“Voglio andare a vivere in Islanda”: chi sono gli italiani che ci hanno provato. E ci sono riusciti
di Claudia de LilloGiulia Pozzobon e Christian Spagnol 30 anni
Sono infermieri. «In Islanda ci sentiamo tutelati», dicono, ma andranno via quando il figlio crescerà: in cerca di scuole migliori. Claudia de Lillo
Reykjavik. Si scrive Þetta Reddast ed è islandese. Significa più o meno “Tutto si sistema” ed esprime lo spirito di un popolo che, abituato alle calamità di un’isola impervia, affronta le insidie del quotidiano con fiduciosa noncuranza. Þetta Reddast è la risposta all’appuntamento saltato, all’imprevisto, a una strada in salita. È l’ottimismo dell’arrendevolezza. Perché, alla fine, decide il destino o l’eruzione di un vulcano. Gli italiani residenti in questa terra geologicamente bambina e filosoficamente stoica sono, all’anagrafe, un migliaio, su quasi 70 mila stranieri. C’è chi, nel Þetta Reddast, ha trovato la felicità, chi ne è esasperato, chi lo tollera perché ogni migrazione contiene un compromesso.
L’Islanda è un passo più lento, salari alti e costi altissimi, il capoufficio che annuncia: «C’è il sole, tutti a casa!», gioia per un vulcano neonato, piscine geotermiche, una terra marziana, parità di genere. L’Islanda è una luce estiva sempre accesa, illusione di immortalità, è un…
Reykjavik. Si scrive Þetta Reddast ed è islandese. Significa più o meno “Tutto si sistema” ed esprime lo spirito di un popolo che, abituato alle calamità di un’isola impervia, affronta le insidie del quotidiano con fiduciosa noncuranza. Þetta Reddast è la risposta all’appuntamento saltato, all’imprevisto, a una strada in salita. È l’ottimismo dell’arrendevolezza. Perché, alla fine, decide il destino o l’eruzione di un vulcano. Gli italiani residenti in questa terra geologicamente bambina e filosoficamente stoica sono, all’anagrafe, un migliaio, su quasi 70 mila stranieri. C’è chi, nel Þetta Reddast, ha trovato la felicità, chi ne è esasperato, chi lo tollera perché ogni migrazione contiene un compromesso.
L’Islanda è un passo più lento, salari alti e costi altissimi, il capoufficio che annuncia: «C’è il sole, tutti a casa!», gioia per un vulcano neonato, piscine geotermiche, una terra marziana, parità di genere. L’Islanda è una luce estiva sempre accesa, illusione di immortalità, è un inverno di tenebra, memento della nostra finitezza.
«Da noi graverei sui genitori»
Sara Bianchi, 43 anni, marchigiana, è a Reykjavik dal 2008, anno della grande crisi finanziaria. «Volevo fare un’esperienza all’estero», racconta seduta sulla panchina di un giardino dove bambini giocano in silenzio. «Mi sono iscritta a un sito per ragazzi alla pari, decisa ad accettare la prima offerta, dovunque fosse». In Islanda credeva di fermarsi un anno. Si è innamorata, ha avuto due figli: Alexander e Anna, dieci e due anni, maniche corte nei 12 gradi di un pomeriggio estivo. Fa la maestra d’asilo per 2.500 euro netti al mese, che non bastano. Per arrotondare fa le pulizie nel suo condominio e la commessa in un negozio per turisti, quando i bambini sono con il padre che «nel frattempo, come si usa qui, ha avuto un figlio con un’altra donna». Non è facile per Sara, «ma ho scelto di rimanere. Da madre sola, riesco a essere autonoma. In Italia graverei sui miei genitori anziani».
Vive in un quartiere vicino al mare, poco lontana dalla casa di Björk, è iscritta al sindacato, beneficia di un fondo per l’educazione («che paga il 90 per cento delle tasse dell’università a cui mi sono iscritta») e di uno per la salute. Ha grandi occhi chiari, l’ambivalenza degli sradicati. «Quando vivi all’estero sei straniera di qua e di là». Una folata di vento freddo, i gabbiani sopra la testa. «La pace che ho qui non la cambierei».
«Il posto giusto per mia figlia»
Emilia Telese, campana, cresciuta a Foggia, una tradizione familiare cartiera ad Amalfi, si muove con disinvoltura tra antichi torchi calcografici nella sede di Íslensk Grafík, l’associazione degli incisori islandesi. A otto anni voleva diventare pittrice e poetessa. Oggi, a 49, è un’artista e un’accademica. I suoi lavori sono esposti alla Biennale di Venezia, al Louvre, alla Tate Gallery. Dopo vent’anni in Gran Bretagna, nel 2018, per accontentare il marito, ingegnere islandese, si è trasferita a Reykjavik, con la loro bambina di nome Kria, come l’uccellino che migra dal Polo Nord a Polo Sud. Oggi l’ingegnere sta con un’altra, Kria ha sette anni, Emilia porta scarpe di pelle di salmone, parla islandese ed è incastrata in questa terra che la ispira («perfetta per creare») e la sfinisce («difficile per gli artisti»).
«Credo che per gli islandesi avere figli sia un’esperienza individuale, separata dalla coppia». Racconta di un Paese sicuro: «Poche auto, bassa criminalità. I bambini girano da soli e a scuola imparano a cucire, cucinare, intagliare il legno». Emilia, che insegna Pratica professionale dell’arte, ha amici islandesi, ama l’inverno e crea struggenti incisioni sul Tetrapak (non riciclabile in Islanda), con tecniche rinascimentali e inchiostri ricavati dai minerali dei ghiacciai. Mi mostra un autoritratto in cui guarda fuori dalla finestra, una bimba in braccio. «Sarei rimasta in Gran Bretagna. Ma questo è il posto giusto per Kria».
«L’importante è capirsi»
Roberto Luigi Pagani, 32 anni, di Cremona, qui è un’istituzione. Il suo sito, unitalianoinislanda.com, è un esaustivo compendio sulla Terra del ghiaccio. «Sono arrivato per interessi accademici, affascinato dalla ricchezza del patrimonio letterario medievale». Insegna a studenti islandesi a leggere i loro manoscritti antichi e accompagna i turisti alla scoperta dell’isola. Nella vita, per essere felici, bisogna trovare un luogo che ci somigli. «In Italia mi pesavano formalità, gerarchie, frenesia. Qui la società è più orizzontale e il lavoro è un mezzo e non un fine». Roberto è innamorato. Dei lunghi inverni e di Lára, la fidanzata. «Nel rapporto di coppia ci siamo adattati. L’affettività degli italiani è come quella dei cani, espansiva e festosa; gli islandesi fanno come i conigli che saltellano intorno a chi amano. Basta capirsi». E i rapporti occasionali? «Qui prima si fa sesso, poi si decide se proseguire. Per divertirsi le ragazze preferiscono stranieri di passaggio».
Parenti o amanti?
Enrico Giudici, valtellinese, ha 28 anni, una passione per il Nord e per la fotografia. Lavora come guida. Tales of the North è il nome del suo blog. In una popolazione di 370 mila persone la probabilità di incappare in un consanguineo è piuttosto elevata, tanto che esiste un App che, attingendo all’archivio genetico della popolazione, segnala eventuali parentele tra potenziali amanti.
«Meglio l’acqua del cibo»
Mino Giunta, 37 anni, italo-scozzese, è nato a Carate Brianza. «I ritmi lenti degli islandesi mi ricordano la Sicilia di mio padre». Dopo molto viaggiare, dal 2021, è istruttore di sub qui e si immerge in acque gelide. «In Messico ho nuotato con squali toro, in Thailandia con squali balena ma in Islanda ci sono cose che i subacquei raramente vedono». Abbronzato, i capelli lunghi, sorride: «Domani mi immergo in una fonte geotermica di acqua frizzante. Ho nuotato nei crateri di vulcani estinti. Mi sento al limite del mondo».
Per chi si nutre di avventura, il banchetto islandese è un tripudio. Non altrettanto per il cibo «che mi toglie la gioia». Per Mino «gli Islandesi si concentrano sul valore nutritivo degli alimenti più che sul sapore» e cita il suo padrone di casa che cena ogni sera con stoccafisso disidratato e burro.
«Meno stress più suicidi»
Christian Spagnol, di Pordenone, ha trent’anni ed è infermiere come Giulia, la sua compagna. «Se avessi avuto appuntamento con un islandese avrebbe potuto darti buca senza preavviso. A me è successo spesso», mi informa serafico. Viveva a Cardiff e, su Facebook, gli è apparso un annuncio dell’ospedale di Reykjavik. Perché no? La settimana dopo aveva un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio netto intorno ai 3.700 euro mensili. «Lavoro in terapia intensiva, un reparto di eccellenza, ma la sanità locale non è ovunque impeccabile». Si sono trasferiti nel 2018, in autunno, «lo chiamo “la stagione degli addii” per i tanti tentativi di suicidio». La salute mentale «è un problema critico così come l’abuso di alcol, oppioidi e droghe pesanti».
Christian e Giulia hanno un bambino piccolo, devono incastrare i turni in ospedale per occuparsi di lui. «Lavoriamo sempre ma lo stress è inferiore rispetto all’Italia». Non torneranno: «Ci sentiamo tutelati a livello professionale». Tuttavia, quando il figlio andrà alle elementari, cercheranno un altro Paese «perché il livello scolastico qui è basso». Il sogno di Christian è Creta. Ci andrà quando sarà in pensione.
«Porte aperte. non a tutti»
Francesca Stoppani, 26 anni, di Sapri, voleva «crescere senza compromessi e costruire altrove un’identità». Ha studiato lingue nordiche alla Sorbona e, dopo Norvegia, Lapponia e le isole Faroe, ha scelto l’Islanda. Nella sua strada breve ma densa, è stata guida turistica alle aurore boreali e intervistatrice, ha fatto partorire pecore, ha organizzato eventi, si è iscritta a un dottorato. «All’inizio ero arrabbiata con l’Islanda perché è una società nepotista e tutto avviene per raccomandazioni». Dice che le porte «sono aperte agli islandesi di nascita e, da straniera, devi essere dieci volte più brava degli altri». Lei evidentemente lo è e oggi lavora per una società che si occupa di mineralizzazione dell’anidride carbonica e scrive di musica Metal per Reykjavik Grapevine. «In Italia sarei considerata troppo giovane e troppo stupida per essere presa sul serio».
Come i napoletani
E poi c’è lei, Rosa Björg Jónsdóttir, la Signora delle zuppe. La chiamano così perché ne prepara di ottime e le lascia, in contenitori monouso, nel frigo di quartiere in cui, per evitare sprechi, viene portato cibo da chi ne ha in eccesso e ritirato da chi ne ha bisogno. È anche signora dei gatti: se un amico italiano va in vacanza, se ne prende cura lei. Ha 51 anni, due figli, un perfetto italiano con accento bergamasco («11 anni a Treviglio, per seguire un amore campano-pugliese»), un lavoro alla Biblioteca nazionale e un telefono che suona di continuo. C’è chi la chiama per un passaporto, una nascita o un divorzio o per un’auto in panne. Lei, maestosa e materna, risolve problemi. Perché Rosa è la console generale onoraria italiana in Islanda e, da un piccolo ufficio che è anche una biblioteca con tanti volumi per bambini, si prende cura di noi. L’ambasciata sta a Oslo ma qui,è lei, con la sua carica volontaria e non retribuita, a rappresentare l’Italia. Dice che «gli islandesi sono i napoletani del Nord». Ride degli italiani freddolosi. Invita le madri a non chiamarla se i figli quarantenni perdono l’aereo («Ahimè, succede spesso»).
Tutto si sistema
Nei miei giorni islandesi, la terra ha tremato migliaia di volte, un vulcano ha eruttato e il Sole non si è mai veramente spento; ho visto l’arcobaleno, camminato su un ghiacciaio, danzato sotto una cascata, cercato gli elfi, assaggiato lo stoccafisso essiccato e messo in valigia il Þetta Reddast.
Sul Venerdì del 25 agosto 2023