Abigail, una magnifica traditrice
di Michele SerraAbigail Disneyn (63 anni), nipote di Roy Disney
Se ne avessi facoltà chiederei a tutti i dirigenti, vecchi e giovani, della sinistra italiana o di quanto ne rimane, di leggere e poi di rileggere questa intervista; e poi di farla circolare in rete, che è l’enorme ciclostile dei tempi nuovi. Così si dovrebbe fare con i documenti politici rilevanti, nella speranza, non verificabile, che qualcuno abbia più di tre minuti da dedicare a un singolo testo. Abigail Disney è la classica “traditrice di classe” – quasi tutti i rivoluzionari più influenti lo sono stati. Quelli che, a differenza del proletariato secondo Marx, non hanno da perdere “soltanto le loro catene”, ma qualcosa di più, a maggior ragione adesso che l’economia premia vistosamente il capitale privato, in una misura probabilmente mai vista nell’ultimo paio di secoli (forse solo la Compagnia delle Indie poté vantare un bottino comparabile a quello dei Musk e dei Bezos).
Se ne avessi facoltà chiederei a tutti i dirigenti, vecchi e giovani, della sinistra italiana o di quanto ne rimane, di leggere e poi di rileggere questa intervista; e poi di farla circolare in rete, che è l’enorme ciclostile dei tempi nuovi. Così si dovrebbe fare con i documenti politici rilevanti, nella speranza, non verificabile, che qualcuno abbia più di tre minuti da dedicare a un singolo testo. Abigail Disney è la classica “traditrice di classe” – quasi tutti i rivoluzionari più influenti lo sono stati. Quelli che, a differenza del proletariato secondo Marx, non hanno da perdere “soltanto le loro catene”, ma qualcosa di più, a maggior ragione adesso che l’economia premia vistosamente il capitale privato, in una misura probabilmente mai vista nell’ultimo paio di secoli (forse solo la Compagnia delle Indie poté vantare un bottino comparabile a quello dei Musk e dei Bezos).
La signora Disney ha pensato, già molto giovane, che il proprio privilegio economico le aprisse le porte di un altro, inestimabile privilegio, quello di pensare. Leggere e pensare. Riflettere sulla propria condizione e su quella dei suoi connazionali, gli americani, genericamente considerati gli abitanti di un Paese libero (Trump permettendo) e prodigo di opportunità, nei fatti, individuo per individuo, divisi in classi sociali rudemente separate per condizioni di vita, cultura, alimentazione, accesso alle scuole che aprono le porte delle professioni. Disney, con sintesi molto americana (le semplificazioni, se sono corrette, danno gambe alle idee), ha individuato il cuore della questione sociale nella impressionante defiscalizzazione iniziata negli anni Ottanta con Reagan, che ha approfondito le differenze di classe, eroso diritti consolidati e protezioni sociali importanti, infine dirottato sul concetto parecchio peloso di “beneficenza” e “filantropia” il compito di elargire, per gentile concessione dei forti, qualche conforto ai deboli impoveriti dal liberismo. Il tempo di prenderne atto e Abigail ha fondato, con grave scandalo della famiglia di origine e di altri ricconi per niente illuminati, il movimento Tax the Rich, tassa il ricco: anche lì, grande sintesi e pochi fronzoli. Le cifre sulla caduta libera del prelievo fiscale sui grandi patrimoni americani sono ciclopiche: danno l’idea di un mondo (il nostro) nel quale la lotta di classe è una partita chiusa. L’hanno vinta i ricchi.
La miliardaria Abigail racconta le tappe di questa clamorosa vittoria, e clamorosa sconfitta, con parole implacabili, mai retoriche, anzi pervase di pragmatismo. Rimette in fila i decenni, e dentro i decenni mette a fuoco la rovinosa illusione di molta sinistra occidentale che il mercatismo potesse mantenere in buon equilibrio, da sé solo, i rapporti sociali. La “terza via” di Blair e dei suoi emuli ne esce a pezzi, una politica oggettivamente “di destra” che ha scompaginato le parti in lizza e disarmato politicamente e culturalmente la sinistra. Non ne esce bene neppure Obama, che Disney giudica, nelle politiche sociali, molto meno “di sinistra” rispetto a Jo Biden. Si può certamente imputare alla ricostruzione di Disney un certo radicalismo. Ma nemmeno un grammo di opacità o di fumosità: la voce di questa signora è netta e sicura come da tempo non capitava di sentire. La complessità delle cose non le impedisce di dire “qualcosa di sinistra”, ma veramente di sinistra, con un tono che definirei di “semplicità colta”. È esattamente questo che manca, da tempo, alla sinistra italiana, paralizzata da divisioni interne che la rendono spesso indecifrabile.
Non è difficile capire che, se dai tempi di Roosevelt ai nostri giorni il prelievo sulle aliquote alte si è ridotto dall’80 per cento al meno del 30; e se la smisurata ricchezza dei Musk e dei Bezos, secondo calcoli talmente incredibili da farci sperare che siano almeno in parte minati da un pregiudizio ostile, ha una ricaduta fiscale calcolabile in briciole; beh, c’è un problema di iniquità talmente grosso, e vistoso, che ci si domanda quali altri argomenti, quali altre questioni possano lontanamente competere, in una società solidale, con quella fiscale.