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Schwarzenegger: sono tutto muscoli e cervello

Schwarzy in Austria (Arnold’s Personal Archive. Property of Oak Productions, Inc.)

 
Prima culturista, poi star di Hollywood e della politica, Arnold si autocelebra in un libro monumentale. Raccontato per noi da uno che lo conosce molto bene
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LOS ANGELES. «Ladies & Gentlemen, Arnold Schwarzenegger» annuncia Benedikt Taschen mentre invita la “Quercia austriaca” su palcoscenico dell’Academy Museum, e io non posso che tornare indietro nel tempo, esattamente come il cyborg assassino in Terminator, inviato nel passato per uccidere Sarah Connor, e pensare ai nostri gradi di separazione, che sono assai meno di sei. L’unica differenza è che le immagini che scorrono velocemente davanti ai miei occhi sono tutt’altro che cruente e cupe, anzi: sono piene di risate e aneddoti noti solo a chi c’era.

E io c’ero. E ci sono stato moltissime volte. Perché prima di darmi al giornalismo, sono stato l’interprete in America di Dino De Laurentiis per quasi 20 anni. Dino è stato il nonno che non ho avuto, perché se n’era andato poco prima di poterlo incontrare. Il nostro rapporto era paterno, amichevole, burbero, a volte anche duro, ma mai noioso. Sono stati anni di viaggi, di film, copioni tradotti, set, attori e registi, e quei ricordi…

LOS ANGELES. «Ladies & Gentlemen, Arnold Schwarzenegger» annuncia Benedikt Taschen mentre invita la “Quercia austriaca” su palcoscenico dell’Academy Museum, e io non posso che tornare indietro nel tempo, esattamente come il cyborg assassino in Terminator, inviato nel passato per uccidere Sarah Connor, e pensare ai nostri gradi di separazione, che sono assai meno di sei. L’unica differenza è che le immagini che scorrono velocemente davanti ai miei occhi sono tutt’altro che cruente e cupe, anzi: sono piene di risate e aneddoti noti solo a chi c’era.

E io c’ero. E ci sono stato moltissime volte. Perché prima di darmi al giornalismo, sono stato l’interprete in America di Dino De Laurentiis per quasi 20 anni. Dino è stato il nonno che non ho avuto, perché se n’era andato poco prima di poterlo incontrare. Il nostro rapporto era paterno, amichevole, burbero, a volte anche duro, ma mai noioso. Sono stati anni di viaggi, di film, copioni tradotti, set, attori e registi, e quei ricordi che porto nel cuore mi fanno sempre venire il sorriso sulle labbra. “E che ce devo fa’”, avrebbe detto lui.

Come dicevo, io c’ero. Ogni domenica, unico invitato, a guardare le partite di serie A in diretta. Arrivavo a casa sua nel primo pomeriggio, con Dino che mi aspettava sulla porta del cucinino con cappuccino e anguria fresca. Qui, diventava per me Dino il tifoso, il nonno, l’uomo comune. Erano le uniche occasioni in cui osavo dargli del tu. Io e lui. Fuori di lì, l’ho sempre chiamato “Dottore”.

Io c’ero. Al primo incontro tra Arnold Schwarzenegger e Dino. Per organizzare questo meeting l’agente di Arnold lavorò per mesi, nella speranza che il suo protetto potesse ottenere il ruolo di protagonista in Flash Gordon. L’incontro durò 1 minuto e 40 secondi. Quando Arnold arrivò nell’ufficio di Dino, vide un uomo piccolo, seduto dietro un’enorme scrivania, e ridendo disse: «Perché un uomo piccolo come lei ha bisogno di una scrivania così grande?».

«Arnold, ammazza... c’hai n’accento», fu la risposta di Dino.

«Anche tu hai un accento!», ribatté il gigante.

«Out, fuori di qui, nu’o puoi fa’ sto film, non sei adatto. Te chiamo n’atra volta».

E così fu. C’ero quando Dino scelse Arnold per il ruolo in Conan il Barbaro e Codice Magnum. C’ero anche quando convinse Arnold a fare «un piccolo cameo, ’n paio di scene, Arnold» in Red Sonja (Yado in Italia) solo per poi girargli attorno tutto il film a sua insaputa. Così come c’ero, camicia e cravatta rossa, suo colore preferito, il 15 Novembre 2010, l’ultima volta che vidi Dino de Laurentiis ai suoi funerali a L.A., quando, a uno uno, i più grossi produttori, attori e studio executive di Hollywood, compreso Arnold, che allora era Governatore della California, salivano sul palco, raccontando i loro tête-à-tête con Dino.

Sul set di Conan il barbaro, 1981 (Bob Penn, Universal Studios lic. LLC)

 

E c’ero anche adesso, insieme ad altri giornalisti arrivati da tutto il mondo, per celebrare ARNOLD, libro fotografico in due volumi pubblicato da Taschen al modico prezzo di 1.250 euro, in cui Schwarzenegger, 75 anni, ripercorre la propria vita, self made man nato in Austria ed emblema dell’American Dream, attraverso centinaia di fotografie – iconiche quelle di Mapplethorpe, Leibovitz, Ritts, Warhol e Scavullo – e interviste a registi, amici, leggende del culturismo e politici. Un viaggio incredibile raccontato sul palco da Schwarzenegger stesso insieme all’editor del libro Dian Hanson, con cui ha ripercorso le tappe che lo hanno portato a partire da Thal, un paesino austriaco, e diventare cinque volte Mister Universo, sette volte Mister Olympia, star di Hollywood, ex Governatore della California imparentato con i Kennedy e paladino del fitness e dell’ambiente.

Ha avuto una vita intensa. È mai stato in pace con se stesso?
«La vita è una questione di equilibrio. È importante lavorare sodo con il cervello e con il corpo. Ma soprattutto, bisogna concentrarsi su una cosa alla volta, una regola aurea che ho imparato quando da bodybuilder mi accingevo a trasformarmi in attore, e lavoravo al mio primo ruolo importante nel film Il gigante della strada, di Bob Rafelson. All’epoca, non ero impegnato solo sul culturismo: avevo anche un’attività di vendita per corrispondenza che stava esplodendo, e facevo investimenti immobiliari. Cercavo di star dietro a tutto, ma mi sentivo sopraffatto. Come ne sono uscito? Con la meditazione trascendentale, che mi ha insegnato a concentrarmi completamente, e ad affrontare un problema alla volta».

Arnold Schwarzenegger nel 1969 (Artie Zeller, 1969)

 

Medita ancora?
«Ho cominciato nel 1975 e non ho mai smesso. Anche oggi, se decido di fare qualcosa, mi dedico solo a quella e poi passo ad altro. Il mio team può confermarvi che se, per esempio, mi sto preparando per una riunione dell’USC Schwarzenegger Institute (l’istituto da lui fondato per la ricerca in campo politico nazionale e internazionale, ndr) non mi lascerò mai coinvolgere in altre discussioni. Il meeting è l’unica cosa che conta finché il lavoro non è finito, e solo allora posso passare alla cosa successiva. Ho ancora momenti in cui la mia mente è sopraffatta, ma so meditare in modi e luoghi diversi. Il tempo che passo in palestra ad esempio è pura meditazione, le partite a scacchi sono il mio modo preferito per resettare e liberare la mente in momenti di crisi. Stessa cosa quando gioco con i miei animali o vengono a trovarmi i miei figli, quando fumo i sigari, e quando guido».

Recitare le piace ancora?
«Certo. Ho smesso solo per preparami all’attività di funzionario pubblico dello Stato della California, la sesta economia al mondo. Mi ha fatto perdere soldi perché non ho fatto film in quel periodo, ma ho voluto farlo perché mi sento in debito per tutto quello che ho ottenuto dall’America. E se fossi nato americano, chissà: magari sarei diventato Presidente».

Ripensando alla sua vita e carriera, cosa pensa di aver imparato?
«Penso di essere stato molto fortunato a venire in America, creandomi una nuova identità. Il bodybuilding mi ha insegnato la disciplina e aperto la mente. Grazie allo show business, ho imparato a comunicare con gli altri, a non essere chiuso e a trasmettere emozioni, che mi sono servite anche in politica. Però è il culturismo che mi ha insegnato la lezione più importante: qualsiasi sfida decidi di affrontare richiede tempo, pazienza e duro lavoro. Una regola che ho applicato ogni singolo giorno della mia vita».

(Mike Neveux)

 

E dalla politica che cos’ha imparato?
«Quando si parla di politica tutto diventa molto complicato. È come quando si va a una conferenza sull’ambiente dove scienziati e ambientalisti cercano di impressionarsi a vicenda, senza in realtà parlare alle masse. Da governatore ho imparato a parlare chiaro per far comprendere questo tema importantissimo alla gente. Quando parliamo di cambiamento climatico, ci sono milioni di persone che non sanno esattamente di cosa stai parlando, quindi meglio dire loro che l’inquinamento uccide ogni anno sette milioni di persone, perché questo lo capiscono».

Un aneddoto che ricorda con piacere?
«Quando sono andato in Brasile con James Cameron a una conferenza internazionale con leader indigeni ed esperti ambientali. Mentre scendiamo dall’aereo, Cameron mi dice: “Arnold, non rimanerci male se qui nessuno sa chi sei”. Gli risposi di non preoccuparsi, non ho problemi con il mio ego. Avvicinandoci al villaggio, sentiamo un brusio di voci che intonano... ”Arnold, Arnold, Arnold, Arnold!” fino a quando non ci portano in una capanna e vediamo un mio poster sul muro (ride). Per la prima volta ho visto James Cameron senza parole».

Il suo rapporto con la fama?
«La accetto. Non capisco quando le persone famose si lamentano che non hanno privacy. Ma di cosa stiamo parlando? Se sei un personaggio pubblico, devi aspettarti che la gente ti si avvicini e chieda selfie e autografi. Altrimenti stai in casa. Non credo che tu possa essere famoso e rincorso da tutti e allo stesso tempo volere che nessuno ti parli. Il mio momento di solitudine è quando sono a casa, con i miei animali, davanti al camino, quando leggo o guardo la tv o fumo un sigaro dentro alla Jacuzzi».

Polaroid con autografo di Ronald Reagan (Arnold’s Personal Archive. Property of Oak Productions, Inc.)

 

Ha qualche hobby?
«Dipingo, ho imparato a scuola in Austria. Io mi limito a dipingere biglietti natalizi, per la Festa della mamma, compleanni. Non sono un pittore come Stallone, il mio arcinemico, che ha davvero i “cojones” per fare quadri enormi. Io sono un dilettante, ma mi diverto molto».

Che cosa prevede per il futuro?
«Non ne ho idea, ma cerco di mantenere la mia sanità mentale grazie alla mia routine. Mi alzo alle sei. Preparo il caffè, do da mangiare a Whiskey e Lulu (cavallino e asina), pulisco la stalla. Poi prendo la e-bike per una corsa di tre miglia fino alla Gold’s Gym, dove faccio pesi da più di 50 anni. E per quanto riguarda l’umanità,penso che le soluzioni vadano cercate a livello globale, rischiando anche di sbagliare. Forse, dovremmo tutti adottare il mantra di Samuel Beckett, “Hai mai provato? Hai mai fallito? Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”».

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