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Quando Hollywood cacciava i “rossi”

© 2023 Chris Hatcher Photography 
Mentre il cinema continua a scioperare, una mostra ricorda gli anni del maccartismo e le decine di attori e sceneggiatori accusati di essere comunisti
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Los Angeles. «Dica il suo nome».
«Mi chiamo John Howard Lawson».
«Di cosa si occupa, Mr. Lawson?».
«Sono uno sceneggiatore».
«È iscritto al sindacato degli scrittori?».
«Questa commissione non ha alcun diritto di indagare sulle mie affiliazioni o sulle mie credenze politiche». [Applauso dell’aula gremita di giornalisti, fotografi, curiosi e star del cinema].
«Fate silenzio! Mr. Lawson, lei deve rispondere alle domande con un “sì” o con un “no”, senza sabotare l’udienza».
«Non sono sotto processo, signor presidente. Sotto processo c’è tutto il popolo americano».
«Signor Lawson, la domanda che vogliamo porle è questa: è o è stato membro del Partito comunista?».
«State usando una vecchia tattica, utilizzata anche nella Germania di Hitler: seminate paura e fango per creare un clima favorevole alle vostre indagini. Voglio continuare a esercitare la mia libertà, in nome della costituzione che voi state distruggendo».
Il presidente sospira: «Guardie, portate via quest’uomo».

È uno stralcio dell’interr…

Los Angeles. «Dica il suo nome».
«Mi chiamo John Howard Lawson».
«Di cosa si occupa, Mr. Lawson?».
«Sono uno sceneggiatore».
«È iscritto al sindacato degli scrittori?».
«Questa commissione non ha alcun diritto di indagare sulle mie affiliazioni o sulle mie credenze politiche». [Applauso dell’aula gremita di giornalisti, fotografi, curiosi e star del cinema].
«Fate silenzio! Mr. Lawson, lei deve rispondere alle domande con un “sì” o con un “no”, senza sabotare l’udienza».
«Non sono sotto processo, signor presidente. Sotto processo c’è tutto il popolo americano».
«Signor Lawson, la domanda che vogliamo porle è questa: è o è stato membro del Partito comunista?».
«State usando una vecchia tattica, utilizzata anche nella Germania di Hitler: seminate paura e fango per creare un clima favorevole alle vostre indagini. Voglio continuare a esercitare la mia libertà, in nome della costituzione che voi state distruggendo».
Il presidente sospira: «Guardie, portate via quest’uomo».

È uno stralcio dell’interrogatorio condotto dalla Commissione parlamentare per le attività antiamericane (Huac, la sigla in inglese) contro lo sceneggiatore John Howard Lawson, che allora guidava il sindacato degli scrittori del cinema ed era stato iscritto al Partito comunista sul finire degli anni Trenta. Lawson fu il primo lavoratore di Hollywood a comparire come “testimone ostile” davanti ai deputati di Washington, per rispondere del sospetto di essere una spia comunista e di fare propaganda filo-sovietica nelle proprie opere.

Era il 27 ottobre del 1947, la guerra fredda era appena cominciata. E mentre saliva la tensione con Mosca, da New York a Los Angeles imperversava la “caccia ai rossi”. Nelle settimane precedenti, la Huac aveva ascoltato una trentina di testimoni “amici”. Attori come Ronald Reagan (che cominciava così a farsi delle amicizie a Washington) e capi delle major come Jack Warner, Louis B. Mayer e Walt Disney riferirono nomi di lavoratori sovversivi.

Oltre a Lawson, altri sette sceneggiatori, un produttore e un regista si rifiutarono di rispondere all’interrogatorio dei deputati e furono incolpati di oltraggio al Congresso. Il 25 novembre, il presidente della Motion Picture Association of America (che ancora oggi rappresenta gli Studios) annunciò che i Dieci di Hollywood dovevano considerarsi licenziati. Nell’aprile del 1948, Lawson, Alvah Bessie, Herbert Biberman, Lester Cole, Edward Dmytryk, Ring Lardner Jr., Albert Maltz, Samuel Ornitz, Adrian Scott e Dalton Trumbo furono condannati a un anno di prigione. «È iniziato così uno dei periodi più bui della recente storia americana. Più di un decennio in cui la ‘Terra dei liberi” ha contraddetto se stessa e ha rotto il patto con i suoi cittadini», riassume lo storico del cinema Ed Rampell.

La fabbrica delle menti

La crociata contro i rossi, ribattezzata con il nome del suo più veemente e celebre paladino, il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy, aveva coinvolto molti aspetti della società – scuole, università, sindacati, media – e costretto migliaia di americani a rendere conto delle proprie idee politiche, «qualcosa che è in palese conflitto con il primo emendamento alla nostra Costituzione, secondo cui nessuno può essere perseguitato per le proprie credenze» spiega ancora Rampell. «Dopo un inizio zoppicante, il maccartismo aveva bisogno di consenso, visibilità e forza. Niente di meglio che attaccare Hollywood».

Hollywood era la fabbrica della mentalità americana. Aveva saputo sostenere la guerra contro i nazisti con opere che valevano più di mille dichiarazioni politiche (riguardare Casablanca per credere), e ora serviva in trincea contro Mosca. Dalle parti di Los Angeles le linee erano facili da rompere, perché i proprietari degli Studios non vedevano l’ora di reprimere le prime ondate di scioperi tra i lavoratori del settore.

Fu proprio Humphrey Bogart, protagonista del capolavoro diretto da Michael Curtiz nel 1942, a guidare con la moglie Lauren Bacall e colleghi come Rita Hayworth, Groucho Marx, Gene Kelly, Judy Garland una rumorosa ma effimera resistenza: il cosiddetto Comitato del Primo emendamento registrò programmi radio, comprò pagine dei giornali, volò fino al Congresso di Washington. Ma sotto la minaccia concreta di non lavorare più, la maggior parte degli artisti si accomodò alla propaganda patriottica. Gli interrogatori ripresero nel 1951 e altri 300 nomi attivi a La La Land vennero messi all’indice.

«A chi non si è piegato e ha difeso la giustizia dedichiamo questa mostra», dice con pathos Cate Thurston presentando l’esposizione Blacklist: The Hollywood Red Scare, in programma allo Skirball Cultural Center di Los Angeles fino al 3 settembre. Gli occhi della curatrice diventano presto lucidi: «Come molti qui, ho un vincolo personale con questa vicenda: i miei nonni scrivevano per Paramount e MGM. Rimasero senza lavoro, vendettero la casa di Benedict Canyon e si ritirarono in campagna, dove continuarono a scrivere sotto falso nome. Mia madre era una bambina, quando si trasferirono, e mi ha raccontato tante volte di quella fuga dalla città che li guardava con odio».

Oltre ai video delle udienze, in un bianco e nero sgranato, la mostra raccoglie un centinaio di memorabilia che ricostruiscono e rendono umana quella pagina di storia. Ci sono i disegni a pastello che la figlia di Trumbo mandava al padre in carcere e lui conservava con cura nelle scatole dei nastri per la macchina da scrivere. Ci sono le tessere del sindacato con nomi inventati, che servirono agli sceneggiatori ostracizzati per continuare a lavorare. C’è il copione di Vacanze romane, scritto nel 1953 da Trumbo, ma firmato dall’amico Ian McLellan Hunter. Di fianco, c’è l’Oscar vinto per la sceneggiatura del film, ma l’anno riportato sulla targhetta è il 2011: ci vollero 58 anni perché quella commedia fosse riconosciuta al suo vero autore e la statuetta consegnata nelle mani della sua vedova. Ci sono poi pareti tappezzate da edizioni del settimanale Hollywood reporter, potente e accanito delatore di comunisti, veri o presunti, così come la temuta columnist Hedda Hopper, famosa per i suoi cappelli stravaganti e la sua crociata contro reds e gay.

Il postino non suona

«Per rendere al meglio la devastante portata del maccartismo, ci interessava intrecciare la Storia con le storie personali» dice ancora Thurston. Molti, come Brecht e Chaplin, scelsero l’esilio. Altri si ammalarono e morirono prematuramente. È il caso di John Garfield, noto soprattutto per l’interpretazione di Il postino suona sempre due volte al fianco di Lana Turner. In quell’epoca di paranoia, il suo telefono smise di squillare e lui cadde in depressione e fu ritrovato morto. «Interrogarsi su quell’isteria anticomunista non significa occuparsi di archeologia» riflette Rampell. «Anzi, ci fornisce strumenti per reagire all’ondata reazionaria di oggi, che mette all’indice libri, revisiona programmi scolastici, censura e nega la storia. I Dieci di Hollywood e gli altri professionisti banditi negli anni 50 ci ricordano di non abbassare la guardia. Come disse Bogart: “È successo qui, sotto i nostri occhi. Può succedere ancora”».

Assieme ai familiari di diversi artisti banditi, Rampell ha lanciato un’iniziativa per ottenere risarcimenti: «Non si tratta solo dei soldi persi per i crediti non riconosciuti, ma di restituire dignità e onore a padri, madri, nonni. Chiediamo all’Academy un Oscar per chi è stato perseguitato dallo Huac e alla Camera di commercio di Hollywood una stella sulla Walk of fame. C’è bisogno di gridare: “Red Lives Matter”».

Sul Venerdì del 18 agosto 2023

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