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La nipote di Disney: tassateci di più – VIDEO

Abigail Disney (63 anni), nipote di Roy Disney e co-fondatrice dei “Patriotic Millionaires”, parla durante un’iniziativa davanti alla Casa Bianca nell’aprile di quest’anno. Tasos Katopodis/Getty Images for Patriotic Millionaires

 
Non i soliti estremisti ma un manipolo di milionari americani chiede che chi ha più quattrini sia più tassato. Li guida Abigail Disney, una signora cresciuta con Paperon de’ Paperoni. Intervista
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Ecco una milionaria che capisce al volo il concetto più ermetico per i suoi compagni di ricchezza: filantropia non è sinonimo di tasse. Ovvero, per essere più chiari, non è che Jeff Bezos può compensare la ridicola aliquota reale dell’1 per cento, da calcoli di Propublica, con qualche occasionale donazione miliardaria, stabilita in totale autonomia. «La filantropia» spiega in maniera cristallina Abigail Disney, nipote di Roy che con Walt ha fondato l’impero di Topolino, «è la cosa in più che puoi fare una volta che hai pagato le tasse. La prima è volontaria, le seconde obbligatorie».

Non dovrebbe servire una laurea a Stanford e un dottorato in filosofia alla Columbia come quelli che ha questa sessantatreenne regista e produttrice per afferrare la scomoda verità. Eppure, appena un anno fa, Elon M…

Ecco una milionaria che capisce al volo il concetto più ermetico per i suoi compagni di ricchezza: filantropia non è sinonimo di tasse. Ovvero, per essere più chiari, non è che Jeff Bezos può compensare la ridicola aliquota reale dell’1 per cento, da calcoli di Propublica, con qualche occasionale donazione miliardaria, stabilita in totale autonomia. «La filantropia» spiega in maniera cristallina Abigail Disney, nipote di Roy che con Walt ha fondato l’impero di Topolino, «è la cosa in più che puoi fare una volta che hai pagato le tasse. La prima è volontaria, le seconde obbligatorie».

Non dovrebbe servire una laurea a Stanford e un dottorato in filosofia alla Columbia come quelli che ha questa sessantatreenne regista e produttrice per afferrare la scomoda verità. Eppure, appena un anno fa, Elon Musk (che ancora nel 2018 pagava zero dollari di tasse sul reddito) insorgeva contro una proposta di legge che puntava ad alzare lievemente le tasse sui miliardari sostenendo che «prima vengono per me, poi per tutti voi», lasciando oscenamente credere che quelli come lui che hanno duecento e rotti miliardi di dollari in banca e la famiglia americana media che ha 5.300 dollari sul conto fossero, più o meno, sulla stessa barca.

Anche i ricchi paghino

Fine del miracolo?

I “Patriotic millionaires”, il gruppo di ultra-ricchi di cui l’erede Disney fa parte, chiedono invece una cosa semplice: tassateci di più. Non perché autolesionisti, ma perché sanno benissimo che, anche se venissero ascoltati, continuerebbero a dormire tra quattro cuscini; mentre, se fossero meglio distribuiti, i soldi ottenuti toglierebbero dal letto di Procuste milioni di americani impegnati in un incessante corpo a corpo di conti che ogni mese non quadrano. Ed è proprio a questo rimpicciolimento di aspettative e al drammatico allargamento del fossato tra i più ricchi e i più poveri, ai massimi in America ma peggiorato anche in Italia, col 5 per cento di più fortunati che detiene più ricchezza dell’80 per cento dei meno fortunati, che la signora Disney ha dedicato il documentario The American Dream and other fairy tales. Che inizia quando alcuni addetti di Disneyland, il parco a tema originario ad Anaheim, California, che da piccola lei considerava una specie di giardino privato, la invitano ad andare a trovarli per capire in che condizioni siano ormai costretti a lavorare. Così prima compare una veterana che racconta con orgoglio i suoi 45 anni nell’azienda, con le spillette-fedeltà accumulate nei lustri. Poi Ralph Blair, sposato a sua volta con un’altra hostess del parco, arrivato a dormire due ore per notte a causa di turni massacranti dovuti a ripetuti tagli del personale.

«Una volta, qualsiasi nostro dipendente poteva permettersi una vita dignitosa, con l’assicurazione sanitaria e tutto il resto» spiega Abigail «e sapeva che se lavorava duro nessuna carriera gli era preclusa. Ma ora non è più così». In verità quella promessa implicita comincia a sfaldarsi quarant’anni fa. «Sì, quando Reagan diventa presidente e, oltre a tagliare le tasse a chi non ne aveva bisogno, ingaggia una guerra vittoriosa contro i sindacati. Era il 1981 e tre anni dopo, alla guida di Disney, arriva Michael Eisner e, con lui, il primo sciopero nella storia dell’azienda. Di gente, badi bene, che non chiedeva di essere pagata di più ma solo di non avere il salario decurtato. D’altronde il neoliberalismo di Milton Friedman, entusiasticamente abbracciato da Reagan, prescriveva che i lavoratori da risorse erano diventati costi fissi. Meno ce n’era, o peggio li si trattava, meglio era per le quotazioni in borsa. L’inizio della fine».

Per primo venne Reagan 

Per l’erede Disney, insomma, l’agnizione politica definitiva arriva col presidente-attore. E, con essa, la rottura con la famiglia. «I miei erano molto conservatori. Mia madre, che pure amavo, se fosse viva credo che sarebbe diventata un’ardente trumpiana. Abbiamo litigato molto, in quegli anni, perché cercavo di convincerla che le mie posizioni critiche derivavano proprio dai principi che mi avevano insegnato loro: sii gentile e giusta, soprattutto. Ma il fatto che vivessimo in una condizione di formidabile privilegio le sembrava l’ordine naturale delle cose. D’altronde anche mio nonno Roy tendeva a essere buono con i lavoratori perché gli piaceva essere amato, ma detestava i sindacati». Il che ripropone la confusione tra filantropia e tasse. E la distinzione pre-rivoluzione francese tra droits, diritti, e libertés octroyés, concesse dal sovrano in vena di benevolenza. Qualche tempo fa, le dico, avevo intervistato Bob Iger, il leggendario Ceo che ha fatto lievitare ulteriormente il valore di Disney e mi era sembrato un tipo di gentilezza rara. Non la sorprende affatto: «Ma certo che è simpatico, un vero nice guy, non un manager che attivamente ha compiuto azioni per danneggiare i lavoratori. Ma l’asticella per essere nice è molto più bassa di quella per poter essere definito a good guy, una brava persona. Jeff Bezos, sfacciatamente, non prova neanche a essere nice. Mentre Howard Schultz di Starbucks è senz’altro nice. Ma è anche good? A giudicare dall’ultima salva di licenziamenti e alla fiera resistenza contro l’entrata dei sindacati nei suoi negozi purtroppo lo escludo».

L’anamnesi è impeccabile, compreso l’excursus che ha portato in America il livello di diseguaglianza – come calcolato dall’economista Robert Reich – più alto dal 1928, sperando che non si porti dietro anche ciò che seguì allora. Ma la terapia? Intanto, spiega Disney, c’è da «cambiare la narrazione». Ovvero: «A un certo punto siamo passati da La vita è meravigliosa a Wall Street con Michael Douglas. E non è un cambiamento da poco. Ricordo il cinema in cui, nel 1987, vidi il film di Oliver Stone in cui il protagonista Gordon Gekko diceva “l’avidità è buona”, e gli applausi che scoppiarono in sala. Dieci anni più tardi la transizione si compiva con Glengarry Glen Ross di David Mamet in cui il terrore si impadroniva di un’agenzia immobiliare in cui solo due agenti sopravviveranno a un feroce giro di licenziamenti. Questa era la nuova realtà e il cinema la rispecchiava. Ecco, bisogna ricominciare da un racconto diverso». Basterebbe? «No, ma la risposta culturale è essenziale per rispondere a una battaglia che è stata, innanzitutto, culturale. E che inizia, a ben vedere, anche prima di Reagan. Nel 1971, quando esce il Powell Memo, il documento di 34 pagine vergato dall’omonimo giudice della Corte suprema, che invita le principali compagnie a devolvere il 10 per cento dei loro budget pubblicitari a uno sforzo di propaganda per mettere a busta paga professori universitari, giornalisti, fino a riscrivere i libri di storia in chiave conservatrice e aziendalista».

In quel momento, continua Abigail, si mettono le fondamenta per i due pilastri del neoliberalismo che poi conquisterà anche i liberal, l’ala più moderata dei democratici. «Uno: il governo fa solo danni, meno ce n’è meglio è (e quindi le tasse vengono vissute come una multa iniqua invece del collante per una società solidale). Due: stiamo al mondo da soli, e non c’è da fidarsi di nessuno (da George Bailey, l’inguaribile ottimista del film di Capra, a Gordon Gekko). Ecco, dal momento che la nostra democrazia è stata dirottata prima dalle idee e poi dai soldi delle corporation, bisogna trovare il modo di ridurne il peso nella politica. Provando a rovesciare la disastrosa sentenza Citizen United del 2009 in cui una Corte suprema a maggioranza conservatrice decise che i finanziamenti elettorali delle aziende dovevano considerarsi parte della libera manifestazione del pensiero e quindi non potevano essere limitate. Una vera sciagura».

La mia segretaria

I Milionari patriottici, il più delle volte eredi pentiti di Creso a stelle e strisce, non necessariamente noti Oltreoceano ma anche plutocrati di prima generazione, chiedono in sostanza un livellamento del campo di gioco. «Sia Bush che Trump hanno fatto importanti tagli alle tasse a quelli come me, che non ne hanno assolutamente bisogno, aumentando del 20% il debito pubblico e danneggiando indirettamente tutti quelli che, invece, non avranno più servizi per loro essenziali. Per essere più chiari: io pago meno tasse della mia assistente, per il semplice fatto che il grosso del mio patrimonio è in azioni e non in denaro. E ciò è sem-pli-ce-men-te fol-le. Ma perché un’anomalia del genere è possibile? Perché non siamo più in una democrazia in cui, in ossequio all’etimologia, tutte le persone hanno uguale voce in capitolo ma in una che funziona piuttosto come un’assemblea di una società quotata e in cui chi detiene più azioni conta di più e piega le regole collettive a proprio favore. Dal momento che il giornalismo si attiva sull’inatteso, tipo l’uomo che morde il cane, io mi sono ritagliata questo ruolo controintuitivo di ricca che chiede di essere tassata molto di più. E, a giudicare anche dalla sua presenza qui, sta funzionando. Com’è possibile che persone altrettanto o molto più fortunate di me non si accorgono che sarebbe tanto più desiderabile vivere in una democrazia sana anche a patto di rimetterci un po’ di soldi?».

Qualche politico lo capisce

Warren Buffett, il leggendario investitore che per molti anni si è ben piazzato tra i più ricchi al mondo, ha lanciato da tempo il “Giving Pledge”, ovvero la promessa di dare in beneficenza il 99 per cento delle proprie fortune e si è anche autodenunciato per pagare la metà delle tasse della sua sempiterna segretaria: cosa vi distingue? «Quello di Buffett, come quello di Bill Gates che ha fatto cose stupefacenti nella lotta all’Aids, alla malaria e a tante altre sciagure, è uno sforzo molto lodevole, ma l’approccio è diverso: sono sempre loro, in totale autonomia, che decidono come usare quei soldi. Quasi sicuramente se lo Stato avesse potuto disporre, sotto forma di tasse, di quantità di denaro analoghe sarebbe stato meno efficiente ma avrebbe risposto meglio, in maniera democratica, alle esigenze dei cittadini. Insomma, torna tutto al punto di partenza della nostra conversazione: non si possono rimpiazzare le tasse, obbligatorie, con la beneficenza, volontaria».

Una prospettazione adamantina che sarebbe perfetta anche per un programma elettorale. A proposito, signora Disney, c’è qualcuno tra gli intellettuali e i politici americani che ha capito il suo messaggio? «Moltissime persone. Da Kate Rawort, l’inventrice del concetto di “economia a ciambella” che propone un bilanciamento tra bisogni delle persone e rispetto del pianeta che non guarda solo alla crescita del Pil. Oppure Mariana Mazzucato che, col suo magnifico Il valore di tutte le cose, spiega che quando non si considera il termine solo nella sua accezione economica, ci si rende conto che socialmente un’infermiera vale assai di più di vari Ceo. O Jay Coen Gilbert che con la sua Imperative 21 ha lanciato il movimento delle B Corp, aziende che si sono liberate dal giogo di dover massimizzare solo i profitti per i loro azionisti ma si impegnano sul serio a tener presente anche quelli della società nel suo complesso. Quanto ai politici la senatrice Elizabeth Warren, una che aveva fatto dire a un riccone che conosco che se fosse diventata presidente il giorno dopo avremmo avuto una depressione economica e, naturalmente, Bernie Sanders». Il problema, però, è che non vincono mai.

Lì però il dibattito comprende una varietà di persone, da Bill Gates al senatore del Vermont, mentre da noi la campagna “Tax the Rich” è sostenuta giusto da “Sbilanciamoci” ed è il titolo di un libro della casa editrice di Pippo Civati. In comune invece c’è il ruolo del fuoco amico. Poco più di un anno fa, la proposta di una Billionaire Income Tax avanzata dall’anziano senatore Ron Wyden venne strangolata in culla anche da suoi colleghi democratici all’indecente grido per cui non si poteva discriminare tra persone sulla base del censo. La rievocazione di quell’episodio riesce, per la prima volta, ad appannare l’altrimenti tenace sorriso di questa donna cui dev’essere costata fatica tradire la sua classe, ma certo meno fatica di quella che giorno dopo giorno fanno gli addetti di Disneyland metà dei quali sono ormai costretti a ricorrere ai buoni alimentari statali.

Balzelli in stile Kriptonite

Ammette: «Il partito democratico ha due padroni: quello progressista e quello liberal che, negli anni, è stato dirottato dal movimento neoliberal fino ad esserne completamente soggiogato. D’altronde Clinton è stato decisivo nel liberalizzare la finanza che ha approfondito le diseguaglianze tra lavoratori e redditieri. E poi Obama che, quando è stato il momento di decidere se aiutare le persone che avevano subito i danni della grande recessione, o le banche che erano state co-responsabili di quei mutui facili, optò senza incertezze per le seconde. È triste ammetterlo ma in molti casi i peggiori nemici di un innalzamento delle tasse sono stati i democratici». Confermando l’ipotesi che forse saranno i vecchietti a salvarci perché hanno conosciuto un mondo diverso e non danno per scontata l’ineluttabilità di quello in cui viviamo, Biden invece l’ha sorpresa: «Da giovane aveva votato i tagli alle tasse di Reagan, veniva politicamente dal Delaware, uno degli stati più disinvoltamente pro-aziende che esistano. Eppure, una volta eletto, si è rivelato il presidente più a favore dei lavoratori che si ricordi da decenni e l’autore di alcune delle politiche più progressiste: dalla proposta cancellazione dei tagli trumpiani alla cancellazione del debito studentesco. Evidentemente le persone cambiano».

Dopo la Terra, Marte

Magari c’è speranza anche per i più renitenti gigacapitalisti tanto ossessivamente concentrati sullo Spazio quanto ostentatamente incuranti di quel che non funziona sul pianeta Terra. «Non ho niente contro le loro gigantesche aspirazioni, ma ha visto la forma accentuatamente fallica dei loro razzi: non può essere interamente una coincidenza? Combinando un elemento narcisistico con l’idea per cui non c’è niente che un uomo bianco con sufficiente denaro non possa fare. È gente che si circonda di persone che non dicono mai loro che si stanno sbagliando. E poi, nel caso di Musk, oltre al problema dei pochi che potrebbero permettersi il biglietto per andare su Marte, immaginate la compagnia: gli stessi uomini che hanno causato i problemi che ora viviamo sulla Terra e che li esporterebbero tali e quali su un altro pianeta». (E chissà come la nostra miliardaria avrebbe potuto commentare la grottesca disfida a sganassoni con Zuckerberg, annunciata – e rimangiata – dopo la nostra conversazione).

Per non dire della conquista già avvenuta del pianeta Twitter: «Sono contenta che Musk si diverta, ma pensate a quale colossale spreco. Con quei 44 miliardi di dollari avrebbe, da solo, potuto rivoluzionare la sanità, andando verso una copertura universale. Immaginate una rivoluzione più rivoluzionaria di questa?». A quanto pare per mister Tesla e dottor SpaceX i 6.000 chilometri che separano l’America dall’Europa sono molto più perigliosi – e sicuramente più noiosi – da attraversare dei 137 milioni di chilometri della distanza siderale tra noi e il pianeta Marte. È sempre una questione di scelte. Abigail Disney ha fatto la sua.

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