Se il centro (sperimentale) si sposta a destra
di Michele GravinoUn momento delle lezioni alla Scuola nazionale di cinema. Sotto, la sede del Centro sperimentale di cinematografia con lo striscione affisso dagli studenti durante l’occupazione. Morra click 2017
Roma. Nel deserto agostano il Centro sperimentale di cinematografia è naturalmente chiuso. Sulla facciata del palazzo fascista di fronte a Cinecittà resta lo striscione affisso dagli allievi durante l’occupazione di qualche settimana fa: LA CULTURA NON SI LOTTIZZA – IL CSC NON SI LEGA. Francesco Luciani, 28 anni, iscritto al corso di sceneggiatura, è uno dei tre rappresentanti degli studenti che hanno provato, invano, a bloccare il blitz estivo con cui la maggioranza di governo si è praticamente impadronita del Centro. «Ho passato i miei unici due giorni di vacanza al mare qua vicino, sono tornato intruppato in un pullman sostitutivo perché la ferrovia era bloccata da un incendio» racconta. «E meno male che il Foglio aveva scritto che noi del Csc lottiamo per la libertà del cinema da Salina o altre località del genere». Luciani sta preparando le prossime mosse della protesta: «Ci faremo sentire a Venezia e in altri festival più piccoli, stiamo preparando una manifestazione nazionale a…
Roma. Nel deserto agostano il Centro sperimentale di cinematografia è naturalmente chiuso. Sulla facciata del palazzo fascista di fronte a Cinecittà resta lo striscione affisso dagli allievi durante l’occupazione di qualche settimana fa: LA CULTURA NON SI LOTTIZZA – IL CSC NON SI LEGA. Francesco Luciani, 28 anni, iscritto al corso di sceneggiatura, è uno dei tre rappresentanti degli studenti che hanno provato, invano, a bloccare il blitz estivo con cui la maggioranza di governo si è praticamente impadronita del Centro. «Ho passato i miei unici due giorni di vacanza al mare qua vicino, sono tornato intruppato in un pullman sostitutivo perché la ferrovia era bloccata da un incendio» racconta. «E meno male che il Foglio aveva scritto che noi del Csc lottiamo per la libertà del cinema da Salina o altre località del genere». Luciani sta preparando le prossime mosse della protesta: «Ci faremo sentire a Venezia e in altri festival più piccoli, stiamo preparando una manifestazione nazionale assieme ad altre realtà della cultura italiana. Chiunque verrà nominato al vertice del Centro, che sia Pupi Avati (il nome che circola di più per la presidenza, ndr) o per assurdo anche Scorsese o Orson Welles redivivo, non avrà vita facile. Sappiamo che i nomi sono importanti, ma non è solo questione di nomi».
Sorpresa d’estate
L’assalto alla più venerabile istituzione del cinema italiano – nata ai tempi del Duce (suo lo slogan «Il cinema è l’arma più forte»), oggi Fondazione che riunisce la Scuola nazionale di cinema e la Cineteca nazionale – è la tappa più recente della sbandierata marcia del centrodestra meloniano alla conquista dell’egemonia culturale. Presentando e poi approvando nel giro di pochi, infuocati giorni d’estate un emendamento alla legge di conversione di un decreto che si occupava di tutt’altro – Disposizioni urgenti in materia di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, di agricoltura, di sport, di lavoro e per l’organizzazione del Giubileo della Chiesa cattolica per l’anno 2025 – la maggioranza ha stravolto la governance del Csc: il cda passa da cinque a sei membri, tre nominati dal ministro della Cultura, uno dall’Economia, uno ciascuno – è questa la novità – da Istruzione e Università. Così tutti e tre i partiti della coalizione si assicurano una casella. Diventano di nomina politica, e stipendiati, anche i sei membri del Comitato scientifico che partecipa alla scelta di preside e docenti. Troncato a metà il mandato della presidente Marta Donzelli e del suo cda, che sarebbero dovuti restare in carica fino al 2025.
A nulla sono valse le manifestazioni degli studenti, gli appelli di tanti grandi nomi – da Moretti a Virzì a Wim Wenders – le proteste indignate delle opposizioni. Come è già successo per la Rai, le accuse di lottizzazione rimbalzano facilmente al mittente: si è sempre fatto così, i vecchi vertici li aveva nominati il ministro Franceschini (Pd), sicuri che gli appelli all’autonomia della cultura non nascondano la difesa di poltrone da sempre appannaggio di amici e amici degli amici?
In ballo ci sono anche dei soldi, e non pochi. Oltre ai fondi pubblici per la gestione ordinaria, 17 milioni di euro nel 2023, il Csc può contare su 37,2 milioni come quota Pnrr. La vecchia dirigenza li aveva impegnati in vari progetti, dall’acquisto del cinema Fiamma di Roma («un nome che non dispiacerà a questo governo» scherza qualcuno) per proiettare i capolavori della Cineteca e i saggi degli studenti, alla ristrutturazione delle sedi, dal varo di una piattaforma per l’insegnamento a distanza alla creazione di un Digital Lab. Ovvio che il nuovo potere politico voglia avere voce in capitolo su come vengono spesi: «È una normale logica da spoil system» ha tagliato corto il presidente della Commissione cultura della Camera Federico Mollicone (FdI), tra i registi dell’operazione.
Normale? Emiliano Morreale, docente e critico (anche del Venerdì) ed ex conservatore della Cineteca, dice che «il Csc ha sempre sofferto di un’eccessiva contiguità con la politica e di un elefantismo burocratico da parastato. Avrebbe bisogno di maggiore autonomia. E il governo che fa? Moltiplica le poltrone assegnate direttamente dai ministeri. Una visione del rapporto tra politica e cultura degna di un Minculpop dei poveri, abbinata a mezzucci da vecchia Dc, la leggina approvata quasi di nascosto in piena estate. E senza uno straccio di progetto su come il Csc dovrebbe diventare».
Duemila candidati
Intanto ci sono almeno un paio di migliaia di ragazze e ragazzi tra i 19 e i 27 anni che in quel palazzo fascista sognano di entrare. Sono iniziate le selezioni per il prossimo anno accademico, dieci corsi che coprono tutti i mestieri del cinema: recitazione, regia, sceneggiatura, produzione, fotografia, montaggio, scenografia, suono, costumi, visual effects, conservazione e management del patrimonio audiovisivo. Altri corsi si tengono nelle sedi regionali: reportage all’Aquila, documentario a Palermo, animazione a Torino, pubblicità e cinema d’impresa a Milano. Le domande di ammissione sono già arrivate assieme agli allegati che serviranno alla prima scrematura: la registrazione di un monologo per gli aspiranti attori, un cortometraggio per i registi, disegni per costumisti e scenografi... Seguiranno prove scritte e orali e un corso propedeutico in sede per pochi eletti che saranno ulteriormente selezionati.
Alla fine gli ammessi saranno 150 circa, di cui 84 a Roma. Studieranno a tempo pieno per tre anni – al costo annuale di 3.000 euro, salvo ottenere una delle 22 borse di studio su base Isee – e usciranno con un diploma equipollente alla laurea breve. Dietro la cattedra, tutti professionisti in attività. «Marco Bellocchio, Francesca Archibugi, Stefano Bises, Susanna Nicchiarelli, Francesco Piccolo, Massimo Cantini Parrini...» elenca la sceneggiatrice Gloria Malatesta, designata come prossima preside («mi ha nominata la vecchia dirigenza, ma a questo punto non so più cosa accadrà»). E continua: «Tra artisti e giovani si crea un clima da bottega rinascimentale, ognuno può riuscire a formare la propria creatività».
E gli ex allievi si ritrovano sui set, spesso chiamati dai loro maestri: «Il tasso di occupazione è altissimo, specie tra le professioni tecniche» assicura Malatesta. Per gli antipatizzanti è facile ribaltare la prospettiva. «Lo sappiamo bene che cosa si dice “fuori”» ammette Luciani «che siamo la piccola casta che alimenta la grande casta del cinema italiano, che i corsi sono pieni di “figli di”. Io ne conosco ma non ho niente contro di loro, è chiaro che se uno nasce in una famiglia che vive di cinema a vent’anni si ritrova più motivato e preparato: va così anche con i figli dei medici. Però eccomi, sono la smentita vivente dello schema: vengo da Campobasso, mio padre era operaio, mia madre infermiera». Nessuna paura di farvi strumentalizzare, di passare per utili idioti del Pd? «Non siamo ingenui, difendere la dirigenza cacciata non ci interessa più di tanto. Ma se questo governo controlla la cultura, potremo imparare a fare il cinema che vogliamo? E provare a raccontare come cambia la società? Tante mie colleghe stanno provando a ridefinire il ruolo delle donne, io sto scrivendo una serie sulle nuove famiglie e il poliamore. Mollicone è quello che protestò perché in una puntata di Peppa Pig c’era un orsetto con due mamme. Possiamo essere preoccupati?».