Leggere nel pensiero si può: è in pericolo la nostra privacy mentale?
di Giuliano AluffiSiete in ufficio e indossate degli auricolari con un minuscolo sensore che riconosce le vostre emozioni e le usa per adattare la playlist musicale. A un certo punto vi mettete a fantasticare su ciò che farete nel weekend. «Che fai? Torna al lavoro!» tuona il vostro capo, che sul suo monitor vede scorrere in tempo reale gli encefalogrammi degli impiegati, captati dagli auricolari. Uno scenario inquietante, ma anche imminente secondo la futurologa Nita Farahany, docente di legge alla Duke University e consulente di Obama, dal 2010 al 2017, per la bioetica. Nel recente e provocatorio saggio The Battle for Your Brain: defending the right to think freely in the age of neurotechnology (La battaglia per il vostro cervello: difendere il diritto di pensare liberamente nell’era della neurotecnologia, St Martins Press), Farahany ammonisce che è ora di definire – e difendere – un concetto che fino ad oggi poteva apparire pura fantascienza: la privacy mentale, ovvero il diritto a non condividere i…
Siete in ufficio e indossate degli auricolari con un minuscolo sensore che riconosce le vostre emozioni e le usa per adattare la playlist musicale. A un certo punto vi mettete a fantasticare su ciò che farete nel weekend. «Che fai? Torna al lavoro!» tuona il vostro capo, che sul suo monitor vede scorrere in tempo reale gli encefalogrammi degli impiegati, captati dagli auricolari. Uno scenario inquietante, ma anche imminente secondo la futurologa Nita Farahany, docente di legge alla Duke University e consulente di Obama, dal 2010 al 2017, per la bioetica. Nel recente e provocatorio saggio The Battle for Your Brain: defending the right to think freely in the age of neurotechnology (La battaglia per il vostro cervello: difendere il diritto di pensare liberamente nell’era della neurotecnologia, St Martins Press), Farahany ammonisce che è ora di definire – e difendere – un concetto che fino ad oggi poteva apparire pura fantascienza: la privacy mentale, ovvero il diritto a non condividere i nostri pensieri con chicchessia, e soprattutto con i colossi della Silicon Valley.
La lettura del pensiero infatti è oggi, in buona parte, possibile: uno studio di ricercatori della National University di Singapore, pubblicato a maggio, mostra ad esempio come si possa, a partire dalla risonanza magnetica del cervello di un soggetto che sta guardando un video, ricostruire con sorprendente fedeltà il video in questione. Proprio come se si estraesse dal nostro cervello, in tempo reale, ciò che stiamo vedendo. Il principio di fondo è noto ormai da diversi anni: cogliere, tramite risonanza magnetica, il modo in cui il cervello codifica, per memorizzarle, le immagini che vediamo. E poi, una volta registrato il modo caratteristico in cui i nostri neuroni reagiscono di fronte alla visione di un gatto, di un albero o qualsiasi altro oggetto, per leggere il pensiero basterà sottoporre di nuovo il soggetto a risonanza magnetica e dirgli di pensare a ciò che vuole. Se il computer individua l’attività cerebrale che, per quell’individuo specifico, significa “gatto”, allora il soggetto sta pensando a un gatto. Et voilà, la lettura del pensiero è servita.alsùalsùsl
Gli investimenti di Meta & Co
La novità è, oggi, l’uso dei software di intelligenza artificiale generativa (come Midjourney o Dall-E 2) per riprodurre con una precisione inusitata le immagini captate dal cervello, mostrandole anche in forma di video. «Ma la risonanza magnetica richiede ingombranti apparecchiature. Per intuire le intenzioni ed emozioni altrui bastano tecnologie molto più maneggevoli, come l’elettroencefalografia. Molte aziende stanno investendo su queste applicazioni» spiega Farahany. «Ad esempio Meta, nel 2025, metterà in commercio la terza generazione degli occhiali Ray-Ban Stories che avranno un’interfaccia a realtà aumentata per mostrare messaggi in arrivo e traduzioni in tempo reale. La si potrà comandare con la mano, muovendo le dita su una tastiera immaginaria. Una fascia neurale da polso intercetta e decodifica gli impulsi che il cervello manda alla mano, attraverso i nervi del braccio, per farla muovere come desideriamo. Captando quindi le nostre intenzioni» spiega Farahany.
«Anche Snap ha un progetto analogo. Wisear invece (premiata al CES di Las Vegas in gennaio) usa degli elettrodi, piazzati in quelli che sembrano normalissimi auricolari, per decodificare i segnali elettrici del cervello, dei muscoli oculari e di quelli facciali e usarli come comandi per gadget. Ancora: Apple ha brevettato una maschera copriocchi che registra, attraverso gli AirPods (cuffiette, ndr), l’elettroencefalogramma mentre ci si rilassa. Diversi studi mostrano che con queste tecnologie commerciali già oggi si possono intuire non solo gli stati emotivi di una persona, ma anche (per ora) riconoscere semplici forme geometriche a cui pensiamo. E, con qualche sottigliezza, anche informazioni delicate. Un “hacker cerebrale”, ad esempio il programmatore di un videogioco nel quale usiamo uno di questi dispositivi per guidare un personaggio, potrebbe mostrarci sullo schermo dei numeri e, captando via encefalogramma come reagiamo a ogni numero, ricostruire il Pin del nostro bancomat: lo ha provato uno studio di Dawn Song, docente di intelligenza artificiale alla University of California».
Tutti questi gadget scrutacervello pongono anche un problema nuovo. «Sono incorporati in dispositivi che ci sembrano del tutto inoffensivi perché li usiamo d’abitudine. Per ospitare i nuovi sensori non servono più, come 10 anni fa, calotte o fasce che nessuno indosserebbe nella sua vita quotidiana: bastano auricolari in apparenza normalissimi, o smartwatch come quelli che sfoggiamo da anni, ma che ora sono in grado di cogliere gli impulsi cerebrali» spiega Farahany. «Essendo oggetti che usiamo per mille cose – come fare chiamate o ricevere notifiche dai social – li indossiamo per gran parte della giornata, ampliando così la quantità di dati cerebrali che possono registrare».
Svegliate l’autista
A Farahany ovviamente non sfuggono le implicazioni positive delle nuove neurotecnologie. «Esistono cappellini che rilevano in tempo reale quando una persona, ad esempio l’autista di un camion, sta entrando nelle prime fasi di un microsonno» spiega. «Lo fanno grazie a elettrodi che captano l’attività cerebrale e assegnano in ogni istante un punteggio a 1 a 5 al livello di vigilanza della persona. Diverse aziende di trasporti usano questa tecnologia negli Stati Uniti, mentre in Cina lo fanno i conducenti dei treni sulla linea ad alta velocità Pechino-Shanghai». Ma quando non si tratta di evitare incidenti catastrofici, il confine tra progresso e libertà si fa più incerto: «In un sondaggio effettuato da ExpressVpn durante la pandemia, è emerso che il 78 per cento dei datori di lavoro ammette l’uso di tecnologie per monitorare dipendenti e collaboratori. Si tratta dei programmi bossware: prendono a intervalli regolari screenshot di ciò che gli impiegati hanno sul monitor e tracciano l’uso del Web e dei social media» spiega la studiosa. «Il passo successivo è scontato: usare l’attività cerebrale per evincere l’operosità di un individuo». Con tecnologie come quelle della startup bioinformatica Emotiv: «I suoi auricolari Mn8 permettono di ascoltare musica e partecipare a videoconferenze, ma hanno anche due elettrodi che consentono ai datori di lavoro di monitorare le funzioni emotive e cognitive dei dipendenti. Insieme all’azienda di software Sap, Emotiv ha sviluppato un software, Focus Ux, che legge gli stati cognitivi e fornisce agli impiegati un feedback sul loro livello di attenzione e di stress. Lo fa registrando l’attività delle onde Alfa nel cervello: se è bassa, significa che siamo concentrati. Se invece è alta vuol dire che siamo distratti o stiamo fantasticando». Colto un calo d’attenzione, il software manda un messaggio sul computer dell’impiegato: «È tempo per un break: preferisci fare due passi o una meditazione di 5 minuti per riprendere la concentrazione?».
Insomma, via via che i sensori diventano più potenti e gli algoritmi più efficaci, il nostro cervello diventa più trasparente e leggibile. «Dobbiamo iniziare a chiederci quanto siamo disposti a tollerare, come società, le intrusioni nella privacy mentale» chiosa Farahany. «È vero che c’è un forte interesse sociale nell’assicurarsi che un guidatore non si addormenti al volante, ma ci sono tanti altri ambiti in cui il diritto dell’individuo alla sua privacy mentale deve prevalere su tutto. E poi dovremo definire un limite ai dati che si possono registrare: sì al livello di veglia, ad esempio, ma no all’intercettazione di pensieri o emozioni. E dovremmo sempre essere informati su quali dei nostri dati cerebrali sono captati – oltre che da chi e perché – ed essere in grado di opporci».
Sul Venerdì del 4 agosto