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Isabelle Huppert: mi faccio rinchiudere nello Zoo di vetro

Isabelle Huppert nello spettacolo teatrale Lo zoo di vetro. Diretto dall’olandese Ivo von Hove 

 
La diva francese arriva al Romaeuropa festival per due date da protagonista nel classico di Tennessee Williams: «Cinema o teatro, io faccio solo quel che voglio»
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Un seminterrato? Una prigione? Troppo grande per una famiglia di tre “detenuti”, e l’angolo cottura non fa pensare a una cella. L’unica via di fuga, una ripida e stretta scala che si arrampica verso l’esterno, è quasi invisibile. Sulle pareti color fango s’indovinano, come graffiti, sagome di volti che si mimetizzano con la vernice. Chi sono? Gli assenti che hanno ridotto questa famiglia sull’orlo di un attacco d’ansia? Il marito che ha abbandonato Amanda lasciandola con due figli e senza risorse? Un amante che non si è mai materializzato? Ora Amanda è sola al timone: energica, dinamica, ancora bella; tenera ed eccessiva con i figli, opprimente quando la vita non asseconda i suoi disegni.

Un ruolo irrinunciabile per un’attrice matura, perfetto per Isabelle Huppert, la protagonista de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams (1944), regia dell’olandese Ivo von Hove. Andrà in scena il 23 e 24 settembre nella capitale al Teatro Argentina, tre repliche nel corso del Festival Romaeuropa (in c…

Un seminterrato? Una prigione? Troppo grande per una famiglia di tre “detenuti”, e l’angolo cottura non fa pensare a una cella. L’unica via di fuga, una ripida e stretta scala che si arrampica verso l’esterno, è quasi invisibile. Sulle pareti color fango s’indovinano, come graffiti, sagome di volti che si mimetizzano con la vernice. Chi sono? Gli assenti che hanno ridotto questa famiglia sull’orlo di un attacco d’ansia? Il marito che ha abbandonato Amanda lasciandola con due figli e senza risorse? Un amante che non si è mai materializzato? Ora Amanda è sola al timone: energica, dinamica, ancora bella; tenera ed eccessiva con i figli, opprimente quando la vita non asseconda i suoi disegni.

Un ruolo irrinunciabile per un’attrice matura, perfetto per Isabelle Huppert, la protagonista de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams (1944), regia dell’olandese Ivo von Hove. Andrà in scena il 23 e 24 settembre nella capitale al Teatro Argentina, tre repliche nel corso del Festival Romaeuropa (in corealizzazione con il Teatro di Roma).

Amanda è un ruolo talmente prepotente da cancellare Isabelle in tre minuti. Come sempre nei cinquantadue anni di carriera (circa 120 film e almeno 30 spettacoli teatrali). L’attrice ha dato vita a una quantità di personaggi memorabili. Non c’è nessun’altra in Francia che abbia la stessa credibilità internazionale – imparagonabile al divismo della Deneuve, più vicina a Jeanne Moreau, guardandosi indietro.

Huppert non è la star dello schermo di cui ci s’innamora pazzamente, è l’artista di cui ci si fida ciecamente. Nella carriera cinematografica (due premi a Cannes, una nomination agli Oscar, due Coppe Volpi e un Leone d’Oro alla carriera a Venezia, sedici nomination e due vittorie ai César), esclusivamente collaborazioni con registi che “pesano” – tantissimo Chabrol e Haneke, tanto Godard, Ozon (l’ultimo, Mon crime - La colpevole sono io, è di quest’anno) e Tavernier – e poi Verhoeven, Losey, Wajda, Preminger, Bolognini, Kiarostami, Schroeter, Téchiné, Bellocchio, Blier, Pialat, Neil Jordan. La verità secondo Maureen K. (La syndacaliste), l’ultimo film, girato quasi contemporaneamente a L’ombra di Caravaggio diretto da Michele Placido, esce in Italia il 21 settembre.

E tra un set e l’altro, la settantenne che non li dimostra non ha mai mollato il palcoscenico. Sarà anche per la scelta di parti rilevanti e la poca indulgenza nei confronti dello star system che, nel 2020, il New York Times l’ha inserita al secondo posto nella lista dei più grandi attori di questo secolo.

«Io sono così, sono una tipa versatile. Tanto cinema, tanto teatro e un piccolissimo spazio per me» dice Huppert in collegamento via Zoom da Parigi; non un filo di trucco, niente messa in piega – perfettamente in forma. «Si dà per scontato che, con una carriera cinematografica avviata, un attore rinunci al palcoscenico. Ma io ho lavorato fin dall’inizio con artisti troppo importanti per pensare di poter mollare: Ivo van Hove, che è il regista di Lo zoo di vetro, ma anche Robert Wilson, Krzysztof Warlikowski, Peter Zadek. La pandemia ha fatto accavallare i progetti, quindi mi ritrovo a farmi in tre anche in teatro: in tournée con Lo zoo di vetro, Mary Said What She Said di Wilson e Il giardino dei ciliegi di Tiago Rodrigues. Ma l’appuntamento italiano mi tiene sulle spine perché è la prima volta che recito a Roma. Sono stata solo a Firenze e diverse volte al Piccolo di Milano».

Come ha conosciuto Ivo van Hove, un regista che adora gli autori italiani – ha messo in scena anche Pasolini (Teorema) e Visconti (Ludwig)?
«Proprio recentemente, al Festival di Avignone, ci siamo messi a parlare del nostro primo incontro. Fu qualche anno fa, in America. Stava lavorando a Scene da un matrimonio di Bergman al New York Theatre Workshop (2010), sulla Bowery. Ci fu un’intesa immediata. Decidemmo subito che avremmo fatto qualcosa insieme. Devo ringraziarlo, perché per un’attrice interpretare Amanda è una magnifica opportunità».

Ammesso che il cinema sia una priorità, che succede quando le propongono una interessantissima, ma assai impegnativa, parte in teatro? Esita? Prende tempo? Va nel panico? Oppure non ha ansie?
«La difficoltà è solo tecnica: incastrare gli impegni. Rischioso? Non per me. Il teatro è una cosa ben più seria di qualsiasi definizione. Non credo che memorizzare una parte sia più impegnativo che girare un film, soprattutto dopo aver lavorato a progetti sperimentali come Orlando di Bob Wilson (1993-95) o 4.48 Psychose di Sarah Kane con la regia di Claude Régy (2002-03). Il teatro è una sfida, il cinema è una passeggiata in confronto, ma non ci rinuncerei mai. Soprattutto non avrei rinunciato a Tennessee Williams – adorai fare Blanche DuBois in Un tram che si chiama desiderio con Krzysztof Warlikowski (2010-2012). Peccato che Lo zoo di vetro sia stato funestato dalla pandemia: avevano fatto solo sei repliche prima del lockdown».

Che si tratti di teatro o cinema, lei non ha mai scelto la via più facile.
«Perché non so quale sia. Ne conosco soltanto una: quella che mi permette di andare dove voglio. Se ci riesco, va tutto liscio. I problemi sorgerebbero, sia in cinema che in teatro, lavorando a un progetto in cui non credo, con gente di cui non ho rispetto. Questo è il rischio dell’attore: essere costretto ad accettare».

Vuol dire che lei ha sempre avuto la libertà di scegliere…
(sbuffa un po’, ndr) «...Libertà è una parola grossa... ma sì, usandola con prudenza... sono sempre stata libera».

Voleva fare l’attrice già da piccola?
«Non so, non ricordo. Forse da bambina sognavo di fare la ballerina. Non ho avuto il tempo di pensarci, ho cominciato a 18 anni e sono stata inghiottita dalla professione. Cinema soprattutto, durante gli anni 70-80; teatro solo episodicamente. Poi, nel 1989, con Un mese in campagna di Turgenev, cominciai ad abbinare cinema e teatro in maniera costante, e, dopo l’incontro con Wilson, a impegnarmi in tutte quelle produzioni meravigliose... Misura per misura con Peter Zadek, Medea con Jacques Lassalle...».

Quali sono i registi teatrali che l’hanno indotta a perseverare?
«Strehler, che portava gli spettacoli del Piccolo a Parigi; Peter Brook e il suo Sogno di una notte di mezza estate; le grandi produzioni di Patrice Chéreau; Romeo Castellucci; il geniale Krystian Lupa; Thomas Ostermeier».

Come fu il suo primo approccio con Tennessee Williams in Un tram che si chiama desiderio, tredici anni fa? Una produzione molto sperimentale che fece il giro del mondo.
«Ardita, direi. Warlikowski aveva anche aggiunto dei dialoghi per il personaggio di Blanche DuBois, che aveva trasformato in un’insegnante di letteratura. C’erano delle stravaganze, un’esasperazione della femminilità di Blanche. Tennessee Williams è un autore attualissimo; è persino più evidente in questo Lo zoo di vetro. L’azione si svolge nel profondo Sud degli Usa, una realtà molto locale, eppure le situazioni sono universali. Ivo mi ha dato pochissime indicazioni su come avrebbe voluto il personaggio di Amanda, mi ha lasciato entrare nella parte a modo mio, immergendomi in quella impressionante scenografia che sembra inghiottire i protagonisti».

Ha trovato similitudini tra i personaggi di Blanche e di Amanda?
«Non direi, a parte la fragilità che le accomuna. Blanche è una donna disperata, Amanda è più determinata, aggressiva, dolce e violenta, crudele persino. In Lo zoo di vetro non c’è un capofamiglia; né un padre né un marito. L’amore è un ricordo lontano per questa donna che trasferisce le sue frustrazioni sui figli: li nutre di sogni, speranze e fantasie».

Una produzione a singhiozzo: la pandemia, nel 2020, l’ha bloccato sul nascere.
«È stato molto triste, ma che potevamo fare di fronte a una calamità mondiale? All’inizio l’ho presa con filosofia: l’occasione per adattarmi a un altro ritmo, approfittare del tempo libero, avere un altro rapporto diverso col tempo e con gli altri. Solo quando ne siamo usciti mi sono resa conto di quanto, per tutti, sia stato devastante».

È più impegnativo interpretare personaggi realmente esistiti? Maureen Kearney in La verità secondo Maureen K., per esempio?
«Se il personaggio appartiene al passato remoto, per un attore è comunque fiction. Se è ancora in vita e puoi parlarci, è ovviamente diverso, anche se questo non mi carica di ulteriori responsabilità. Maureen Kearney non ha mai interferito con le riprese, ma noi certamente abbiamo usato certi spunti cinematografici che il suo personaggio suggerisce: la pettinatura, gli occhiali, l’abbigliamento, il make-up, il suo peculiarissimo aspetto hitchcockiano non esattamente da sindacalista… l’abbiamo copiata. La vicenda della Kearney, soprattutto la double peine che ha sofferto come vittima e sospettata – una storia alla Erin Brockovich, ma più ambigua e complessa – mi ha molto coinvolto».

E ancora una volta ha sfoggiato il suo impareggiabile huppertrealisme…
(ride di cuore) «Chi l’ha inventata? Questa mi piace!».

Sul Venerdì del 18 agosto 2023

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