Il giorno che non salvai Jfk
di Manuela Cavalieri e Donatella MulvoniWashington. Il nome in codice che al Secret Service gli avevano assegnato era “Dazzle”, bagliore. Forse per la prontezza dei riflessi oppure per il guizzo degli occhi azzurrissimi. Ad osservarlo bene, Clint Hill serba intatta la fiamma, nonostante abbia oggi novantuno anni. «E più di qualche acciacco», scherza quando lo raggiungiamo via Zoom, nella sua casa di San Francisco. È semplicemente una leggenda. Di certo uno degli agenti segreti più noti degli Stati Uniti: il James J. Rowley Training Center, la base militare in cui vengono addestrati i professionisti addetti alla sicurezza del presidente e della sua famiglia, gli ha intitolato la Clint Hill Way. Sul grande schermo a vestire i suoi panni è stato Clint Eastwood nella pellicola Nel centro del mirino del 1993.
Washington. Il nome in codice che al Secret Service gli avevano assegnato era “Dazzle”, bagliore. Forse per la prontezza dei riflessi oppure per il guizzo degli occhi azzurrissimi. Ad osservarlo bene, Clint Hill serba intatta la fiamma, nonostante abbia oggi novantuno anni. «E più di qualche acciacco», scherza quando lo raggiungiamo via Zoom, nella sua casa di San Francisco. È semplicemente una leggenda. Di certo uno degli agenti segreti più noti degli Stati Uniti: il James J. Rowley Training Center, la base militare in cui vengono addestrati i professionisti addetti alla sicurezza del presidente e della sua famiglia, gli ha intitolato la Clint Hill Way. Sul grande schermo a vestire i suoi panni è stato Clint Eastwood nella pellicola Nel centro del mirino del 1993.
Nella lunga carriera ha scortato Dwight Eisenhower, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford. E John Fitzgerald Kennedy, a cui ha irrimediabilmente legato il suo destino il 22 novembre del ‘63 a Dallas. La foto che ferma il balzo del trentunenne Hill sulla limousine presidenziale nel tentativo inutile di proteggere JFK dai colpi mortali di Lee Harvey Oswald è rimasta nella Storia. Ancora oggi l’agente non si dà pace, nonostante una medaglia al valore ne abbia riconosciuto il coraggio. Per anni, ci racconta, si è trascinato questo fardello senza riuscire a condividerlo con nessuno. Fino all’incontro con la scrittrice Lisa McCubbin. Con lei, Hill ha iniziato un lungo processo di elaborazione che ha portato alla stesura di quattro bestseller. E a un matrimonio, nel 2021.
Il più recente, My Travels with Mrs. Kennedy, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti per Gallery Books - Simon and Schuster, è il sequel di Mrs. Kennedy and Me, memoir del 2012 dedicato al rapporto simbiotico che Hill ebbe con Jacqueline, alla cui protezione fu assegnato per quattro anni, dal 1960 al 1964. «Un incarico che non mi entusiasmò all’inizio» confessa, ma che poi fiorì in un’amicizia devota. Pretesto per l’ultimo libro, la scoperta inattesa nel 2019 di un baule sepolto tra le cianfrusaglie del garage della residenza di Alexandria, in Virginia: dalla cassa emergono foto inedite, taccuini e oggetti (inclusa una spy-camera) che mappano i viaggi che fece al seguito della First lady: dalla Francia al Regno Unito, passando per l’India, il Pakistan, la Grecia, il Marocco, il Messico, il Sud America. Incluso quello che Hill descrive come il più bello, ovvero le tre “gloriose” settimane in Costiera Amalfitana dall’8 al 31 agosto del 1962.
Mr. Hill, gli Usa si preparano a commemorare il sessantesimo anniversario della morte del presidente Kennedy. Uno shock per la nazione, un trauma insormontabile per lei.
«Quel giorno neppure dovevo esserci. L’unico motivo per cui mi trovavo lì era perché mi avevano assegnato alla First lady. Lei di rado accompagnava il marito in viaggi politici nazionali, ma in vista della campagna elettorale del 1964 aveva deciso di dargli una mano, forte della sua popolarità tra la gente. Nel 1960, Kennedy aveva vinto a stretto margine in Texas e per lui era fondamentale quello Stato, dove molti non erano d’accordo con il suo sostegno al Movimento per i diritti civili. Quando ho sentito il primo sparo, ho avuto un solo pensiero: salvare il presidente facendogli da scudo con il mio corpo. Per la mia posizione sul predellino anteriore dell’auto dei servizi segreti, dietro la limousine, ero l’unico ad avere la possibilità di reagire rapidamente. Purtroppo, nel giro di pochi secondi sono arrivati altri due colpi. Non sono stato più veloce di un proiettile».
È riuscito a salvare però la First lady. Che cosa ricorda di quei tragici istanti?
«Nel momento in cui esplose il terzo e fatale colpo, raggiunsi il retro dell’auto presidenziale lanciandomi sul bagagliaio. C’erano sangue, pezzi di materia grigia e frammenti di ossa sparsi ovunque. La signora Kennedy si era arrampicata sul bagagliaio dal sedile posteriore. Era sotto shock e cercava di raccogliere i pezzi di cervello del marito che erano saltati in aria. Gridai all’autista di correre all’ospedale, ma ci rendemmo subito conto che non c’era nulla da fare. Mi incuneai sul retro dell’auto per fare da scudo a eventuali altri colpi che sarebbero potuti arrivare mentre sfrecciavamo verso il Parkland Memorial Hospital. Lei aveva la testa del marito sulle ginocchia e le sentii dirgli che lo amava. Arrivati al Pronto soccorso, le chiesi di lasciarci prendere il presidente, ma non riuscì a muoversi. Capii che non voleva che fosse visto in quelle condizioni, allora mi tolsi il cappotto e lo coprii. Solo così lo lasciò andare».
Il legame che ebbe con Jackie fu di assoluta fiducia. Ai viaggi al suo seguito ha dedicato anche il suo ultimo libro.
«Sapevo leggerle nel pensiero. La signora mi volle con sé perfino quando diede l’ultimo saluto al marito. Dopo i funerali, nel cuore della notte, mi chiese di accompagnarla al cimitero di Arlington per pregare con il cognato Bob davanti alla Fiamma Eterna. Passando tanto tempo insieme è inevitabile che si crei un rapporto affettivo. All’epoca trascorrevo più tempo con i piccoli Kennedy che con i miei figli. Come capo della sicurezza, mi occupavo di tutto durante le numerose trasferte all’estero, dei rapporti con i governi locali, con la stampa».
Nel “tesoro” che ha ritrovato in garage, ha recuperato anche memorie di eventi che aveva dimenticato?
«Sì, grazie ad annotazioni in un taccuino miracolosamente ancora intatto».
Perché miracolosamente?
«Quando lasciai i servizi segreti vari autori mi contattarono per scrivere libri sui Kennedy. Prima di incontrare Lisa, all’inizio degli anni Duemila, non ho mai voluto. Anzi, bruciai tutto, compresi i miei appunti. Per qualche strano motivo un taccuino sfuggì». (Un diario, aggiunge la moglie al suo fianco, che «ha riportato alla memoria molti momenti dolorosi». Incluso il tentativo di suicidio per annegamento a Palm Beach, poco dopo l’uccisione del presidente. «Tanti lo hanno ringraziato per aver raccontato questa storia così personale nel libro», dice la signora).
Nel memoir parla, poi, di un quadernetto di Jacqueline.
«Risale al ‘63, ci trovavamo in Grecia, subito dopo la morte improvvisa del bimbo della signora, vissuto solo due giorni. Era depressa e la sorella Lee pensò di farle fare un viaggio; il suo amico Aristotele Onassis (con cui Jackie si sposerà poi nel 1968 ndr) mise a disposizione una barca. Terminata la crociera, la signora Kennedy fu invitata in Marocco alle celebrazioni per la nascita del figlio del re. Come d’abitudine, passai in camera sua per esser sicuro che non avesse dimenticato nulla. Trovai un quaderno con appunti e qualche disegno. Non volle conservarlo, così lo tenni io».
Molte pagine e foto del suo libro sono dedicate al viaggio a Ravello del 1962. La First lady fu accolta da una folla adorante. Che ricordi ha?
«I paparazzi furono molto invadenti; ci lasciarono un po’ in pace solo quando la convinsi a farsi fotografare in costume. D’altra parte, era popolarissima, elegante, atletica. Credo che sia stata una delle più grandi risorse del marito e della nazione, tra i migliori “ambasciatori” che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Adorava i negozietti di antiquariato, il mare, le traversate in barca, ospite di Gianni e Marella Agnelli. (Hill non conferma, ma neppure nega il flirt di Jackie con l’Avvocato ndr)».
Ravello conserva ancora il culto di Jacqueline. È più tornato in quei luoghi?
«Nel 2012. Ho fatto anche un giro sulla Fiat 600 che Agnelli ci aveva messo a disposizione all’epoca. Mi sono commosso. Ho rivisto alcuni negozietti di ceramica che avevamo visitato. In uno di questi, c’era una mia foto con la signora Kennedy. Ho chiesto al proprietario: “Sa chi è quel giovanotto? Io!”».