Le pomiciate di Philip Roth
di Daria GalateriaLo scrittore americano Philip Roth (1933-2018) a Newark, New Jersey, dove è cresciuto. Corbis via Getty Images
«La mia reputazione di recluso è un’idiozia» sosteneva Philip Roth, che passava le giornate alla scrivania e la sera con una donna – lui e lei con un libro in mano, «se riusciva a spuntarla» – e prese il primo aereo solo per andare all’università. A sei anni aveva dichiarato che se ne andava di casa; la madre gli fece una piccola valigia e lo lasciò sul pianerottolo a disperarsi; da allora fu lui a dire «Vattene!» a lei.
Ma tra i due era un idillio; il padre, assicuratore, dispensava «consigli alla Polonio». Pur col “ronzìo” fisso del sesso, Roth ebbe un’educazione saggia e morigerata; tutti erano grandi lavoratori, e lo zio Joseph per esempio morì nel suo negozio di alimentari, dove un ladro lo aveva chiuso nella cella frigorifera; ancora nel 1991, l’idea che si potesse non lavorare per tutto il tempo giungeva allo scrittore «del tutto nuova». L’estate, l’intera comunità ebraica di Weequahic (Newark, New Jersey) si trasferiva a Bradley Beach, sulla baia: ma prima tutti si fermavano a…
«La mia reputazione di recluso è un’idiozia» sosteneva Philip Roth, che passava le giornate alla scrivania e la sera con una donna – lui e lei con un libro in mano, «se riusciva a spuntarla» – e prese il primo aereo solo per andare all’università. A sei anni aveva dichiarato che se ne andava di casa; la madre gli fece una piccola valigia e lo lasciò sul pianerottolo a disperarsi; da allora fu lui a dire «Vattene!» a lei.
Ma tra i due era un idillio; il padre, assicuratore, dispensava «consigli alla Polonio». Pur col “ronzìo” fisso del sesso, Roth ebbe un’educazione saggia e morigerata; tutti erano grandi lavoratori, e lo zio Joseph per esempio morì nel suo negozio di alimentari, dove un ladro lo aveva chiuso nella cella frigorifera; ancora nel 1991, l’idea che si potesse non lavorare per tutto il tempo giungeva allo scrittore «del tutto nuova». L’estate, l’intera comunità ebraica di Weequahic (Newark, New Jersey) si trasferiva a Bradley Beach, sulla baia: ma prima tutti si fermavano ad Asbury Park, a pesare i ragazzi su una grossa bilancia, e lo stesso al rientro, per verificare che non fossero ingrassati.
Roth mirò a dare della sua adolescenza un’immagine più vispa (una sera, racconterà, «feci l’amore con la cena della mia famiglia» – aveva usato in modo improprio una fettina di fegato); ma a Bradley Beach raccolse solo baci. Non beveva, e chiese consiglio alla madre per andare al bar con le ragazze. «Chiedi un Canasta Collins», consigliò lei; il cameriere rimase interdetto («probabilmente non esisteva»), ma dopo Roth tutti gli amici ordinarono, uno dopo l’altro, un Canasta Collins.
In ricordo di quelle pomiciate al mare, quando finalmente, su un aereo a elica «col pavimento in pendenza», Roth partì per l’Università della Pennsylvania, ideò con gli amici una festa in spiaggia ma al coperto, in febbraio, ricoprendo di sabbia tre sale; non fu un baccanale memorabile, perché i bikini delle ragazze non mostravano più di qualche centimetro di addome; in compenso continuarono per mesi a trovare sabbia nel cibo. Vigeva, si legge nella grandiosa biografia di Blake Bailey (da Einaudi), il puritano “clima Eisenhower”; nel 2009 Roth chiederà alla ragazza con cui usciva allora «cosa facevamo?». La risposta: «Prendevamo a calci le foglie secche e parlavamo di Thomas Wolfe». In un cimitero, nella macchina di un compagno, un’altra ragazza lo baciò nelle parti intime: lui pensò che doveva essere figlia di divorziati. Anni dopo, nello stesso campus, la nipote della «ragazza di Philip Roth» sarebbe diventata, solo per questo, una celebrità.