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L’India di oggi è un miracolo a metà

La metropolitana passa tra grattacieli e baraccopoli a Mumbai. NurPhoto via Getty Images

 
Il gigante asiatico sta scalando l’economia globale. Ma riuscirà mai a sorpassare Stati Uniti e Cina? Prima dovrà fare i conti con diseguaglianze, fanatismi religiosi e tanto smog. Inchiesta
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Chennai (India). Negli ultimi dieci anni l’India ha inseguito la modernità inerpicandosi lungo le classifiche dei Paesi più facoltosi al mondo. Nel 2014 il suo Pil languiva al decimo posto, oggi è di nuovo al quinto, mentre la sua Banca centrale stima che entro il 2027 espugnerà il quarto posto alla Germania e il terzo al Giappone. Tra urbanizzazione sbrigliata, lievitazione della classe media, ampliamento degli arsenali militari, lancio di satelliti, corsa all’allunaggio, peso geopolitico e crescita economica, il Paese corre come una leonessa verso il futuro pur restando antico, imbrigliato com’è in ancestrali attriti religiosi sfruttati come capitale politico.

L’industrializzazione foraggiata dall’energia al carbone e l’esodo verso l’Eldorado avvelenato delle metropoli hanno contribuito anche a un altro record: quello di avere una delle capitali più inquinate al mondo, Nuova Delhi, nella nazione con le città più contaminate del globo. Dove, secondo la rivista scientifica Lancet, nel…

Chennai (India). Negli ultimi dieci anni l’India ha inseguito la modernità inerpicandosi lungo le classifiche dei Paesi più facoltosi al mondo. Nel 2014 il suo Pil languiva al decimo posto, oggi è di nuovo al quinto, mentre la sua Banca centrale stima che entro il 2027 espugnerà il quarto posto alla Germania e il terzo al Giappone. Tra urbanizzazione sbrigliata, lievitazione della classe media, ampliamento degli arsenali militari, lancio di satelliti, corsa all’allunaggio, peso geopolitico e crescita economica, il Paese corre come una leonessa verso il futuro pur restando antico, imbrigliato com’è in ancestrali attriti religiosi sfruttati come capitale politico.

L’industrializzazione foraggiata dall’energia al carbone e l’esodo verso l’Eldorado avvelenato delle metropoli hanno contribuito anche a un altro record: quello di avere una delle capitali più inquinate al mondo, Nuova Delhi, nella nazione con le città più contaminate del globo. Dove, secondo la rivista scientifica Lancet, nel 2019 sono morti 2 milioni e 300 mila persone a causa dell’inquinamento. È il costo mefitico dello sviluppo.

Proprio quest’anno, poi, l’India è diventata anche la nazione più popolosa al mondo, rubando il primato alla Cina. E la domanda che molti si fanno ora è: si può ipotizzare anche un sorpasso economico su Cina e America? Non è uno scenario antistorico, tutt’altro. L’economista Angus Maddison ricorda come l’India sia già stata la più grande economia mondiale per più di 1.500 anni, sorpassata dalla Cina solo nel 1820. Poi la Rivoluzione industriale, lo schiavismo americano e il colonialismo europeo imposero la crescita dell’Occidente, dando il primato economico al Regno Unito, battuto infine dagli Stati Uniti nel 1900. Siamo quindi davvero in procinto di tornare al mondo di due secoli fa? La Cina, si prevede, sarà la prima economia globale tra il 2035 e il 2040. E se l’India riuscirà a mantenere una crescita media dell’8 per cento, come prima del Covid, lo scarto sugli Usa dovrebbe avvenire nel 2073.

Un guru molto controverso

A guidare questo miracolo economico che salva dalla fame e avvelena l’ambiente è un leader carismatico e populista dalla barba candida e lo sguardo volitivo. Il premier Narendra Modi, del partito fondamentalista Bharatiya Janata Party (Bjp), è un politico polarizzante dal lungo e controverso passato, ma è adorato da tanti come un guru infallibile. Modi ha rimesso in moto la nazione, smuovendo le coscienze, ispirando, trascinando, ma anche intimidendo chi dissente e assecondando violenti antagonismi religiosi. Nelle elezioni generali che si terranno tra aprile e maggio dell’anno prossimo, gli indiani confermeranno il potere di Modi per altri cinque anni, oppure sceglieranno di dare spazio alla coalizione I.n.d.i.a. (Indian national development inclusive alliance), fronte che riunisce 26 partiti dietro i quali spunta la figura sapiente dell’italo-indiana Sonia Gandhi che ha scommesso tutto sul figlio Rahul.

È proprio Sonia Gandhi (nata Antonia Maino nel 1946 a Lusiana, provincia di Vicenza) a denunciare la minaccia alla democrazia del governo Modi il quale, come ha scritto la ex presidente del Congress Party sul quotidiano The Hindu, ha smantellato il potere legislativo, esecutivo e giudiziario; ha eluso il dibattito parlamentare sulla Finanziaria; ha spinto l’Agenzia centrale delle investigazioni a indagare nel 95 per cento dei casi di corruzione solo nei confronti dei partiti dell’opposizione; ha manipolato le leggi per la sicurezza nazionale per ammutolire minoranze religiose, giornalisti, militanti, intellettuali e studiosi critici del governo; ha indebolito la libertà dei giudici accusati di essere “anti-nazionali”; ha intimidito tutti, da Twitter alla Bbc, cambiando una legge per consentire al governo di considerare come fake news quelle che non lo adulano. E, come vedremo, finora ha fallito nella sfida più importante: l’occupazione.


Bisogna infatti sviscerare i dati per capire cosa rivela davvero la crescita di questi anni. Una crescita che ha favorito in modo sproporzionato più i cosiddetti “bollygarchi,” multimiliardari diventati star della ricchezza mondiale, che la classe media delle piccole e medie imprese. È uno sviluppo che nutre le diseguaglianze, come del resto quasi ovunque oggi.

È anche necessario decifrare gli equilibrismi geopolitici sull’Ucraina e nel G20, ospitato quest’anno dal governo di Delhi. Da un lato Modi rinsalda in chiave di contenimento cinese l’alleanza occidentale con Australia, Giappone e Stati Uniti nell’Oceano Pacifico, nell’ambito del patto del Quadrilatero, o Quad; dall’altro importa greggio e gas dalla Russia di Putin con lo sconto, per raffinarli e riesportarli. Modi abbraccia il presidente americano Biden, ma poi marcia mano nella mano con i leader di Brasile, Russia, Cina e Sudafrica nel patto dei Brics, compattandosi con Pechino e Mosca nella Shanghai Cooperation Organization (Sco).

La domanda interna

Dopo la frenata della pandemia, la crescita economica dell’India è tornata a superare il 6 per cento annuo, consolidandosi come hub manufatturiero della regione. Nella classifica Doing Business della Banca Mondiale, guidata dal sikh di origini indiane Ajay Banga, è passata dal 130° posto del 2016 al 63° nel 2020 anche grazie all’iniziativa “Make in India” varata da Modi per attrarre capitali esteri, rilanciando il settore manifatturiero e aumentando la competitività. I progressi più evidenti sono stati nel settore della tassazione, risoluzione delle insolvenze e nel commercio internazionale.

Il potente cuscinetto contro le crisi congiunturali internazionali è la continua crescita della domanda interna, visto che i consumi privati rappresentano il 60 per cento del Pil. La stretta creditizia è però anche alla base di un rallentamento osservato già nel 2019, quando la crescita è scesa al 4,2 per cento annuo, toccando i minimi della crisi finanziaria del 2008. I dati ottimisti della ripresa post-pandemica vanno visti in questa chiave: è un recupero da una frenata disastrosa dovuta al lockdown, non un “a tutto vapore come prima”.


Nubi all’orizzonte

Sulle prospettive ottimiste incombe anche il macigno della ristrutturazione, con infrastrutture inadeguate a sostenere uno sviluppo economico che garantisca l’elevato standard di vita delle promesse elettorali. Se da un lato il tasso di povertà si è dimezzato negli ultimi 30 anni, il reddito pro capite resta inferiore a tutti i Paesi confinanti e le diseguaglianze tra diversi Stati e regioni, e tra fasce, classi e caste della popolazione, sono evidenti. L’India rimane comunque la nazione con più poveri al mondo: 228 milioni e 900 mila, più del 16 per cento sul totale.

E poi, i dati reali sull’occupazione. L’India dispone di una manodopera straordinaria, metà della popolazione ha meno di 25 anni (più di 600 milioni), molti con buoni livelli d’istruzione e conoscenza dell’inglese. Ciò offre almeno tre vantaggi: una forza lavoro enorme e quindi più produzione pro capite; un esercito di risparmiatori, cioè più investimenti e più produzione, e quindi l’adozione di tecnologia superiore; e infine, più energia e ottimismo che assecondano l’innovazione. Ma bisogna prima generare lavoro per queste giovani braccia e menti. Invece, la stagnazione occupazionale dura da dieci anni. Nel 2017 gli occupati erano 413 milioni; nel 2019, 406; nel 2022 erano calati a 402. Il clima imprenditoriale è complicato da burocrazie artritiche e forti politiche protezionistiche che non favoriscono gli investimenti stranieri, e difatti molte multinazionali hanno già battuto in ritirata, dall’abbandono della Danone, alla “ristrutturazione” della Ford fino alla vendita di Citibank India alla Axis Bank indiana.

E questo perché il governo Modi sembra essersi concentrato più nell’agevolare le potenti famiglie di multimiliardari, come gli Ambani, Adani, Nadar, Poonwalla che hanno accentrato forti monopoli nell’ambito di petrolchimico, telecomunicazioni, immobiliare, difesa, It e vaccini, che nello sviluppo di nuovi imprenditori per una più equa distribuzione della crescita. Il problema è anche che l’arricchimento di questi super-conglomerati non genera abbastanza posti di lavoro. Dei 20 milioni di giovani che ogni anno entrano nell’età lavorativa, solo otto milioni cercano lavoro, il resto si affida a famiglia e sussidi, visto che per Costituzione il Paese è pur sempre una repubblica socialista. Ancora non esiste un programma credibile su come generare, a parte il settore agricolo, i 90 milioni di posti di lavoro necessari entro il 2030 per sostenere l’economia. Soprattutto, manca un piano per rendere democratica questa crescita. E più inclusiva, considerato che solo una donna su quattro fa parte della forza lavoro, un dato in calo da quando i conservatori religiosi sono al potere, promuovendo la mentalità dell’angelo del focolare.

Ritorno al passato

La sfida strutturale riguarda anche i mancati investimenti in un sistema sanitario pubblico che nella pandemia ha dimostrato rovinose fragilità, considerato che i morti per Covid-19 sono senza dubbio stati molti di più di quanto dicono i dati ufficiali, anche per la difficoltà di quantificare i decessi nelle zone rurali. Manca poi una politica per un’alimentazione più sana, a fronte di aumenti sproporzionati di obesità e diabete da quando è stata introdotta la dieta occidentale. E un progetto concreto per scuole che formino conoscenze utili alle industrie contemporanee, a parte le famose Stem, università concentrate su scienza, tecnologia, ingegneria e matematica che hanno generato i leader indiani o di origini indiane che stanno  conquistando il mondo, dalla Silicon Valley alle grandi multinazionali fino a Downing Street. Ma emigrando. L’India riuscirà a trattenere o far rimpatriare questi talenti, a generare lavoro per l’oceanica gioventù che potrebbe diventare uno tsunami di disoccupati scontenti, a spianare la strada verso la riconquista del futuro che riporti al suo passato di primato economico?

Sul Venerdì del 18 agosto 2023

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