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Una notte al museo: alla scoperta della nuova casa dei faraoni

La grande statua di Ramses II accoglie i visitatori del GEM: per anni è stata di fronte alla principale stazione ferroviaria del Cairo (Fadel Dawod/Getty Images)

 
Lo splendore del tesoro di Tutankhamon con vista sulle piramidi di Giza. Visita guidata (e in anteprima) al nuovo e attesissimo Grande Museo Egizio. Reportage
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GizA (EGITTO). L’autista smarrisce la strada tra cavalcavia ancora senza parapetto, inversioni di marcia su polverosissimi percorsi alternativi e deviazioni che disorienterebbero anche l’infallibile istinto del cammello in cerca di un’oasi. Il gps non è d’aiuto, quei percorsi non sono ancora sulla mappa, la toponomastica non è più la medesima, qualche terreno è stato espropriato, alcune sopraelevate sfiorano le palazzine di mattoni crudi. Un tempo vantavano una vista, seppur parziale, sulle Piramidi – il sito archeologico più suggestivo e visitato al mondo, venti chilometri dal centro del Cairo, nel governatorato di Giza – oggi sono miracolosamente scampate alla demolizione.


La nostra destinazione è a due passi: a Ovest s’intravede la punta della Grande Piramide, quella di Cheope, che sappiamo essere a due chilometri dall’“oasi” che vorremmo raggiungere. Ci siamo quasi, il Grand Egyptian Museum si scorge dall’altra parte dello stradone ancora sterrato (stanno ricavando una seconda cor…

GizA (EGITTO). L’autista smarrisce la strada tra cavalcavia ancora senza parapetto, inversioni di marcia su polverosissimi percorsi alternativi e deviazioni che disorienterebbero anche l’infallibile istinto del cammello in cerca di un’oasi. Il gps non è d’aiuto, quei percorsi non sono ancora sulla mappa, la toponomastica non è più la medesima, qualche terreno è stato espropriato, alcune sopraelevate sfiorano le palazzine di mattoni crudi. Un tempo vantavano una vista, seppur parziale, sulle Piramidi – il sito archeologico più suggestivo e visitato al mondo, venti chilometri dal centro del Cairo, nel governatorato di Giza – oggi sono miracolosamente scampate alla demolizione.


La nostra destinazione è a due passi: a Ovest s’intravede la punta della Grande Piramide, quella di Cheope, che sappiamo essere a due chilometri dall’“oasi” che vorremmo raggiungere. Ci siamo quasi, il Grand Egyptian Museum si scorge dall’altra parte dello stradone ancora sterrato (stanno ricavando una seconda corsia), il problema è raggiungerlo evitando il viavai di ruspe e caterpillar, sfruttando la prima svolta a sinistra che, ci indicano gli operai, è qualche chilometro a Est, dunque in direzione opposta.
«Qui sta succedendo qualcosa di grosso» commenta Omar, l’autista, per niente spazientito, abbassando il volume della radio che trasmette Beyoncé e Wegz, John Legend e Marwan Pablo. Ha venticinque anni, studia lingue orientali all’università e arrotonda con Uber: «Per voi magari è solo un altro museo, ma il GEM è il sogno che gli egiziani covano dagli anni 80. È la nostra quarta piramide».


Ormai tutti lo chiamano affettuosamente così, GEM: le aspettative sono enormi, sanno che quando sarà inaugurato, ufficialmente entro fine 2023 (al massimo entro i primi mesi del 2024 secondo quanto comunica prudentemente il ministro del Turismo, per evitare l’al lupo al lupo degli ultimi anni), sarà il completamento di un riassetto urbanistico che sta cambiando radicalmente il volto della metropoli egiziana, con lo spostamento di centri nevralgici in zone suburbane che assomigliano più a Dubai che alla Cairo fatimita.


Il vecchio Museo Egizio in stile neoclassico, gioiello di Piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, che dal 1902 incanta viaggiatori e turisti con le sue vetrine polverose e i preziosi reperti affastellati in bacheche tarlate, resterà al suo posto come una delle numerose testimonianze di questa civiltà millenaria, ricca e ancora misteriosa. Ma sarà orfano del più prezioso e leggendario dei suoi tesori, perché Tutankhamon, con l’aureo corredo scoperto 101 anni fa dall’archeologo inglese Howard Carter nella Valle dei Re, in una tomba rimasta sigillata per oltre due millenni, sta già traslocando. D’ora in poi abiterà al GEM.


Un luogo, una civiltà

Per quanto l’architettura ardita e le dimensioni faraoniche del Grand Egyptian Museum siano state diffuse con dovizia di particolari già nel periodo pre-pandemico, il colpo d’occhio, all’arrivo per uno dei tour pre-apertura organizzati dal museo, è pazzesco: almeno quanto la vista aerea che ne rivela, tra le dune, la pianta triangolare inquietante, aliena ma ben integrata nel paesaggio.


Passati i tornelli, superate quelle che saranno le biglietterie, accompagnati da hostess e steward in livrea, ci si raduna nello spiazzo antistante, una spianata accecante, oltre due ettari ricoperti di granito di Aswan con al centro un obelisco sospeso: un reperto mai esposto che ha la bella età di 3.500 anni. È la tecnologia a sostegno della Storia, un lusso che il vecchio Museo Egizio non avrebbe potuto permettersi per mancanza di spazio e sovrabbondanza di reperti. Da qui, a men che non si resti paralizzati da un attacco di agorafobia, si procede, a piedi o con navette elettriche già disponibili per anziani, disabili e visitatori pigri, verso i 500 mila (!!!) metri quadrati del GEM, l’area museale più grande del mondo dedicata a un’unica civiltà, delimitata da un muro perimetrale alto trenta metri che corre per oltre seicento a destra e a sinistra dell’ingresso principale.


La facciata è realizzata in vetro, marmo e 10 mila tonnellate di alabastro (proveniente da cave egiziane) sagomati a triangoli (ci sono pannelli che alimentano la struttura con energia solare): una soluzione suggestiva, giacché la punta della Grande Piramide non la smette di scrutarci sulla sinistra, a ricordare che lì, a due passi, nel XXVI secolo a.C., il faraone Cheope mise all’opera 360 mila lavoratori per edificare il suo sepolcro. Dunque, i settemila del GEM, impiegati in tre turni di sette ore, sono una bazzecola.


Troppo pesante per l’Italia

Nel nuovo tempio, è una piramide posta a ombrello sulla facciata che ci rapisce dal bagliore dell’esterno per introdurci nella zona ombrosa e ventilata (grazie a un avveniristico sistema di feritoie che favorisce la perfetta climatizzazione degli ambienti) del grande atrio, dove una guida dai capelli rossi («Mi chiamo Roberto, ma sono egiziano al cento per cento») si entusiasma raccontando come la statua di Ramses II (83 tonnellate, alta 12 metri) sia arrivata fin lì, ad accogliere i visitatori. «Fu scoperta dall’archeologo Giovanni Caviglia nel 1820, sarebbe finita in Italia se non fosse stata troppo pesante. Nel 1955, il presidente Nasser la volle a Bab el-Hadid Square, di fronte alla stazione ferroviaria del Cairo, e lì è rimasta fino a pochi anni fa. Il 22 ottobre e il 22 febbraio – giorni della sua nascita e dell’incoronazione – il volto del faraone verrà illuminato in pieno dal sole che filtra da quella fessura lassù. Come accade, esattamente nelle stesse date, alla sua statua all’interno del tempio di Abu Simbel».


L’effetto scenografico ci aveva già sbalorditi a marzo, quando era iniziato il periodo di prova con visite guidate (30 euro) per piccoli gruppi. Di più ci ha colpiti a giugno, quando siamo tornati per verificare alcuni dettagli che erano stati messi a punto: le statue monumentali già al loro posto; cominciavano ad arrivare quattrocento reperti al giorno (il GEM ne ospiterà 100 mila, ventimila mai prima esposti); le 107 teche per i manufatti che Tutankhamon avrebbe dovuto usare nell’aldilà appena consegnate da produttori italiani e tedeschi; le due enormi barche solari riassemblate e sistemate nello spazio a loro riservato sul lato Nord (quella di Cheope è lunga 43 metri e larga 10).


E naturalmente i pezzi del tesoro del faraone bambino. Troni, sarcofagi, maschere mortuarie attentamente sottoposti a ulteriori lavori di conservazione liberandoli dalla cera con cui Carter li aveva spalmati per evitarne l’usura: tutto è pronto per la morbosità dei mortali.


Sostanzialmente si tratta dello stesso percorso, con visita alle aree antistanti e retrostanti e alle attività commerciali, che da mesi aspettano un flusso di visitatori più consistente per fare profitti. Nel frattempo, dato il procrastinarsi dell’inaugurazione, è stato loro concesso di occupare lo spazio a titolo gratuito; il prestigioso negozio di preziosi Nakhla, che a marzo era al suo posto, ha preferito rinunciare e le sue vetrine sono rimaste vuote; resistono Starbucks e la storica argenteria Atef Wassef, che nel centro del Cairo occupa quella che fu la gioielleria di re Farouk.


In attesa dell’apertura al pubblico, la grande hall e gli sconfinati spazi esterni vengono usati per varie attività: concerti, didattica per l’infanzia, eventi organizzati da sponsor danarosi, vip tour venduti a duemila dollari a biglietto: il GEM ha bisogno di fare cassa, il costo della “quarta piramide” è di un miliardo di dollari e l’economia egiziana non versa in buone condizioni. Intanto, però, iniziano a vedersi i primi segni di usura (le sabbie sono corrosive): lassù un supporto arrugginito, più in alto un vetro crepato. Dovranno dare una risistemata quando il presidente Al Sisi arriverà per la parata inaugurale.


Nello shop del museo i gadget si sprecano, ma la libreria non ha ancora in vendita un volume dedicato alla struttura che lo ospita e che nel giro di qualche mese trasformerà definitivamente Tutankhamon nel più longevo divo pop dell’eternità.


Il progetto

Per costruire la Piramide di Cheope, la più grande della piana di Giza (accanto a quelle di Chefren e Micerino e alla Sfinge), datata 2550 a.C., furono impiegati vent’anni, e ancora restano dubbi e misteri su come quei blocchi di arenaria furono sollevati fino a 150 metri. Il GEM, in lavorazione dal 2002, è fuori tempo massimo; il centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon, nel novembre 2022, è passato, sarebbe stata l’occasione d’oro per un’apertura memorabile.


Un progetto troppo ambizioso? Soprattutto ingrato: stupire con un’opera che si trova a gareggiare (a causa della distanza ravvicinata) con la più antica delle sette meraviglie del mondo antico. Tuttavia, la costruzione del GEM in questi ventun anni è stata assai tormentata, con impedimenti e intoppi che solo un faraone della statura di Ramses II avrebbe potuto superare. Il bando fu indetto nel gennaio 2002, quando il presidente Hosni Mubarak pose la prima pietra. Fu il team di architetti irlandesi Haneghan Peng ad aggiudicarsi l’appalto, nel 2003; i lavori iniziarono nel 2005, non senza problemi di varia natura, data l’entità del budget: ambientali, economici e politici. La Primavera araba del 2011 mise a repentaglio l’intero progetto; durante la rivoluzione di Piazza Tahrir un gruppo di ladri, approfittando del caos, entrò nel Museo Egizio e portò via alcuni oggetti, salvo poi abbandonarli poco dopo. Nel 2014, dopo la presa del potere da parte di Al Sisi, la costruzione è ripresa, grazie anche a finanziamenti e prestiti arrivati dall’estero: fra tutti, il più consistente è quello giapponese, che ammonta a 350 milioni di dollari. Quando finalmente l’avanzamento dei lavori sembrava spedito, la pandemia ha causato una nuova battuta d’arresto, complicando ulteriormente la situazione economica dell’Egitto, che già non brillava.


Tutti questi problemi però non hanno fermato il progetto: anzi, in qualche maniera ne hanno rafforzato le premesse. Nei mesi del Covid-19, il presidente si è fatto in quattro per inorgoglire gli animi dei suoi concittadini e lasciar intendere che il Paese è perfettamente in grado di gestire la propria gloria: mentre parte del mondo era ancora in lockdown, il 3 aprile 2021 ha inaugurato il Museo Nazionale della Civiltà Egizia, nel centro della Cairo copta, alla testa di una processione assai solenne (organizzata con la benedizione dell’Unesco) in cui le mummie reali sono state traslate dal vecchio museo alla nuova destinazione. Pochi mesi dopo, con una cerimonia non meno sfarzosa e il turismo ancora al collasso, ha celebrato nell’Alto Egitto la riapertura del Viale delle Sfingi (2,7 chilometri, restauro durato cinquant’anni), fatto costruire 3.500 anni fa da Amenofi III per collegare i templi di Luxor e Karnak.


La tela di Penelope

Tra i due eventi, nel giugno del 2021, informati che il GEM sarebbe stato inaugurato da lì a poco, facemmo richiesta al ministero del Turismo e delle Antichità per visitare la struttura. Il permesso ci fu accordato, ma una volta al Cairo restammo impigliati in una serie di cavilli burocratici che alla lunga ci fecero desistere. In realtà, quella segretaria-Penelope che era la nostra referente non fece altro che eseguire i comandamenti del ministero: si erano resi conto che l’inaugurazione era di là da venire; anche i partner si erano opposti all’idea di aprire un polo d’attrazione così importante senza il supporto di un’adeguata viabilità e il completamento del nuovo aeroporto (lo Sphinx International, diventato operativo nel novembre 2022, situato tra Cairo e Alessandria a meno di 40 chilometri dal GEM). Ora i nodi sembrano finalmente essere avviati allo scioglimento finale: per questo i primi visitatori, come noi, possono mettere piede nel museo.


Hall of fame


Certo, il lavoro non è finito. Nel Centro di conservazione, il gigantesco laboratorio di restauro dove operano esperti egiziani e di ogni nazionalità, c’è ancora molto da fare, poiché le nuove scoperte archeologiche arrivano con frequenza quotidiana da Luxor, Asyut, Fayyum, Alessandria e Saqqara (il sottosuolo egiziano ne restituisce a getto continuo). Ma il GEM ora sembra finalmente pronto per accogliere il turismo di massa. I visitatori, dopo aver indugiato di fronte al colosso di Ramses e alle statue di Tolomeo II e Arsinoe II collocate nel foyer, potranno varcare le porte a vetro scorrevoli e salire lo scalone monumentale, che si presenta come la gigantesca quinta teatrale di una austera Aida postmoderna in bianco e nero firmata Eisenstein, suggestivamente fiancheggiato da statue su quattro livelli che rappresentano una sorta di hall of fame dei faraoni e delle divinità dell’antico Egitto.


In cima, la vetrata con una delle più belle cartoline del mondo: una vista della piana di Giza che certamente, dopo la visita alle stanze di Tutankhamon, sarà l’attrazione fatale del GEM. La galleria dedicata al faraone bambino (1341 a.C. – 1323 a.C.) occupa uno spazio di settemila metri quadrati e mostra per la prima volta assemblato in un unico luogo il tesoro scoperto da Carter: quello in mostra al vecchio museo di Piazza Tahrir era solo una minima parte, il resto era nei depositi sotterranei. In tutto si tratta di oltre 5.500 reperti, ora organizzati dal tedesco Atelier Bruckner in un allestimento che suggerisce una vera processione funebre.


E non finisce qui


Nell’attesa dell’inaugurazione, al Cairo e non solo non c’è fine ai si dice: ad esempio che c’è in progetto di costruire una funivia (!) con cui i turisti potrebbero spostarsi più agevolmente (?) dal nuovo museo alla Piana di Giza e viceversa. E che l’enorme ala Nord-est del GEM, di cui ancora non si conosce la destinazione, potrebbe diventare un hotel di lusso con shopping mall: perfettamente in sintonia con la smania dell’amministrazione attuale di “dubaizzare” le sabbie intorno al Cairo. Una cosa è certa: quando finalmente verrà il momento di aprire ufficialmente le porte del GEM, il presidente Al Sisi dovrà organizzare un grand opening all’altezza dei due eventi precedenti. Un’impresa a dir poco faraonica.

Sul Venerdì del 1 settembre 2023

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