Poveri milionari sullo schermo quanti guai
Il film Triangle of Sadness di Ruben Östlund (2022)
A bordo dello yacht del film Triangle of Sadness di Ruben Östlund (Palma d’oro a Cannes 2022), ci sono una serie di tipologie di nuovi ricchi. C’è la coppia di giovani “influencer”: non pagano la crociera ma la posteranno su Instagram. Poi ci sono il depresso nerd diventato milionario con le tecnologie avanzate e l’oligarca russo. Infine, ecco due capitalisti inglesi all’antica: hanno fatto i soldi con la produzione di armi. Succede di tutto, anche che il capitano della nave sia un lettore di Karl Marx e che si metta a discutere con l’oligarca di quelli che una volta si chiamavano massimi sistemi. «Ma funzionerebbe il socialismo contro questo capitalismo così nuovo, così diverso da quello del Novecento?», si domandano, in una conversazione che pare già oziosa. Viene citata una battuta di Ronald Reagan: «Il socialismo funziona solo in Paradiso, dove non ne hanno bisogno. E all’inferno, dove ce l’hanno già».
A bordo dello yacht del film Triangle of Sadness di Ruben Östlund (Palma d’oro a Cannes 2022), ci sono una serie di tipologie di nuovi ricchi. C’è la coppia di giovani “influencer”: non pagano la crociera ma la posteranno su Instagram. Poi ci sono il depresso nerd diventato milionario con le tecnologie avanzate e l’oligarca russo. Infine, ecco due capitalisti inglesi all’antica: hanno fatto i soldi con la produzione di armi. Succede di tutto, anche che il capitano della nave sia un lettore di Karl Marx e che si metta a discutere con l’oligarca di quelli che una volta si chiamavano massimi sistemi. «Ma funzionerebbe il socialismo contro questo capitalismo così nuovo, così diverso da quello del Novecento?», si domandano, in una conversazione che pare già oziosa. Viene citata una battuta di Ronald Reagan: «Il socialismo funziona solo in Paradiso, dove non ne hanno bisogno. E all’inferno, dove ce l’hanno già».
In una serie uscita nell’ultimo anno, Fleishman a pezzi (Disney+) Jesse Eisenberg e Claire Danes interpretano una coppia di newyorchesi divorziata. Ciò che più li ha divisi e ancora li divide è il rapporto con il successo economico. Lui è medico in un ospedale, professione più che dignitosa, ma lei lo considera un fallito perché non guadagna abbastanza. Lei lavora in proprio, è agente teatrale. Nevrotica, stakanovista, è la rappresentazione plastica della brama di ascensione sociale. Non le basta il denaro, vuole entrare nei giri giusti, abitare nel quartiere giusto, trovarsi amici “old money” che la riscattino dell’imbarazzo che prova per le sue origini modeste. La sua è una forma di lotta di classe combattuta mimetizzandosi il più possibile tra le altre donne e comprando l’amicizia delle api regine del gruppo, metodi e interessi che il marito, con la sua mentalità meno consumista, meno “americana”, non condivide.
Meglio dei superpoteri
In un’altra serie recente, Succession (Sky e Now), il personaggio di Tom, che ha avuto la buona sorte di sposare la figlia del magnate miliardario, dà lezioni di vita a Greg, il cugino della moglie, parente sfigato e dunque smaniosissimo di entrare nelle grazie di chi sta dalla parte giusta del capitalismo. Dice Tom: «Essere ricchi è come essere un supereroe, però meglio».
Succession, nell’arco delle sue quattro stagioni, ha ricevuto plauso unanime dalla critica e numerosi premi. Ma soprattutto ha ridefinito il modo di ritrarre i ricchi, lanciando anche una sorta di nuova estetica diventata tormentone su Instagram e Tik Tok: colori sobri, abbigliamento in apparenza persino un po’ triste, anonimo. Si chiama quiet luxury e significa che le classi alte non si addobbano come alberi di Natale, con loghi vistosi e status symbol sgargianti. Quelli lasciateli pure alle famiglie chiassose di reality come Al passo con i Kardashian, alle turiste dell’Arabia Saudita che fanno shopping in via Condotti a Roma o ai milionari di Singapore, con le donne che escono di casa ad ogni ora vestite di haute couture, come bene illustrato a suo tempo nella commedia Crazy & Rich (2018) tratta dal romanzo Crazy Rich Asians. I ricchi della realtà come Mark Zuckerberg hanno ben altro stile e si mimetizzano meglio: sempre in t-shirt, ma realizzate su misura e qualità sopraffina, al prezzo dell’affitto mensile di un box a Milano.
Da poco è partita anche la settima stagione di Billions (sempre Sky e Now) dove il protagonista è un finanziere super aggressivo, con una soglia etica molto bassa, versione aggiornata di uno di quegli squali della Borsa anni Ottanta descritti da Tom Wolfe nel Falò delle vanità: “Erano diventati e si sentivano i padroni dell’universo”. Billions, ispirato a storie vere nel mondo degli hedge funds e dei reati nell’alta finanza, ci dice, in sostanza: più soldi ci sono, più conflitti di interesse ci saranno.
L’ebbrezza della miseria
Al cinema e, nelle serie, si fotografano i ricchi, vecchi e nuovi, nella loro peggior versione. Non tanto per dimostrare, come recitava il titolo di una vecchia telenovela che “anche i ricchi piangono”, ma per far vedere quanto sono viziati, spesso ignoranti, gelidi e corrotti. Il fatto che possano piangere è trascurabilissimo. E non importa se in apparenza appaiono cordiali, educati. Come dice il poveraccio che ordisce la truffa di Parasite (premio Oscar 2020) parlando della ricca signora che stanno per andare a imbrogliare: «È gentile perché è ricca. Lo sarei anch’io se avessi tutti quei soldi». In un vecchissimo film di Paul Mazursky intitolato Su e giù per Beverly Hills, Richard Dreyfuss interpreta un ricco produttore di appendiabiti. Villa con piscina, Rolls Royce, moglie che fa yoga e porta anche il cane da uno psicanalista specializzato. La cameriera messicana guarda le telenovelas e accetta volentieri la corte del padrone. Un giorno un barbone (Nick Nolte) tenta il suicidio nella piscina della villa e tutto cambia. I ricchi vogliono salvare il barbone, lo ripuliscono e lui scopre le gradevoli virtù del benessere, possibilmente senza bisogno di lavorare. La cameriera, che invece lavora, diventa una specie di sindacalista inferocita. Nel paradosso finale, Dreyfuss scopre, amaramente, che l’unica cosa che i ricchi non hanno né possono provare è l’ebbrezza della povertà. Fatti tutti gli aggiustamenti, visto che è del 1989, il film meriterebbe un remake. Perché non è cambiato molto da allora. E nemmeno da quando Francis Scott Fitzgerald scrisse Il grande Gatsby, storia di un ex povero finalmente arricchito (non importa come) e quindi diventato insopportabile, arrogante, esibizionista con le sue feste sfarzose e i suoi desideri di rivincita. Il dilemma, alla fine, è sempre quello: essere o non essere, ricchi.