Il viaggio in Persia di Calvino e Citati
di Simonetta FioriItalo Calvino e Pietro Citati a Isfahãn, città nell’Iran centrale famosa per i mosaici e le ceramiche delle moschee (Alberto Negrin)
È scomparso dagli archivi della Rai un filmato che ha i tratti della straordinarietà. Non solo perché mette insieme alcuni nomi tra i più importanti della cultura italiana del secondo Novecento, ma anche per il modo avventuroso in cui fu girato, in una Tv che sperimentava nuovi linguaggi.
Il ruolo di Khomeini
Un documentario condannato all’incompiutezza fin dal principio della sua storia, alla metà degli anni Settanta, dal momento che non vide mai la luce. E può far sorridere che a far saltare i piani fu nientemeno che l’ayatollah Khomeini, con la complicità di sonnacchiosi dirigenti Rai.
Di quella strana vicenda ci restano le fotografie scattate sul set, che potete vedere in queste pagine. Della mente esoterica del gruppo, ossia Elémire Zolla, non v’è traccia: la sua assenza si deve probabilmente a una indigestione di gelati persiani, ma su questo torneremo più tardi. Mentre compaiono ovunque Italo Calvino e Pietro Citati, ritratti in pose seminariali intorno alle decorazioni color c…
È scomparso dagli archivi della Rai un filmato che ha i tratti della straordinarietà. Non solo perché mette insieme alcuni nomi tra i più importanti della cultura italiana del secondo Novecento, ma anche per il modo avventuroso in cui fu girato, in una Tv che sperimentava nuovi linguaggi.
Il ruolo di Khomeini
Un documentario condannato all’incompiutezza fin dal principio della sua storia, alla metà degli anni Settanta, dal momento che non vide mai la luce. E può far sorridere che a far saltare i piani fu nientemeno che l’ayatollah Khomeini, con la complicità di sonnacchiosi dirigenti Rai.
Di quella strana vicenda ci restano le fotografie scattate sul set, che potete vedere in queste pagine. Della mente esoterica del gruppo, ossia Elémire Zolla, non v’è traccia: la sua assenza si deve probabilmente a una indigestione di gelati persiani, ma su questo torneremo più tardi. Mentre compaiono ovunque Italo Calvino e Pietro Citati, ritratti in pose seminariali intorno alle decorazioni color cobalto della moschea di Isfahãn, la città perfetta, o davanti alle maestose rovine di Persepoli. È il loro primo viaggio in Persia, sulle tracce di ventisette secoli di storia. Osservano, leggono, prendono appunti. A tratti Calvino sembra distrarsi, abituato a tradurre la conoscenza in immaginazione romanzesca. Al contrario Citati appare concentratissimo su ogni singola pietra, nel tentativo di decrittare l’enigma dei suoi “mostri iranici”.
Si chiama Le città dell’Iran come personaggi viventi il lavoro televisivo commissionato nel maggio del 1975 a un giovane regista e fotografo, Alberto Negrin, che s’era già costruito una discreta fama facendo l’assistente di Strehler. Oggi che ha la saggezza ma non l’aspetto della vecchiaia, autore di film importanti sulla storia d’Italia, Negrin continua a pensare con tormento a quel suo documentario girato ma mai realizzato, le cui riprese sono andate smarrite nei meandri di viale Mazzini. «Ho ritrovato nel mio archivio le fotografie fatte sui luoghi. E ricordo ancora l’emozione del viaggio con Calvino e Citati: per un mese visitai le principali città della Persia con due guide d’eccezione».
Progetto dettagliato
Del progetto iniziale sopravvivono anche il conferimento di incarico a Negrin e la sceneggiatura in cinque puntate, scritta da uno dei dirigenti della Rai dell’epoca. Lo script appare piuttosto dettagliato, provvisto di struttura culturale solida, impensabile nella Tv di oggi. Al regista si chiedeva di raccontare “la continuità della civiltà iranica dal X secolo a.C. al XVII d.C.” , incentrando ciascuna puntata su ogni singola civiltà – achemenide, sasanide, medioevale, safavide – con un focus conclusivo sull’Iran come centro dell’Islam. «Non doveva essere un documentario didascalico» ricorda Negrin, «ma avrei dovuto sperimentare nuove tecniche narrative che rendessero monumenti, città, archeologia personaggi viventi, capaci di azione cinematografiche». Erano quindi previste anche ricostruzioni sceneggiate di alcuni episodi storici, con l’uso delle comparse nelle città antiche. «Tutto acquistava un valore simbolico, anche le luci del girato. Per avere un’atmosfera magica, poco realistica, ci svegliavamo molto presto per essere pronti a catturare i primi bagliori dell’alba. Sia Calvino che Citati mi seguivano ovunque, ciascuno con un modo diverso di leggere il paesaggio storico. Il critico sempre attento al dettaglio minuto e alla complessa simbologia religiosa, lo scrittore apparentemente più distante, immerso in quel fervore immaginativo che è tipico dei romanzieri».
Sculture parlanti
Tra i compiti dei documentaristi c’era anche quello di raccogliere alcune sopravvivenze culturali, religiose o magiche delle civiltà antiche. Eccoli tutt’intorno alla cerimonia del fuoco, a Yazd, rituale millenario ereditato da Zoroastro. Oppure vicino all’immenso santuario dell’Imam Reza, a Mashhad, nel Khorasan. O tra le rovine imperiali di Persepoli, davanti a sculture e bassorilievi che evocavano tori lunari e divinità del sole. «Erano tutti documenti viventi da utilizzare come personaggi di un’azione continua» racconta Negrin. «Anche le sculture dovevano essere riprese in modo da risultare parlanti. Era prevista la scrittura di dialoghi da attribuire alle varie immagini umane riprodotte nella pietra. In questo modo le figure scolpite si prendevano la parola facendo rivivere i propri contrasti, gli amori, i progetti, le ultime volontà». E in questa parte del lavoro non è forse azzardato immaginare il contributo di Calvino, anche se poi a dare vita alle sculture parlanti avrebbe provveduto Citati in La primavera di Cosroe, un libro pubblicato trent’anni dopo da Adelphi.
Fu un viaggio bellissimo, durato un mese, tra le principali città iraniche. All’inizio partecipò all’impresa anche Elémire Zolla, il grande studioso di mistica orientale, ma abbandonò presto il progetto per un eccesso di noia – così avrebbe raccontato Citati – e per uno smisurato amore per i gelati persiani. «Ne divorò in una tale quantità da ammalarsi e venire trasportato all’ambasciata Usa dove prese a leggere Hanry James» annota Citati. Decisamente più sobri il critico e lo scrittore, che affiancarono il regista fino alla fine del viaggio. «La sera a cena era il momento della confidenza, spesso accompagnata da amichevoli zuffe» ricorda Negrin. In Italia eravamo alla vigilia delle elezioni amministrative che avrebbero visto il trionfo del Pci di Berlinguer. «Ma se Calvino era un intellettuale civilmente impegnato a sinistra, Citati rivendicava la sua natura di letterato puro, insofferente a qualsivoglia appartenenza politica. Erano a confronto due visioni del mondo e della vita, e io partecipavo alle loro baruffe sentendomi più vicino a Calvino».
Perso in un cassetto
Una volta tornati a Roma, il materiale filmato fu portato dai dirigenti di viale Mazzini, i quali riposero la preziosa pellicola in un cassetto, per poi dimenticarsene. Nato da un accordo della Rai con l’ultimo Scià di Persia, il progetto sarebbe poi franato insieme al regime di Reza Pahlavi, travolto nel gennaio del 1979 dalla rivoluzione islamica. Venuto meno il più importante dei partner finanziari, del documentario non si sarebbe parlato più. E insieme al regista rimasero senza notizie sia Calvino che Citati, per il quale quel film smarrito finì per diventare un’ossessione. «Tornammo in Persia quando ero ragazzo, negli anni Novanta» racconta il figlio Stefano Citati, giornalista del Fatto Quotidiano. «E per tutto il viaggio mio padre non smise di evocare la sua antica avventura con l’amico Italo. Voleva ritrovare a tutti i costi il film girato con Negrin, ma dalla Rai non riuscì ad avere risposte».
Ovviamente né Citati né Calvino avrebbero dimenticato il loro viaggio persiano. Citati ne scrisse quasi subito, nel settembre del 1975, sulle pagine del Corriere della Sera. Il suo articolo su Persepoli, definita “città unica al mondo” perché fondata non per i commerci o per il potere politico ma per i suoi simboli, costituiva il nucleo aurorale del lavoro sui “mostri iranici” pubblicato trent’anni dopo da Adelphi con il titolo evocativo di La primavera di Cosroe, dal tappeto di smeraldo dell’imperatore persiano. Anche il sottotitolo – venti secoli di storia iraniana – ricalcava il progetto della Rai. E perfino lo stile sembra tener conto di quell’antico suggerimento del funzionario televisivo – rendere città e archeologia personaggi viventi – così che i sovrani sassanidi scolpiti nella montagna acquistano la vivezza di creature romanzesche, provviste di un’anima e di un carattere.
«Un occhio spettacoloso»
Sul viaggio iraniano Citati sarebbe tornato alla fine della sua vita, in un articolo uscito due anni fa su Repubblica. Raccontava che per tutto il tempo Calvino gli era apparso distratto, «poco interessato a quei luoghi più belli del mondo», tanto da suscitare nell’amico una profonda irritazione. Ma a smentire la sua impressione di vaghezza sarebbe arrivato anni dopo «“un meraviglioso reportage persiano” dello scrittore, ricchissimo di osservazioni molto precise». Così era fatto Calvino, aveva visto tutto senza smarrire un particolare. «Aveva un occhio spettacoloso, come non avevo io e tanto meno il lento Zolla». In realtà anche “il lento Zolla” avrebbe restituito quel loro viaggio attraverso un paio di articoli sul Corriere, nei quali colpisce la domanda che lo studioso aveva l’abitudine di formulare davanti alle liturgie di Zoroastro. Era la domanda che gli era stata suggerita da un lama tibetano per entrare nell’intimo di qualsiasi religione: «Che cosa fate dei vostri sogni?».
Sono tutte tracce di una passione comune, questa per la Persia, condivisa da tre grandi del secondo Novecento, che ora resta amputata del suo frutto più prezioso. «Sarebbe bello se in Rai, proprio nel centenario della nascita dello scrittore e a un anno dalla scomparsa di Citati, riuscissero a trovare la pellicola smarrita», si augura Negrin. Certo non se ne ricaverebbe un docufilm in linea con le scelte dell’ultimissima stagione, ma sarebbe un ritrovamento importante. Perché non fare il possibile per recuperarlo? La sfida è lanciata.