La Tata mette in castigo Hollywood
di Paola JacobbiA sinistra, Fran Drescher in sciopero lo scorso luglio con il sindacato SAG-Aftra. (Getty images)
In un lungo viaggio aereo da Los Angeles a Parigi, Fran Drescher riconobbe un pezzo grosso della rete televisiva Cbs. Attaccò bottone, lui non poteva certo scappare e lei lo convinse a darle un appuntamento per portargli un progetto di cui lei sarebbe stata protagonista. Il progetto non ce l’aveva ancora ma ci pensò durante la vacanza a Parigi. Al ritorno, si presentò alla Cbs con l’idea di una sitcom con al centro una frivolissima e simpatica ragazza di periferia che si trova a fare la babysitter a tre bambini ricchi. Era La tata, uno dei grandi successi del network americano della prima metà degli anni 90, esportato ovunque, anche in Italia dove il doppiaggio trasformò l’ebrea Fran Fine dell’originale nell’italoamericana Francesca Cacace.
Oggi Fran Drescher è presidente di SAG – Aftra, il sindacato degli attori americani che, con uno sciopero proclamato lo scorso 13 luglio, sta mandando Hollywood in tilt. Fran ricopre il ruolo che ebbe Ronald Reagan al tempo dell’unico altro scioper…
In un lungo viaggio aereo da Los Angeles a Parigi, Fran Drescher riconobbe un pezzo grosso della rete televisiva Cbs. Attaccò bottone, lui non poteva certo scappare e lei lo convinse a darle un appuntamento per portargli un progetto di cui lei sarebbe stata protagonista. Il progetto non ce l’aveva ancora ma ci pensò durante la vacanza a Parigi. Al ritorno, si presentò alla Cbs con l’idea di una sitcom con al centro una frivolissima e simpatica ragazza di periferia che si trova a fare la babysitter a tre bambini ricchi. Era La tata, uno dei grandi successi del network americano della prima metà degli anni 90, esportato ovunque, anche in Italia dove il doppiaggio trasformò l’ebrea Fran Fine dell’originale nell’italoamericana Francesca Cacace.
Oggi Fran Drescher è presidente di SAG – Aftra, il sindacato degli attori americani che, con uno sciopero proclamato lo scorso 13 luglio, sta mandando Hollywood in tilt. Fran ricopre il ruolo che ebbe Ronald Reagan al tempo dell’unico altro sciopero di attori che, nel 1960, come quello attuale, accadde in concomitanza con quello degli scrittori, rendendo l’effetto della protesta ancora più micidiale.
63 anni fa, il futuro presidente degli Stati Uniti ottenne per la categoria alcuni sostegni di base che, però, oggi vengono messi in discussione dai nuovi scenari dell’industria: il cinema in sala meno rilevante, le piattaforme di streaming sempre più potenti. Ma soprattutto c’è la prospettiva sempre meno fantascientifica che scrittori e sceneggiatori in carne ed ossa vengano sostituiti da entità create con l’intelligenza artificiale. Come dice Salma Hayek nella prima puntata della nuova stagione del distopico ma non troppo Black Mirror (Netflix): «Hanno preso un secolo di storia del cinema e lo hanno trasformato in una misera app».
Causa sciopero, saltano i tappeti rossi di molti film, un esempio per tutti: il cast di Maestro di e con Bradley Cooper non sarà alla Mostra del cinema di Venezia. Però il sindacato ha rilasciato alcune deroghe. Continuano a lavorare certe produzioni indipendenti «perché i loro capi stanno prendendo in considerazione le nostre proposte, si sono mostrati più aperti al dialogo» dice Fran. Sono regolarmente autorizzate a continuare a recitare Anne Hathaway e Glenn Close, per esempio.
Fran Drescher aveva iniziato la sua carriera di attrice nel 1977, con un piccolo ruolo nella Febbre del sabato sera. La sua vita è raccontata nel documentario di Yvonne Sciò Seven Women (su RaiPlay). Nonostante alcune vicende personali a dir poco traumatiche (un tumore, uno stupro, due divorzi), dopo La tata ha continuato a lavorare soprattutto in televisione, al cinema è stata diretta da Francis Ford Coppola e ha doppiato molti cartoni animati, dai Simpson a Hotel Transylvania. Ed è proprio con quella sua voce rauca che l’ha resa un personaggio buffo e amatissimo ai tempi della Tata che risponde al telefono per rilasciare questa intervista.
È stata eletta presidente del sindacato a settembre 2021. Perché ha deciso di impegnarsi?
«Un po’ perché me lo hanno chiesto, un po’ perché pensavo che avrei potuto contribuire a fare qualcosa di buono. Nella mia vita ho cercato spesso di trasformare qualcosa che non aveva senso in qualcosa che lo avesse, di ribaltare i momenti negativi per farne di buoni. È un po’ la mia natura, sono accudente, mi piace stare accanto agli altri».
Si aspettava che le cose sarebbero state così difficili, fino allo sciopero?
«C’era già stato il Covid che aveva bloccato i set, fatto perdere lavoro, rimesso in discussione tutta l’economia del settore. La tensione è alta da almeno due anni. Adesso, con questo sciopero siamo a un bivio davvero storico nel senso che da quello che otterremo dipenderà il futuro non solo della categoria degli attori ma dei lavoratori di tanti altri settori».
Perché?
«Perché questa economia guidata solo dall’avidità, dalla necessità di fare bella figura nei consigli di amministrazione e facendo salire il titolo in Borsa, ha dei costi umani enormi. Dobbiamo imparare a dare nuovo significato alla parola successo».
Quando lei ha iniziato, qual era la sua idea di successo?
«Sognavo di diventare un’attrice professionista, di svolgere un mestiere con cui avrei potuto mantenermi grazie al mio impegno e al mio talento, raggiungendo una certa tranquillità economica. Mai avrei potuto immaginare che nel 2023 mi sarei trovata a discutere con gente che non ha il minimo rispetto per i diritti fondamentali».
Grazie allo sciopero scopriamo che la stragrande maggioranza dei vostri iscritti non raggiunge guadagni neanche per 26 mila dollari l’anno, il minimo per avere diritto all’assistenza sanitaria. Molti si mantengono tra un lavoro e l’altro facendo i camerieri o gli autisti. Scioperare significa farli guadagnare ancora meno e costringerli a fare altro per sopravvivere. Come li ha convinti?
«L’adesione è stata del 97,91 per cento. Senza precedenti. Evidentemente non ce la fanno, non ce la facciamo più. E vogliamo vincere».
Quanto durerà?
«Non ho la sfera di cristallo. Al momento abbiamo risorse per andare avanti sei mesi, poi si vedrà».
Per aiutare gli attori poveri stanno dimostrando la loro solidarietà i più ricchi di Hollywood. Da Clooney a DiCaprio, da Nicole Kidman a Julia Roberts, molti hanno donato più di un milione di dollari alla causa.
«Speriamo che anche altri lo facciano. Specifico che i soldi delle donazioni non li gestisce direttamente il sindacato ma vanno a una fondazione benefica e al programma chiamato Emergency Financial Assistance che è stato di aiuto anche nel periodo del Covid».
La vostra controparte vi accusa di non essere realisti perché i tempi sono quelli che sono, per il cinema. Però da quando avete proclamato lo sciopero sono usciti Barbie e Oppenheimer che stanno facendo sfracelli in tutto il mondo. Cambierà qualcosa?
«Sono felice che gli studios produttori di questi film stiano avendo una stagione redditizia ma i signori dell’AMPTP (l’Alliance of Motion Picture and Television Producers) non si sono fatti vivi con me né sembrano voler tornare al tavolo delle trattative. Li sto aspettando. Certo, adesso, qualunque cosa dicano suoneranno ancora meno credibili rispetto a un mese fa».
Il lavoro degli attori diventa sempre più globale. Avete pensato di allearvi con sindacati o organizzazioni di altri Paesi?
«Abbiamo avuto in visita come osservatori membri dei sindacati canadesi e britannici. Ma quello che mi colpisce di più è che vengo contattata da sindacati di altre professioni. Alcuni dei nostri problemi sono locali e molto specifici, penso alla questione dell’assistenza sanitaria e a quella dei residuals (i diritti per i passaggi televisivi, ndr). Ma l’intelligenza artificiale stravolgerà anche molte altre professioni, non solo la nostra. Vogliamo davvero essere sostituiti da robot?».
È difficile però fermare il futuro, non trova?
«Io ne faccio una questione di umanità. Chi non conosce l’empatia non si rende conto o finge di non rendersi conto che certe scelte industriali avranno un impatto su tutti, ad ogni livello sociale. Gli uomini e le donne hanno bisogno di lavorare, hanno bisogno di avere una vita dignitosa, in tutti i sensi. Se passa l’idea che va bene sostituire gli attori con immagini create al computer e uno sceneggiatore con dei format elaborati da una macchina, tutti i lavori sono in pericolo. Questo è un cambiamento di passo che schiaccia tutti».
Sul Venerdì dell’11 agosto 2023