Condannati alla bruttezza
di Michele SerraCaro Serra, conosco Caivano. Nel 1980 fui trasferito da Milano a Cardito, paesino limitrofo a Caivano al punto da costituire un solo nucleo urbano, come è frequente nell’ hinterland napoletano. Lavoravo in via Montenapoleone, mi ritrovai nella realtà più lontana possibile in termini antropologici, culturali, sociali, urbanistici dalla Milano bene, già quasi da bere. Subito dopo una rapina in banca sostituii un collega sotto shock, vi furono tre morti, rapinatori abbattuti da una guardia giurata chiamata per la sua abilità con la pistola o’ Sartaniello (il piccolo Sartana). Nella mia postazione di lavoro, in cassa, c’erano ancora le macchie di sangue delle vittime, e per terra le sagome dei cadaveri disegnate col gesso: come in una fiction, ma era la realtà. Ho pensato più volte di scrivere sulla mia esperienza, durata tre anni, in quell’angolo della provincia di Napoli, dove una cultura arcaicamente contadina cominciava a scontrarsi con la feroce modernità che in quelle plaghe era rap…
Caro Serra, conosco Caivano. Nel 1980 fui trasferito da Milano a Cardito, paesino limitrofo a Caivano al punto da costituire un solo nucleo urbano, come è frequente nell’ hinterland napoletano. Lavoravo in via Montenapoleone, mi ritrovai nella realtà più lontana possibile in termini antropologici, culturali, sociali, urbanistici dalla Milano bene, già quasi da bere. Subito dopo una rapina in banca sostituii un collega sotto shock, vi furono tre morti, rapinatori abbattuti da una guardia giurata chiamata per la sua abilità con la pistola o’ Sartaniello (il piccolo Sartana). Nella mia postazione di lavoro, in cassa, c’erano ancora le macchie di sangue delle vittime, e per terra le sagome dei cadaveri disegnate col gesso: come in una fiction, ma era la realtà. Ho pensato più volte di scrivere sulla mia esperienza, durata tre anni, in quell’angolo della provincia di Napoli, dove una cultura arcaicamente contadina cominciava a scontrarsi con la feroce modernità che in quelle plaghe era rappresentata dalla camorra (era in pieno corso la guerra fra i clan Cutolo e Bardellino: parecchi clienti della banca, nominalmente imprenditori, finirono ammazzati, uno fu trovato seduto al volante della sua auto, la testa e le mani tagliate sul sedile del passeggero). Non subii rapine ma colleghi al mio fianco ne avevano avute chi 10, chi 15. Quello che mi ha sempre colpito, forse in misura maggiore rispetto al resto, è la bruttezza di quei paesi. Qualcuno scrisse che la bellezza ci salverà, la bruttezza ha sicuramente contribuito a condannare Caivano. Se ancora oggi ho degli incubi è perché sogno di quei tre anni a Cardito-Caivano.
Rosario Frattini
Grazie per la brutalità del racconto, in mezzo al mare di retorica in cui rischiamo di affogare. Sì, la bruttezza abbrutisce, educa al peggio, alla rassegnazione e alla rinuncia. L’estetica camorrista, codificata da troppe serie televisive, è una summa micidiale di ogni possibile volgarità, e si è nutrita del disastro urbanistico e antropologico nel quale è cresciuta. E se vogliamo essere sinceri con noi stessi, posti come Caivano sono solo la punta dell’iceberg. Casi limite però ben dentro una degenerazione complessiva. Nella seconda metà del Novecento (specie tra i Sessanta e gli Ottanta) l’Italia intera ha subito un processo di devastazione estetica senza precedenti. Perfino i borghi e le città d’arte (sono reduce da una breve vacanza in Toscana) fuori dai centri storici diventano luoghi sciatti, non pensati, non amati.
Lo stile edilizio del boom economico è avvilente, condomini squallidi e villette “vorrei ma non posso” accatastati spesso senza mezzo piano regolatore, una urbanizzazione furibonda e ingovernata, un paesaggio impazzito, una specie di rinuncia collettiva a quell’unità estetica che, luogo per luogo, aveva retto per secoli. Non solo i centri storici dove stavano i signori, non solo i palazzi del potere politico e religioso, non solo le chiese magnifiche, anche i quartieri artigiani e le case coloniche, i borghi contadini e le città di mare avevano una fisionomia certa e rispettata da tutti: anche la povertà conosceva il decoro estetico. E non erano cartoline, era il volto concreto del Paese. L’Italia moderna è spesso orrenda ed è inevitabile il pensiero che esista una osmosi tra questa inedita bruttezza e la società che l’ha espressa. Inevitabile ripensare allo “sviluppo senza progresso” di Pasolini o al “progresso scorsoio” di Andrea Zanzotto, avvilito dalla devastazione del suo Veneto. Non è per fare la lagna. È per fare il punto: noi siamo qui ed è con questo disastro che dobbiamo fare i conti.