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Conan Doyle, da Sherlock Holmes allo spiritismo

Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930). (Bridgeman Images)

 
Per anni fu profeta della razionalità e della logica. Poi si convinse di poter parlare con l’aldilà, diventando lo zimbello di mezza Europa. Che cosa gli era successo? Ce lo spiegano i suoi scritti inediti e le ricerche di un biografo
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«Sherlock Holmes? Ma non dargli retta, è lo zimbello dei peggiori ciarlatani di Londra!». Nessuno oserebbe mai etichettare in questo modo il principe del pensiero deduttivo, che dal 1887 (anno di pubblicazione di Uno studio in rosso, in cui fa la sua comparsa insieme a Watson) è sinonimo di razionalità in tutto il mondo. Eppure in tanti hanno usato termini anche più derisori per il creatore di Sherlock, il medico e scrittore Arthur Conan Doyle, per la crociata che intraprese, a partire dal saggio La nuova rivelazione (1918), in favore dello spiritismo.

Che cosa portò quell’uomo così amante della razionalità – creò Sherlock Holmes, modellandolo sul medico Joseph Bell, che usava la deduzione per diagnosticare, proprio perché pensava che gli investigatori letterari del tempo risolvesser…

«Sherlock Holmes? Ma non dargli retta, è lo zimbello dei peggiori ciarlatani di Londra!». Nessuno oserebbe mai etichettare in questo modo il principe del pensiero deduttivo, che dal 1887 (anno di pubblicazione di Uno studio in rosso, in cui fa la sua comparsa insieme a Watson) è sinonimo di razionalità in tutto il mondo. Eppure in tanti hanno usato termini anche più derisori per il creatore di Sherlock, il medico e scrittore Arthur Conan Doyle, per la crociata che intraprese, a partire dal saggio La nuova rivelazione (1918), in favore dello spiritismo.

Che cosa portò quell’uomo così amante della razionalità – creò Sherlock Holmes, modellandolo sul medico Joseph Bell, che usava la deduzione per diagnosticare, proprio perché pensava che gli investigatori letterari del tempo risolvessero i loro casi grazie a coincidenze fortunate più che all’applicazione di un metodo – a professare in pubblico una fede granitica nella possibilità di comunicare con i defunti? «È giunto il momento in cui ulteriori prove sono superflue, e il peso della smentita ricade su coloro che negano» dichiarava il nostro in un’intervista a Current Opinion, una delle tante raccolte nel libro Parola mia. Interviste e altri inediti (Lorenzo de Medici Press).

E sempre di Conan Doyle è oggi pubblicata la raccolta di racconti inediti in Italia L’ultima legione (Clichy). Chi avesse seguito – negli anni Venti del secolo scorso – il popolarissimo scrittore britannico agitarsi in sedute spiritiche tenute da medium improbabili, dense di trucchi da avanspettacolo per irretire gli ingenui, non avrebbe mai immaginato che, agli inizi della sua carriera di medico, Arthur Conan Doyle brillava per scetticismo. «Finiti i miei studi medici, nel 1882, ero un convinto materialista» scrive Conan Doyle in The New Revelation. «Di fronte alla domanda se le nostre piccole personalità sopravvivono alla morte, pensavo che quando la candela si spegne, la luce svanisce. Ogni uomo nel suo egoismo pensa di dover sopravvivere, ma prendiamo l’ozioso medio: qualcuno supporrebbe una qualsiasi ovvia ragione perché quella personalità debba continuare a vivere?». L’avversione per la banalità è un leit motif del primo scetticismo di Conan Doyle, che così scrive nel volume My Religion: «I fenomeni spiritisti erano così infantili, i messaggi dei medium così futili: potevo accettarli come provenienti da un altro mondo?». Conan Doyle, però, finì per darsi una risposta che – sorprendentemente – era un’assolutamente lunare difesa d’ufficio dello spiritismo: «Ma se davvero la morte non apportava alcun cambiamento all’individuo, come sostenevano gli spiritisti, allora, siccome l’uomo o la donna medi non hanno un’intelligenza molto avanzata, non era ragionevole che il messaggio medio fosse superficiale?». Quindi: i messaggi dall’aldilà sono banali non perché falsi, ma perché la persona media non brilla per originalità da viva, e quindi anche da defunta.

Nell’autobiografia Memories and adventures (1924), è Conan Doyle stesso ad ammettere un cambio radicale di vedute sullo spiritismo. «È stato negli anni tra il mio matrimonio (1885) e prima di lasciare Southsea (1890) che ho piantato i primi semi di quegli studi psichici che erano destinati a rivoluzionare le mie idee e poi assorbire tutte le energie della mia vita» scrive. «A quel tempo avevo il consueto disprezzo che i giovani uomini colti provano verso l’argomento indicato con il goffo nome di spiritualismo. Avevo letto di medium condannati per frode, di fenomeni che negavano ogni legge fisica, e deploravo la credulità con cui le persone oneste e ingenue potevano farsi ingannare fino a credere che quei trucchi fossero segni di qualcosa che va oltre la nostra esistenza. Istruito alla scuola del materialismo medico, non c’era spazio nel mio cervello per teorie che contraddicevano ogni mia convinzione. Mi sbagliavo».

Due catastrofi sull’umanità

La conversione di Conan Doyle ha ragioni diverse, sia culturali che affettive. Come tanti, lo scrittore non trovava sollievo nella religione, e il suo animo scientifico lo portava a voler sperimentare, anche in un campo avventuroso come lo spiritismo. Del resto anche menti geniali come quelle di Thomas Edison e Nikola Tesla erano affascinate dal tema: entrambi infatti provarono a costruire congegni per entrare in comunicazione elettrica con i defunti. «Però il maggiore impulso furono due catastrofi che si abbatterono sul mondo tra il 1914 e il 1920: la Prima guerra mondiale e poi, subito dopo, l’influenza spagnola» spiega Andrew Lycett, biografo di Conan Doyle e autore del saggio The worlds of Sherlock Holmes (The Quarto group), in uscita in ottobre. «La perdita di così tante giovani vite in così pochi anni rese impellenti domande come: “C’è vita oltre la morte?” e il desiderio, in chi sopravviveva, di trovare un modo per comunicare con chi non c’era più».

Proprio allora Conan Doyle perse il figlio Kingsley, 25 anni, che era stato colpito al collo da due pallottole tedesche sulla Somme, in una delle più grandi battaglie della Prima guerra mondiale, sopravvivendo solo per essere contagiato fatalmente dall’influenza spagnola in un ospedale militare nell’ottobre del 1918.

La morte del figlio e del fratello

Nemmeno quattro mesi dopo, la pandemia strappò a Conan Doyle anche l’amato fratello Innes. «È stato solo nel periodo della guerra – quando tutti questi splendidi ragazzi stavano scomparendo dalla nostra vista, quando il mondo intero diceva: “Che ne è stato di loro, dove sono, cosa fanno ora?” – che mi sono reso conto di quanto fosse importante per la razza umana saperne di più su questo argomento» spiegò nel 1928 Conan Doyle al giornalista William Fox che lo intervistò nel giardino della sua villa in Sussex, nell’unico filmato esistente con la voce dello scrittore. «Quando parlo di questo argomento non parlo di ciò che credo e non parlo di ciò che penso: parlo di ciò che so. C’è un’enorme differenza, credetemi, tra credere a una cosa e conoscerla, e parlare di cose che ho maneggiato, che ho visto e che ho sentito con le mie orecchie. E sempre in presenza di testimoni, non rischiando mai di essere vittima di allucinazioni».

La parola “allucinazioni” è un tasto dolente per Sir Arthur: «Suo padre, Charles Altamont Doyle, pittore e illustratore che cadde nella depressione e nell’alcolismo per i suoi insuccessi, a partire dal 1885 fu internato in vari manicomi. Diceva di essere in contatto con i morti e disegnava gnomi e fatine che asseriva di vedere intorno a sé» spiega Lycett. «Probabilmente questo dramma familiare fu la causa, nel 1920, dell’altrimenti inspiegabile episodio che, più di tutti, espose Conan Doyle al ludibrio mondiale: il curioso caso delle “fate di Cottingley”».

Fotografie di fate

In quell’anno infatti furono diffuse cinque fotografie che due ragazzine di 16 e 10 anni, Elsie Wright e Frances Griffiths, avevano prodotto nel 1917. Le foto raffiguravano leggiadre e minuscole fatine – che in realtà erano solo figurine di carta ritagliate dalle due adolescenti – che giocavano tra le piante. Molti spiritisti si lanciarono in una crociata a difesa della genuinità delle fotografie, e Conan Doyle fu il più attivo di tutti, con gli articoli che pubblicò sullo Strand Magazine (dove scrisse «Queste fotografie marcheranno un’epoca») e il libro The coming of fairies (1921). «Per Conan Doyle credere nell’esistenza delle fate era un modo, forse tortuoso ma umanamente comprensibile, di recuperare la stima verso suo padre» commenta Lycett.

È sul terreno dell’umanità che urge riabilitare Sir Arthur: possiamo pensare che la sua caduta nelle fumose spire dello spiritismo non fu tanto un calo deplorevole della sua razionalità, ma un innalzamento spropositato dell’amore per i suoi cari, che superò perfino l’eccellente razionalità di Sherlock Holmes per avventurarsi oltre le colonne d’Ercole del ridicolo. Perché, di fronte agli affetti scomparsi e al pensiero annichilente del dopo, lo scherno degli altri gli sembrò davvero piccola cosa. E chissà che in questo non riverberò in lui una qualche fanciullesca e sbagliata, ma forse perfino invidiabile, saggezza.

Sul Venerdì del 1° settembre 2023

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