Meno armi, più cazzotti: in America c’è un cortile che sembra quello di Scarface
di Maurizio FiorinoAlcuni partecipanti agli incontri di boxe e arti marziali che si svolgono nel giardino di casa di Chris Wilmore. foto di Brian Finke
«Per strada il rispetto è una cosa seria» – sostiene Chris Wilmore con voce minacciosa in uno dei tanti video online che lo riguardano – «e nella vita di tutti i giorni i conti in sospeso debbono essere chiusi, prima o poi». Detta così, parrebbe una delle tante frasi fatte che ruotano, da sempre, attorno al mondo della boxe. Eppure, se si considera il contesto dal quale questo singolare personaggio proviene, ovvero quello della delinquenza prima e della redenzione poi, le sue parole hanno tutt’altro effetto. D’altronde, la storia di Chris Wilmore, da tutti conosciuto come Scarface, non è ancora diventata un film, ma un documentario sì e anche un libro fotografico che in qualche modo, come vedremo, lo riguarda da vicino.
Ci troviamo a Harrisonburg, Virginia, poco più di cinquantamila abitanti: case basse, un college abbastanza rinomato, molto verde e altrettanta delinquenza. Qui, nel 2008, Wilmore-Scarface decise di cambiare vita e aiutare i suoi abitanti, adolescenti in primis, fornen…
«Per strada il rispetto è una cosa seria» – sostiene Chris Wilmore con voce minacciosa in uno dei tanti video online che lo riguardano – «e nella vita di tutti i giorni i conti in sospeso debbono essere chiusi, prima o poi». Detta così, parrebbe una delle tante frasi fatte che ruotano, da sempre, attorno al mondo della boxe. Eppure, se si considera il contesto dal quale questo singolare personaggio proviene, ovvero quello della delinquenza prima e della redenzione poi, le sue parole hanno tutt’altro effetto. D’altronde, la storia di Chris Wilmore, da tutti conosciuto come Scarface, non è ancora diventata un film, ma un documentario sì e anche un libro fotografico che in qualche modo, come vedremo, lo riguarda da vicino.
Ci troviamo a Harrisonburg, Virginia, poco più di cinquantamila abitanti: case basse, un college abbastanza rinomato, molto verde e altrettanta delinquenza. Qui, nel 2008, Wilmore-Scarface decise di cambiare vita e aiutare i suoi abitanti, adolescenti in primis, fornendo un’alternativa alla violenza di strada. E, soprattutto, decise che era venuto il momento di porre un freno alla vendita di armi da fuoco, da sempre croce e delizia della cultura americana.
Ecco gli Streetbeefs
Per farlo ha messo a disposizione il suo cortile di casa, creando una sorta di club di lotta clandestino al quale ha dato il nome di Streetbeefs. «Tutti mi chiamano Scarface ma io sono semplicemente Chris Wilmore. Sono cresciuto in un contesto difficile e, da adolescente, sono sopravvissuto sia alle dipendenze che alla prigione. In una sparatoria ho perso uno dei miei migliori amici e adesso, semplicemente, amo la mia famiglia» dichiara.
La sua idea? In poche parole: chiunque abbia un conto in sospeso con qualcuno, può fare a pugni nel cortile di Scarface. Boxe e arti marziali miste. Non avendo quote d’iscrizione né prevedendo tasse, la cosa non è regolamentata da nessuna commissione atletica americana. Per potervi partecipare bisogna semplicemente inviare una email, oppure iscriversi tramite Facebook. Unico requisito: un documento d’identità che attesti la maggiore età. Ora, non c’è bisogno di scomodare gli antichi greci ma questa, in fondo, è sempre stata la boxe: un ring delimitato alla bell’e meglio – terra, cemento, erba, poco importa – un paio di guantoni senza infamia né lode e poi un bel po’ di sangue. Oggi, a mostrarci il parallelo boxe-vita, ci pensano i social network. Gli incontri organizzati da Scarface sono seguiti da milioni e milioni di spettatori. Il suo canale YouTube, tanto per intenderci, conta al momento qualcosa come 700 milioni di visualizzazioni.
Il boom online
Ed è online che Brian Finke – l’autore texano delle immagini che vedete in queste pagine – ha scoperto dell’esistenza di Streetbeefs. «Mi ci sono imbattuto, per caso, durante una ricerca sui club di lotta americani. Era il 2015. Oggi il canale ha 2,79 milioni di follower» racconta Finke, che vive a Brooklyn. «La prima cosa che mi ha colpito» prosegue il fotografo «è stato l’obiettivo di Scarface, ovvero l’intenzione di contribuire a ridurre l’uso delle armi da fuoco, facendo in modo che le persone risolvessero le liti facendo a pugni, e non con pistole o coi coltelli». E d’altronde Guns Down, Gloves Up, ovvero armi giù e pugni su, è il motto di Wilmore. «Così gli ho mandato una email, mi sono presentato, gli ho spiegato la mia intenzione di andare a vedere un combattimento e il fine settimana successivo ero lì». Sette anni dopo, il suo progetto è diventato Backyard Fights (Hat & Beard Press), una raccolta di immagini, ma anche di testimonianze, che Finke ha scattato e raccolto durante i combattimenti. Un esempio? Chris, ventenne di Buffalo che, di mestiere, fa il potatore di alberi. «Tutti hanno bisogno di una strategia per incanalare la propria rabbia in qualcosa. Ad alcuni piace farlo coi videogiochi, io ho sempre usato il combattimento come valvola di sfogo per la rabbia. Ma è difficile entrare in una squadra di wrestling quando hai 20 anni e non vai a scuola. E sono un bel po’ le cose per cui sono arrabbiato».
Tatuaggi e rabbia
Tatuaggi, teste rasate, sguardi di rabbia verso l’avversario. «All’inizio» riprende Finke «andavo in Virginia il sabato mattina, percorrendo sette ore di macchina e senza sapere se ci sarebbe stato un combattimento solo, due, o a volte nessuno. La sera, poi, tornavo a casa». Oggi come oggi, per meglio intendere la portata del club, il sabato pomeriggio, ci sono più di cinquanta incontri. «Willmore ci ha visto giusto, c’è necessità di uno sfogo» anche se nella maggior parte dei casi, secondo il fotografo, è tutto molto autocelebrativo, quasi esibizionistico. «Ha tutto molto a che fare con legami maschili, ragazzi che vogliono far parte di un gruppo, sentire un’appartenenza». Per questo motivo ha deciso forse di fotografare i combattimenti in una maniera singolare, quasi teatrale, con l’uso di piccoli flash portatili. «Mi interessava l’idea di giocare e scherzare con la realtà di una fotografia documentaristica. Le mie foto sono una registrazione di eventi reali, ma il modo in cui illumino i momenti che scelgo di catturare, dà la sensazione di non sapere se le immagini sono reali o meno».
La questione della vendita delle armi, se non primaria, rimane comunque fondamentale nelle regole esplicite del club. La National Rifle Association, ovvero l’associazione dei detentori di armi da fuoco negli Stati Uniti, ha anche un’enorme capacità di propaganda, oltre che parecchi soldi. C’è, poi, il famoso Secondo emendamento che garantisce la libertà di portare armi, identificandolo con un simbolo di libertà, potere e, soprattutto, con l’essere un vero cittadino americano.
«Il fatto è che noi» prosegue Scarface a questo proposito «siamo stati educati fin da bambini a credere che le armi facciano parte della nostra identità di americani. Ci sentiamo quasi obbligati a possederle e ad usarle, e spesso difendiamo queste convinzioni a tutti i costi. Ma diciamo che a volte la situazione ci sfugge di mano. E poi, se dovessi riassumere la situazione delle galere americane, direi che le nostre carceri sono riempite fino al sovraffollamento ma nella maggior parte dei casi da persone che non sono affatto dei criminali incalliti, semmai piccoli delinquenti, spessissimo tossicodipendenti».
Aspettando Hollywood
Tornando al suo club, l’incontro che più lo ha segnato, racconta, è stato quando uno skinhead ha combattuto contro un membro dei Crips, una gang di strada composta in gran parte da afroamericani e coinvolta in svariate attività illegali, spaccio, furti, anche omicidi. «Dico sul serio, volevano letteralmente uccidersi a vicenda prima di quell’incontro» ricorda «ma poi, dopo aver combattuto, non si sono mai più disturbati. Non è uno splendido esempio di quanto il mio progetto sia riuscito?».
Quali sono le questioni che creano più litigi, conflitti, e che di conseguenza, costituiscono la base per la maggior parte degli incontri? Donne e soldi, e poi offese reali o più spesso immaginarie. È vero che tanti ragazzi arrivano da tutti gli Stati Uniti nel suo cortile, ci spiega ancora Scarface, sperando che la notorietà online possa portare a una carriera nella boxe o nelle arti marziali. Ma i suoi principi, giura, restano saldi: nessuno paga o è pagato per combattere. «Ho sempre voluto lasciare un segno positivo, è solo questo il mio obiettivo. Il mio club, fino a prova contraria, funziona ovunque ci sia violenza di strada. E certo, potrebbe essere esportato, perché no, anche altrove». Per quanto riguarda Brian Finke, invece, il suo di progetto è giunto al capolinea. «Almeno per quanto riguarda la parte fotografica». In realtà, aggiunge alla fine, ci sarebbe un certo interesse da parte di Hollywood per la realizzazione di una serie televisiva sulla storia di Wilmore-Scarface. Vedremo come andrà a finire.
Sul Venerdì del 18 agosto 2023