Pauline Boty, la diva tragica della Pop Art
di Alba SolaroPauline Boty (1938-1966) nel suo appartamento londinese negli anni 60
La chiamavano “la Bardot di Wimbledon” alla scuola d’arte dove era riuscita a iscriversi nel 1954, con una borsa di studio, contro il parere del padre, un contabile cattolico fervente che per la figlia femmina desiderava solo un buon matrimonio. E invece si è ritrovato con l’unica protagonista donna della Pop Art britannica a cavallo tra gli anni 50 e 60, una figura così esplosiva che pare impossibile sia stata obliterata dalla storia dell’arte per decenni. Pauline Boty ha avuto però la sua rivincita.
Negli anni 90 il critico David Alan Mellor rivide per caso Pop Goes the Easel, un documentario della Bbc girato nel 1962 da Ken Russell, su quattro astri nascenti della Pop Art che rispondevano ai nomi di Peter Blake, Derek Boshier, Peter Phillips e Pauline Boty. Il dubbio che lei fosse stata inserita nel gruppo perché bellissima rimarrà per sempre; una ragazza scompigliata che un attimo è a un incontro di wrestling, quello dopo a un party avvolta in una pelliccia. Ma l’energia, il caris…
La chiamavano “la Bardot di Wimbledon” alla scuola d’arte dove era riuscita a iscriversi nel 1954, con una borsa di studio, contro il parere del padre, un contabile cattolico fervente che per la figlia femmina desiderava solo un buon matrimonio. E invece si è ritrovato con l’unica protagonista donna della Pop Art britannica a cavallo tra gli anni 50 e 60, una figura così esplosiva che pare impossibile sia stata obliterata dalla storia dell’arte per decenni. Pauline Boty ha avuto però la sua rivincita.
Negli anni 90 il critico David Alan Mellor rivide per caso Pop Goes the Easel, un documentario della Bbc girato nel 1962 da Ken Russell, su quattro astri nascenti della Pop Art che rispondevano ai nomi di Peter Blake, Derek Boshier, Peter Phillips e Pauline Boty. Il dubbio che lei fosse stata inserita nel gruppo perché bellissima rimarrà per sempre; una ragazza scompigliata che un attimo è a un incontro di wrestling, quello dopo a un party avvolta in una pelliccia. Ma l’energia, il carisma, il talento erano talmente evidenti che Mellor si mise subito sulle tracce dei suoi quadri, spariti dalla circolazione. E ora ci sono ben due progetti cinematografici su Pauline in corso di pubblicazione. Uno è Boty: the Life and Time of a Forgotten Artist, documentario prodotto da Mono Media e Channel X che ne ricostruisce la storia con un mosaico di testimonianze tra cui quella di Sir Peter Blake, tra i fondatori della Pop Art britannica. L’altro è il cortometraggio Nell e Pauline, riflessione sull’importanza della creatività che la regista Zoé Ford Burnett ha tratto dalla conversazione tra Boty e la drammaturga Nell Dunn, pubblicata in Talking to Women (1963).
Nostalgia dell’adesso
E poi c’è la targa blu: una placca commemorativa, apposta quest’estate sul palazzo di Holland Park a Londra dove lei aveva vissuto, da un comitato di fan tra cui l’autore del docu Vinnie Rawding e la stilista Celia Birtwell, musa di David Hockney. Lo hanno fatto malgrado l’istituzione preposta, English Heritage, si fosse defilata sostenendo che l’artista non ha un profilo sufficientemente alto; evidentemente non la pensa così la Tate Gallery che nel 1999 ha acquisito in collezione il quadro The Only Blonde in the World, autoritratto in veste di Marilyn Monroe. Il bello è che English Heritage da qualche anno incoraggia le candidature femminili, avendo scoperto che è dedicato a donne appena il 14 per cento delle sue targhe commemorative.
Ironico e in linea col destino di Boty, emersa nell’esuberanza della Swinging London che comunque non prevedeva che tu fossi bella, bionda, sexy e intelligente, e determinata a essere un’artista, competere coi maschi, farti prendere sul serio, frequentare la bohème londinese, flirtare con Michael Caine in una scena di Alfie, fare amicizia con i musicisti; quando Bob Dylan sbarcò a Londra nel Natale del ’62, fu lei a prenderlo all’aeroporto, a portarlo in giro per la città, a cena da un’amica, e lui in cambio le dedicò una canzone, Liverpool Gal (registrata in casa ma non su disco).
Boty non ha fatto in tempo a capire fino in fondo cosa significa essere la protagonista di una ballata di Dylan, è morta tragicamente a soli 28 anni, nel 1966. Era incinta quando le diagnosticarono una rara forma di tumore; per sottoporsi alla chemioterapia avrebbe dovuto abortire (era la regola) e lei rifiutò. Morì cinque mesi dopo la nascita della piccola Boty; la cosa straziante è che la figlia è morta anche lei giovanissima, di overdose, subito dopo la laurea; così pure il marito, l’attore e scrittore Clive Goodwin, ucciso da un’emorragia cerebrale a fine anni 70.
Il mercato dell’arte ai tempi non era organizzato come oggi, fatto sta che dopo la morte uno dei fratelli di Pauline, agricoltore, prese i quadri e li nascose in un fienile, dove sono rimasti a prendere la polvere per trent’anni. Su di lei è quindi calato un pesantissimo sipario. Ma in quella breve parentesi era stata un favoloso fuoco d’artificio: artista, femminista, attrice, poetessa, modella, scenografa teatrale, animatrice di gruppi di protesta studentesca, come Anti Ugly Action, in lotta contro la bruttezza dei nuovi edifici del dopoguerra. È stata anche giornalista radiofonica, tra i primi a intervistare i Beatles, per il programma The Public Ear della Bbc.
Nel 1963 venne ingaggiata con altri giovani clubber per ballare in studio al teen show televisivo Ready Steady Go!. Ne tirerà fuori una delle sue opere più note, 5-4-3-2-1: il titolo viene dalla canzone di Manfred Mann sigla del programma, sulla tela accanto alla faccia estasiata della presentatrice Cathy McGowan e a una gigantesca rosa (suo tratto distintivo) compare la scritta “Oh, for a fu...”.
Non era tipo da scendere a compromessi. Per i suoi soggetti prendeva dall’attualità perché la sua, spiegava, era «nostalgia dell’adesso». Monica Vitti, Elvis, Proust, Lenin, Fellini, Marilyn, Jean-Paul Belmondo addobbato con cuori e fiori, la crisi di Cuba, JFK, c’era posto per tutti. Anche l’immenso sedere femminile che riempie la quinta teatrale in BUM (1966), il suo ultimo lavoro prima di morire, commissionato da Kenneth Tynan per lo spettacolo di cabaret erotico Oh Calcutta!. La scrittrice inglese Ali Smith, che la cita nel romanzo Autunno, lo ha descritto come «il suo cul de théâtre», l’ultimo gesto beffardo e provocatorio: «Sapeva che stava morendo. E che magnifico modo di andarsene, però, con un gesto palesemente comico: vitale, meditato, di sfida, sensuale, bello, luminoso e ribaldo: BUM».
Gioia e rivoluzione
Quel dipinto è stato battuto all’asta da Christie’s a Londra nel 2017 per 840 mila dollari; il record assoluto al momento è di With Love to Jean-Paul Belmondo (1962), venduto da Sotheby’s per un milione e 100 mila sterline.
Da viva, Boty doveva fare mille cose per arrivare a fine mese, pur vendendo ed esponendo. La sua riscoperta è importante perché a lungo la Pop Art britannica – nata ben prima di quella americana – è stata definita esclusivamente da nomi maschili come Eduardo Paolozzi, Richard Hamilton e Peter Blake, che peraltro lei richiama moltissimo; da Paolozzi aveva preso l’idea del collage. La liberava. La pittura pura era un terreno minato; quando si era iscritta alla Royal College of Art le avevano consigliato la specializzazione in vetro artistico, perché era difficile che una donna passasse al corso di pittura. Nel 2004 è stata una delle poche artiste donne selezionate per This Was Tomorrow alla Tate di Londra.
Spirito libero, «che non solo incarnava lo spirito vibrante e rivoluzionario degli anni 60 ma contribuiva a crearlo» (come ha scritto Ali Smith), Boty sarebbe facilmente diventata un’icona dell’arte femminista per come raccontava la sessualità e non faceva sconti alla sua rappresentazione tradizionale.
Nella sfrontatezza con cui metteva in scena anche se stessa, si può dire abbia anticipato anche i letti sfatti di Tracey Emin. In Scandal 63 la modella Christine Keeler, protagonista dell’affare Profumo che travolse l’establishment inglese, è ritratta su sfondo rosso a cavalcioni di una sedia, in alto si vedono le facce dei protagonisti maschili dello scandalo. Nessuno sa dove sia quel dipinto, è sparito da sessant’anni. Sul sito paulineboty.org c’è un accorato appello a chi avesse informazioni. Far tornare Boty dall’oblio è un processo che deve ancora finire.