Alberto Angela: «Il mio ricordo di Anna Frank, ragazza innamorata della vita»
di Francesca MaraniAlberto Angela di fronte al murale di Anna Frank realizzato dal brasiliano Eduardo Kobra nel 2016, nei pressi del centro culturale NDSM. Barbara Ledda
Se è vero che i muri parlano, questo appartamento nella zona sud di Amsterdam, in Merwedeplein, racconta serenità, risate di bambini, la vita di ordinaria felicità di una famiglia. È in queste stanze grandi e luminose, al numero 37, che Anna Frank ha vissuto con i genitori e la sorella Margot dalla fine del 1933, l’anno in cui furono costretti a lasciare il loro Paese, la Germania, in seguito all’ascesa al potere di Adolf Hitler, fino al 1942, quando dovettero rifugiarsi nel nascondiglio per sfuggire ai nazisti che avevano occupato l’Olanda. Sono passati decenni, eppure questa area di edilizia popolare dell’epoca, con edifici lunghi di tre piani, i giardini, i posti per le biciclette, le voci che giocano, non è cambiata. Si può vedere anche da un filmato della metà degli anni 30 di una coppia di sposi: la cinepresa inquadra la zona intorno e in alto. Alla finestra c’è proprio Anna che si affaccia e ride. La casa nel 2004 è stata acquistata da una società immobiliare e ristrutturata co…
Se è vero che i muri parlano, questo appartamento nella zona sud di Amsterdam, in Merwedeplein, racconta serenità, risate di bambini, la vita di ordinaria felicità di una famiglia. È in queste stanze grandi e luminose, al numero 37, che Anna Frank ha vissuto con i genitori e la sorella Margot dalla fine del 1933, l’anno in cui furono costretti a lasciare il loro Paese, la Germania, in seguito all’ascesa al potere di Adolf Hitler, fino al 1942, quando dovettero rifugiarsi nel nascondiglio per sfuggire ai nazisti che avevano occupato l’Olanda. Sono passati decenni, eppure questa area di edilizia popolare dell’epoca, con edifici lunghi di tre piani, i giardini, i posti per le biciclette, le voci che giocano, non è cambiata. Si può vedere anche da un filmato della metà degli anni 30 di una coppia di sposi: la cinepresa inquadra la zona intorno e in alto. Alla finestra c’è proprio Anna che si affaccia e ride. La casa nel 2004 è stata acquistata da una società immobiliare e ristrutturata con grande cura per riportarla all’aspetto dei primi anni 30. Ma non è un museo: l’appartamento è gestito da una Fondazione che lo mette ogni anno a disposizione di uno scrittore perseguitato nel suo Paese. Per la prima volta una troupe italiana è stata ammessa in questa casa. È quella di Alberto Angela, per la seconda puntata di Ulisse, il piacere della scoperta, in onda il 21 settembre su Rai 1 alle 21.25: Anna Frank: diario di una ragazza innamorata della vita.
«Facciamo entrare lo spettatore nella casa dove Anna bambina andava su e giù per le scale ed è come visitare il dietro le quinte della storia», spiega il giornalista. «Si vede la semplicità delle persone e la dolcezza di uomini, donne e bambine che sono poi stati divorati da una ferocia incomprensibile».
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Anna Frank non è un'icona pop]]
In quegli anni Margot frequentò una scuola pubblica, Anna una scuola pubblica Montessori.
«Noi siamo stati in quella scuola, non è cambiata: siamo andati nel punto esatto in cui è stata scattata la famosa foto di lei sorridente al banco. All’entrata una grande lapide ricorda i nomi di decine e decine di bambini deportati che non sono più tornati. La loro voce non la conosciamo, ma c’è una frase dal Diario di Anna che diventa il simbolo di tutti coloro che non hanno potuto raccontare la loro storia».
Crede che il metodo Montessori abbia influito sul suo carattere?
«È probabile, ma lei aveva già un suo modo di pensare. Era una ragazza con l’argento vivo addosso, era già una scrittrice. Quando anni dopo, nel nascondiglio, sente il ministro olandese alla radio che dall’Inghilterra dice “scrivete diari, quello che sta accadendo, perché sarà importante rileggerli, sapere cosa è accaduto in questo momento della storia», Anna riscrive nuovamente il diario, perché vuole farne un libro. Lei lo dice chiaramente: da grande voglio fare la scrittrice, e viene da pensare “chissà che cosa avrebbe fatto, la sua vita spezzata ci ha tolto una grande autrice”. Ma non è vero: lei il suo capolavoro l’aveva già scritto e non l’ha mai saputo».
Nel 1940 anche l’Olanda fu occupata dai nazisti...
«E Anna e Margot, come tutti gli ebrei, dovettero abbandonare la scuola pubblica per iscriversi a uno speciale liceo per sole ragazze ebree».
Il viaggio continua, cronologicamente, in una villa nel sobborgo berlinese sul lago Wannsee, villa Marlier, dove il 12 gennaio del 1942 si tenne la conferenza che pianificò la “Soluzione finale”.
«Il nostro obiettivo era andare nel luogo dove era stata decisa la morte di Anna Frank e di altri milioni di persone. Fu in questa villa che il 20 gennaio 1942 quindici burocrati del Governo tedesco si riunirono per discutere l’esecuzione della “Soluzione Finale alla questione ebraica”. C’erano anche Adolf Eichmann e Reinhard Heydrich “la belva”, ma non personaggi alle vette del nazismo. Era una decisione importante decisa dai più alti vertici, certo, ma ci si doveva occupare solo di un problema pratico. Risolto in una manciata di fogli e in 90 minuti. Nel tempo di una partita di calcio, si sono mandati a morire milioni di ebrei, rom, omosessuali, oppositori. E alla fine c’è stato un pranzo leggero previsto dal programma. La villa adesso è un centro della memoria».
Siete stati in un altro luogo particolare, fuori dai classici itinerari.
«Sì, nella libreria dove Anna vede in vetrina per la prima volta il quaderno che diventerà il suo diario. Il 12 giugno 1942, per il suo tredicesimo compleanno, il papà glielo regala. E lei inizia a scrivere».
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Piacere, Alberto Angela]]
La puntata prosegue con la casa sul retro in Prinsengracht 263, dove i Frank si nascondono con la famiglia Van Pels e Fritz Pfeffer, un dentista.
«È una casa nel centro, di fronte a un canale, stretta e alta. Era il luogo di lavoro del padre di Anna, che prevedendo il peggio aveva preparato un rifugio in soffitta e nascosto l’ingresso con una libreria. Quando capisce che la situazione è degenerata, il 6 luglio 1942, all’alba, arriva con la famiglia. “Ce ne andammo sotto una pioggia scrosciante”, scrive Anna nel Diario. E lì rimangono in clandestinità totale, aiutati da altri membri della piccola azienda che sapevano».
Anna vive nel nascondiglio dai tredici ai quindici anni.
«È qui che sboccia emotivamente, diventa adolescente, si innamora di Peter, il figlio dei Van Pels. Il diario che ci ha lasciato è il diario di una ragazza viva. Ci sono la sua voce, le sue foto, il suo sorriso. Ci si accorge che è una ragazza che ama la musica, il cinema: si faceva portare riviste che parlavano delle sue attrici preferite. Ritaglia le foto e le incolla sul muro. C’è persino la futura regina Elisabetta. Attrici, attori, come potresti aspettarti da un adolescente di oggi».
C’è un particolare che colpisce più di altri?
«Una cartina con piccoli aghi colorati che fa vedere l’avanzata degli alleati: nel nascondiglio seguivano con la radio l’andamento della guerra, lo sbarco in Normandia, non sarebbe mancato molto alla liberazione... Eppoi, come in tutte le case, si vede sul muro le tracce lasciate dal papà che segnava con la matita quanto crescevano in altezza Margot e Anna. Questo ti spezza il cuore».
Poi, il 4 agosto 1944, la scoperta del nascondiglio e la cattura di tutti gli occupanti.
«Solo Otto, il padre di Anna, sopravviverà. Ed è a lui che Miep Gies, la sua segretaria, consegna il diario della ragazza. Otto aveva promesso ad Anna di non leggerlo, ma ruppe il giuramento e scopre una figlia che da bambina era diventata una donna. Convinto da diversi amici decide di pubblicarlo».
Quello che non tutti sanno è che un’altra ragazza che diventerà famosa ha vissuto, a cento chilometri di distanza, l’occupazione nazista in Olanda.
«Proporremo ai telespettatori una intervista quasi sconosciuta a Audrey Hepburn, nata appena un mese prima di Anna, il 4 maggio del 1929. Audrey ha fatto la staffetta partigiana e racconterà di essere stata, per caso, una delle prime persone a prendere in mano e a leggere il diario originale di Anna».
Segue il racconto di una sopravvissuta illustre.
«È la voce della grande scrittrice ungherese Edith Bruck, che ci porta nella sua atroce esperienza nei campi di mezza Europa. Fra cui quello di Bergen-Belsen, nella primavera del 1944, dove Anna e Margot erano morte da poco».
E qui finisce il vostro viaggio.
«Rivivremo gli ultimi giorni di Anna e Margot. E non solo. Fra le misere cose conservate, casacche, cucchiai, abbiamo trovato un altro diario. Un quaderno composto da disegni, di una ragazza ungherese. Illustrava il freddo, i pidocchi, le zecche, i ratti, un luogo orribile».
Che cosa mostrate di questo diario?
«Facciamo vedere lo sfoglio. Una fra le immagini è quella di una ragazza che dorme e sogna tutte le cose che vorrebbe avere: delle mele, andare al cinema, un pranzo con qualcuno, correre in un prato».
Dalla sua commozione si intuisce che Bergen-Belsen è stato il luogo più difficile da visitare e da raccontare.
«Sì. C’è un bosco, una pianura al centro, poi più niente. Faceva freddissimo e Anna aveva solo una coperta. Con una crudeltà inimmaginabile, per l’epidemia di tifo i tedeschi non entravano più nelle baracche, neanche per dare da mangiare. La gente moriva di stenti».
Che cosa è rimasto in quella pianura nel bosco?
«Tumuli, fosse comuni. Qua e là lastre di pietra. E poi una lapide a Margot e Anna Frank, anche se non si sa se siano state cremate o gettate in una fossa comune. Ma si percepisce che Anna è attorno a te, anche se non c’è una tomba. Lei è diventata immortale».
Come immortale è il suo messaggio.
«Le sue pagine sembrano assolutamente innocue, ma sono diventate il marchio di infamia contro la dittatura. Tant’è che lei nella sua ingenuità, no, nella sua genuinità, finisce il diario dicendo “ho la sensazione che tutto cambierà per il meglio. A dispetto di tutto quanto credo ancora nell’intima bontà dell’uomo”. Il nostro programma vuole far ricordare che la democrazia e la pace sono fragilissime. Un regalo che abbiamo ricevuto e che dobbiamo proteggere come un fuoco dai venti gelidi».
Sul Venerdì dell’8 settembre 2023