Intanto hanno inventato la parola: Airbnbust, lo scoppio di Airbnb. Più uno sgonfiamento, in realtà. E su Reddit c'è un sottocanale dove gli host statunitensi della piattaforma si incontrano per lagnarsi di come stanno andando gli affari con titoli tipo "Airbnb è entrata in una spirale della morte?". La risposta, a rischio di spoiler, è: no. Versante azienda le cose continuano ad andare benone, sia quanto a valore delle azioni (+50 per cento quest'anno) che quanto a numero di stanze offerte, che hanno superato i 7 milioni nel mondo.
Ma è proprio in questa sovrabbondanza di offerta che sta il seme della crisi, versante host, ovvero quelli che provano a mettere a reddito la loro abitazione. La dinamica, che Bloomberg ricostruisce bene, è che molti americani durante il Covid avevano abbandonato le città. Alcuni, con l'occasione, avevano comprato seconde case. Che, una volta tornati nelle proprie abitazioni, hanno messo sulla piattaforma. L'aumento di offerta, che in certe località è anche molto significativo (+85% a San Antonio, +73% a Phoenix e Dallas), ha finito per abbassare i prezzi. Così quando Mark e Joan Robertson, per fuggire dal freddo del Minnesota, hanno investito i loro risparmi in una seconda casa a Orlando, in Florida, convinti che il fatto di trovarsi a 10 minuti da Walt Disney World la rendesse appetibilissima dai turisti di tutto il mondo, si son dovuti ricredere. Quest'estate è stata particolarmente moscia: «Sembrava che saremmo stati sempre pieni, che avremmo fatto 5/10 mila dollari al mese mentre al massimo siamo arrivati a 3.500, certi mesi 1.000» (teniamo presente che il tenore di vita degli americani è decisamente più alto del nostro).
Questo è solo un aneddoto, ma in generale i prezzi che gli host riescono a farsi pagare, forse per la prima volta da quando Airbnb esiste, sono scesi dell'1 per cento rispetto all'anno scorso. Poco per predire una fine. Sufficiente, forse, per l'inizio di una svolta.
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