Due fra i migliori amici di Patrick che da Berlino e da Bologna faranno da ponte con il Cairo: 24 ore su 24, sette giorni su sette, senza tregua. Fino all’abbraccio al momento del ritorno fra la folla di via Zamboni: ricci persi fra i ricci, risate, pacche sulle spalle e frasi in arabo comprensibili soltanto a loro.
Ma a mobilitarsi era stato anche l’ateneo. Patrick è cittadino di una comunità universitaria che non ha confini e che nel suo statuto ha la difesa dei diritti della persona, della libertà di ricerca e pensiero. Erano una ventina quella prima sera a Bologna: diventano cinquemila il 17 febbraio. La città che sfila da oltre 40 anni per chiedere verità sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980 si ritrova in corteo per il giovane egiziano: non a caso alla campagna si uniscono da subito i volontari di Station to Station guidati da Moreno Zoli e Marina Baldisseri, da anni impegnati per tenere viva la memoria sulla strage.
Coi suoi studenti c’è sin dal primo momento la professoressa Rita Monticelli. La prof di Zaki. Tenace, instancabile, non permetterà che il caso cada nel dimenticatoio: «una di famiglia, un’amica», la chiamerà poi lui. Per lei è la prima telefonata in Italia dopo il rilascio, nel dicembre 2021. «Ciao Rita, sono Patrick»: e chi sennò?
Al fianco di Monticelli l’ateneo raccoglie lettere, promuove appelli e muove le università europee. E poi il resto della città: «Non ci arrenderemo, Zaki è il nostro partigiano dei diritti umani», è il grido di Virginio Merola, il sindaco che ha iniziato la battaglia proseguita dal successore Matteo Lepore. Due sindaci, due rettori, Francesco Ubertini e Giovanni Molari, una squadra di calcio – “Giustizia per Patrick” è lo striscione allo stadio Dall’Ara – un’intera città. Ad ogni udienza un presidio. Istituzioni, società civile. E tanta, tanta gente comune.
Gli artisti-attivisti
Alessandro Bergonzoni, l’attore che si è speso sin dalla prima ora, parla di sollevazione: «Abbiamo cercato di sollevare lui e noi da terra, è stato un gesto artistico: mettersi in piazza a congiungere vite». L’arte e il corpo in piazza. Il disegnatore attivista Gianluca Costantini fa il ritratto di Patrick avvolto dal filo spinato, diventerà l’icona della campagna: maxiposter in piazza e sotto le Due torri, sagome che riempiono gli spazi svuotati dalla pandemia, le panchine, le sedie nelle aule e biblioteche universitarie. Il Mei (Meeting delle etichette indipendenti) e Voci per la libertà promuovono “Voci per Patrick” a un anno dal suo arresto. A Roma intanto la street artist Laika più di una volta rischia l’arresto andando a dipingere sul muro dell’ambasciata egiziana il volto di Zaki. Creatività e impegno.
Gli striscioni gialli di Amnesty “Libertà per Patrick” accanto a quelli che chiedono “Verità per Regeni” appaiono in centinaia di municipi.
Il lato nascosto
Al Cairo intanto, il mondo di Patrick guarda con meraviglia a tutto quello che succede in Italia. Nessuno si aspettava una cosa così enorme.
L’universo dello studente nella capitale ruota intorno a due poli: l’ufficio dell’Eipr, l’ong con cui collabora, nel quartiere di Dokki. E la casa della sua famiglia, nella periferia della capitale. All’Eipr lavora Hoda Nasrallah, «un’altra sorella» nelle parole di Patrick. L’avvocatessa con cui per mesi aveva seguito i casi di discriminazione nei confronti dei copti (un articolo sul tema è quello che ha portato alla condanna) il 7 febbraio 2020 è diventata colei che per mesi si è scontrata con giudici e procuratori per tirarlo fuori di cella. Tailleur pantalone come divisa, nessun problema ad alzare la voce per farsi rispettare, Nasrallah è tanto dura quanto piccola di statura: non ha indietreggiato, non si è mai arresa, anche nei momenti più bui è uscita dal tribunale combattiva e determinata. «Lo tireremo fuori», è sempre stato il suo motto.
Con lei una figura solo all’apparenza più morbida: quella sempre elegante di Ghasser Abdel-Razek, il presidente di Eipr al momento dell’arresto di Zaki, una sorta di padre putativo per lui: un uomo da decenni in prima fila nella difesa delle libertà civili in Egitto e che ha pagato il suo impegno con il carcere. Dal primo momento Abdel-Razek è diventato il ponte fra l’Italia e l’Egitto: giornalisti, diplomatici, università e società civile. Tutti – di persona, per telefono, in videocollegamento – sono passati dalla sua casa di Maadi, cuore del Cairo. «Sono fiero di lui: ha tenuto duro ed è rimasto la persona dal cuore d’oro che conoscevamo», dice ora, dopo aver passato tre anni a promettere ai due figli che Patrick sarebbe tornato per portarli di nuovo allo stadio e litigare su quali fossero i calciatori migliori.
Un altro ponte è quello che ha costruito Yousra el Klesly, la migliore amica di Patrick: prima di questa vicenda la vita di Zaki correva lungo due binari paralleli. Quello della sua famiglia, la mamma Hala, il papà George, la sorella Marise, gli zii: un universo molto legato alla chiesa cristiano copta e ai suoi valori, come raccontano le icone e i crocifissi nella casa di Mansoura degli Zaki Soliman. E quello del Cairo: gli ambienti progressisti, i circoli della protesta poi sfociata in piazza Tahrir. Yousra ha messo insieme tutto questo: c’è lei l’8 dicembre del 2021 ad abbracciarlo fuori dal carcere quando lo studente esce dopo ventidue mesi di galera. Lei e Marise, la sorella minore che a Patrick guarda come un esempio e che dalla crisi iniziata nel febbraio 2020 è stata costretta a buttare via la timidezza per diventare portavoce della famiglia. Lunghi capelli neri, voce morbida, nei giorni scorsi la si è vista girare nelle strade di Bologna quasi incredula dell’affetto di quel mondo di cui il fratello le aveva parlato con tanta passione.
Insieme alle due ragazze c’è naturalmente Reny Iskander, l’universitaria dai capelli rossi che con Patrick aveva da poco iniziato una relazione prima dell’arresto. In questi anni Reny è diventata parte della famiglia Zaki Soliman: ben prima che il legame venga ufficializzato con il matrimonio al Cairo previsto per il 9 settembre. «La mia roccia, la mia confidente, la mia più grande sostenitrice», la chiama oggi il fidanzato tenendola per mano a Bologna.
Il futuro
Quale sarà il futuro di Zaki? Continuerà ad occuparsi di diritti umani e al momento questa, insieme alle nozze, è l’unica certezza. Nei giorni scorsi ha parlato di proseguire gli studi, cosa che chi gli sta vicino vorrebbe che avvenisse all’estero, lontano dalle pressioni dell’Italia. Un futuro in politica, come si è sussurrato, pare lontano.
Una cosa è certa: la famiglia di Patrick oggi è fatta da dozzine di persone. Tantissime, troppe per citarle o fotografarle tutte in queste pagine. Famose o no, immortalate nei nostri scatti o meno, tutte con un unico punto in comune: non hanno intenzione di lasciarlo andare, neanche quando le luci dei riflettori si saranno – finalmente – spente.