Capelli: tutte le Storie vengono al pettine
di Alba SolaroIl gesto di protesta di una manifestante iraniana. Getty Images
Per capire il potere che può avere un semplice colpo di forbice alla chioma di un uomo basterebbe la storia della regina merovingia Clotilde, che Elena Martelli rievoca nelle pagine del suo All’aria sparsi. Storia culturale dei capelli (il Saggiatore). Siamo nel V secolo, Clotilde è la vedova di Clodoveo I, re dei Franchi, madre di Clodomiro, Childerberto e Clotario; pare uno scioglilingua e invece è quasi un horror. La regina ha infatti preso sotto la sua ala protettrice i tre nipotini figli di Clodomiro, ucciso in battaglia. Gli altri due figli, gelosi, vedendoli come possibili rivali al trono, li fanno rapire e spediscono alla regina un messaggero. Con un biglietto? No: con una spada in una mano e un paio di forbici nell’altra.
Voi cosa avreste scelto? Clotilde non ebbe dubbi: «Piuttosto morti che rasati». Fu così che due dei nipotini vennero trucidati, il terzo si salvò tosandosi la testa e facendosi monaco. La regina non era pazza. Spiega Martelli che «i merovingi erano famosi pe…
Per capire il potere che può avere un semplice colpo di forbice alla chioma di un uomo basterebbe la storia della regina merovingia Clotilde, che Elena Martelli rievoca nelle pagine del suo All’aria sparsi. Storia culturale dei capelli (il Saggiatore). Siamo nel V secolo, Clotilde è la vedova di Clodoveo I, re dei Franchi, madre di Clodomiro, Childerberto e Clotario; pare uno scioglilingua e invece è quasi un horror. La regina ha infatti preso sotto la sua ala protettrice i tre nipotini figli di Clodomiro, ucciso in battaglia. Gli altri due figli, gelosi, vedendoli come possibili rivali al trono, li fanno rapire e spediscono alla regina un messaggero. Con un biglietto? No: con una spada in una mano e un paio di forbici nell’altra.
Voi cosa avreste scelto? Clotilde non ebbe dubbi: «Piuttosto morti che rasati». Fu così che due dei nipotini vennero trucidati, il terzo si salvò tosandosi la testa e facendosi monaco. La regina non era pazza. Spiega Martelli che «i merovingi erano famosi per credere nel potere temporale delle chiome dei re»: dunque accettare di tagliarsi i capelli significava rinunciare al trono, alla propria appartenenza, condannarsi a una vita di povertà e infamia».
Tra Raffa e Baudelaire
A pettinare la Storia si scopre che le questioni tricologiche vanno prese molto sul serio: non si tratta semplicemente di capire l’evoluzione della società seguendo ciuffi, frange, boccoli, rasature, creste o tinture. Giornalista di cultura e costume, Martelli indaga la nostra parte fisica più maneggiata e maneggiabile come un racconto privato e collettivo, «espressione biologica e insieme evento culturale. Ogni volta che manipoliamo i nostri capelli» scrive l’autrice «lo facciamo sempre all’interno di categorie culturali, riferendoci a modelli e a sovrastrutture che dipendono, oltre che da noi, dal contesto sociale, culturale ed economico in cui viviamo». Per districarsi in questa storia si attraversa l’antropologia come la cultura pop; la mitologia antica e il caschetto di Raffaella Carrà; i versi di Baudelaire che in Un hémisphère dans une chevelure celebra «l’oceano nero dei capelli di Jeanne Duval, ballerina e attrice francese di origine haitiana»; l’elegia di amore e rimpianto che Callimaco traccia nella Chioma di Berenice.
È per tutta questa meravigliosa complessità che i capelli lunghi, per restare dalle parti dei merovingi, possono essere al tempo stesso simbolo di virilità (vedi la leggenda biblica di Sansone e Dalila) e strumento di seduzione femminile. Possono incarnare il potere, ma anche la ribellione al potere, come insegnavano i Nomadi quando cantavano «Chi vi credete che noi siam / per i capelli che portiam?» (Come potete giudicar, 1967). Gli hippie capelloni scandalizzavano l’americano medio dal taglio a spazzola con un look che era gesto politico: rifiutare di tagliarsi i capelli in quel momento significava anche rifiutarsi di partire per la guerra in Vietnam.
Mullet Azteco
In un’altra parte del mondo, fra gli aztechi, racconta il libro, la lunghezza delle chiome stabiliva il grado militare di un guerriero. Sciolti dietro e corti a spazzola sulla fronte, indicavano i guerrieri attivi di basso grado. Ricorda qualcosa? Sì, il mullet degli anni Ottanta, quello sfoggiato dal giovane Andre Agassi sui campi da tennis, ma anche da Bono degli U2, e prima ancora da David Bowie epoca Ziggy Stardust, poi rimbalzato in cento soap opera e gruppi pop, giudicato una delle pettinature più imbarazzanti della storia prima di essere recentemente rivalutata dalla Gen-Z. Tornando ai guerrieri, gli spartani, «campioni di virilità marziale», si pettinavano sempre prima di andare in guerra, era per loro quasi un complemento del gesto eroico. Martelli ricorda che Erodoto, nel descrivere la battaglia delle Termopili, narra che i persiani avevano mandato una sentinella a spiare nel campo avversario; questi era tornato raccontando a Serse che gli spartani si preparavano (a perdere) facendo un po’ di ginnastica ma più che altro pettinandosi: peggio della sconfitta c’era solo l’idea di perdere la dignità.
Alla Chiesa cristiana, si apprende addentrandosi in All’aria sparsi, troppi capelli non sono mai piaciuti, è roba da streghe, da idolatri, sono «i capelli del demonio» che, scopriamo, si possono ammirare alla Galleria nazionale d’Arte moderna di Roma. Cercatela, è una grande tela che mostra una donna in piedi sul balcone di una casa di campagna, «i capelli rossicci, irti ed elettrificati» come il suo corpo: è La pazza di Giacomo Balla, dipinto del 1905, che ci indica come, «nella storia dei capelli, le pazze e i pazzi li riconosci dai capelli furibondi».
E dalle capigliature spesso ci si riconosce tra simili, come insegnano le creste del punk, i ciuffi impomatati dei teddy-boys nell’Inghilterra misera e orgogliosa del dopoguerra, o anche gli chignon infiniti nascosti sotto i turbanti dei sikh, che non li tagliano mai «per rispetto della perfezione e dell’armonia creata da Dio». Un po’ come succede anche per i dreadlocks degli adepti al rastafarianesimo, che simbolicamente rappresentano la chioma del leone a volte presente sulla bandiera etiope. Portati dentro la cultura pop dal mito di Bob Marley, sono finiti nel dibattito sull’appropriazione culturale quando qualche anno fa lo stilista Marc Jacobs fu contestato per aver mandato in passerella alla New York Fashion Week un plotone di modelle dai dreadlock multicolori, tutte di pelle bianca; e non servì molto che a sua difesa dicesse «io non faccio distinzioni di colore e razza».
È la storia a fare distinzioni, e non si può ignorarlo. Martelli ricostruisce la storia dell’afro, il taglio del “Black is beautiful”, reso celebre da Angela Davis, che fu il segno tangibile della rivolta e della riappropriazione identitaria africana-americana: «Il primo no alla sottomissione e alla negazione dei diritti» perché «stirarsi i capelli non era una scelta ma una necessità se si voleva trovare almeno un impiego». Anni dopo, nel 2019, Michelle Obama smessi i capelli lisciati da First Lady (scelti per disinnescare ogni pretesto razziale), si presenterà in pubblico con una «acconciatura afro bon ton pochi giorni dopo che la California aveva approvato il Crown Act, la prima legge contro ogni forma di discriminazione verso i capelli afro o di altre etnie».
Parrucche e Bandane
I capelli in politica sono pura semantica, ricorda giustamente Martelli. Che sia la bandana di Berlusconi a protezione di un probabile trapianto; il cespuglio arruffato di Boris Johnson; l’assurdo biondoarancio di Donald Trump che lo fa sembrare «il cattivo di un cartone animato»; il taglio impeccabile del premier canadese Justin Trudeau, «un’arma che rende ancor più smaglianti bellezza, giovinezza, senso di lusso e di privilegio»; la scapigliatura intello di Massimo Cacciari e Bernard-Henri Lévy. E, andando a ritroso, le parrucche dell’aristocrazia, torreggianti simboli del potere sulle graziose teste di Maria Antonietta e dei nobili, che con la Rivoluzione francese se ne dovettero sbarazzare di corsa per non finire sotto la ghigliottina; un secolo dopo, Lenin farà l’opposto e se ne infilerà una rossa per scappare in Finlandia, come racconta Curzio Malaparte in Il buonuomo Lenin.
Sbarazzarsi dei capelli è anch’esso un gesto dalle mille letture. Di recente sono tristemente tornate le belle foto di una giovanissima Sinead O’Connor con la testa rasata da angelica skinhead. Non più solo segno di schiavitù, sottomissione spirituale dei monaci, o l’umiliazione delle collaborazioniste dei nazisti, teste rasate ne abbiamo viste a Hollywood (Natalie Portman in V per Vendetta, Demi Moore in Soldato Jane), ma anche nelle paparazzate a Britney Spears allo zenit del suo crollo psichico. E tagliarsi i capelli è diventato uno dei gesti di rivolta più potenti di questi tempi intricati, che le donne iraniane continuano a praticare dopo la morte di Mahsa Amini il 16 settembre del 2022, uccisa dalla polizia perché portava male il velo.