Perché il Cile vede nero
di Stefania ParmeggianiLa dittatura non scompare di colpo con l’arrivo della democrazia, tanto meno se non c’è ancora stata giustizia piena. Quella paura rimane sulla pelle come patina visibile e appiccicosa; può durare a lungo, decenni, o anche per il resto della vita». Marco Bechis – regista, sceneggiatore e scrittore nato a Santiago del Cile nel 1955, vittima e testimone dei crimini della dittatura argentina – osserva il suo Paese con preoccupazione.
Sono passati cinquant’anni dal golpe militare che l’11 settembre 1973 precipitava il Cile in un lungo regime di terrore, diciassette da quando l’ex dittatore Pinochet moriva in un ospedale militare di Santiago, circondato dall’affetto dei suoi famigliari e dal rispetto dell’esercito che ordinava di tenere le bandiere a mezz’asta in tutte le caserme. E sono passati solo pochi mesi da quando il governo di sinistra di Gabriel Boric ha tentato, fallendo, di scrivere una nuova Costituzione. «Il testo proposto è stato bocciato con un referendum da oltre il 60 per …
La dittatura non scompare di colpo con l’arrivo della democrazia, tanto meno se non c’è ancora stata giustizia piena. Quella paura rimane sulla pelle come patina visibile e appiccicosa; può durare a lungo, decenni, o anche per il resto della vita». Marco Bechis – regista, sceneggiatore e scrittore nato a Santiago del Cile nel 1955, vittima e testimone dei crimini della dittatura argentina – osserva il suo Paese con preoccupazione.
Sono passati cinquant’anni dal golpe militare che l’11 settembre 1973 precipitava il Cile in un lungo regime di terrore, diciassette da quando l’ex dittatore Pinochet moriva in un ospedale militare di Santiago, circondato dall’affetto dei suoi famigliari e dal rispetto dell’esercito che ordinava di tenere le bandiere a mezz’asta in tutte le caserme. E sono passati solo pochi mesi da quando il governo di sinistra di Gabriel Boric ha tentato, fallendo, di scrivere una nuova Costituzione. «Il testo proposto è stato bocciato con un referendum da oltre il 60 per cento dei cileni, alle votazioni indette per eleggere i politici e gli intellettuali che redigeranno la nuova Carta ha stravinto la destra, che non vuole cambiare veramente la Costituzione precedente, quella di Pinochet. Siamo tornati al punto di partenza e dobbiamo chiederci il perché».
Bechis lo ha fatto in un testo, Lettere da Santiago, che dialoga con le tavole che Alfredo Chiappori – grande vignettista, fumettista e illustratore scomparso l’anno scorso a 79 anni – disegnò all’indomani del golpe contro Allende per denunciarne mandanti ed esecutori. Immagini e parole oggi confluiscono nel libro Cile 1973, pubblicato da La nave di Teseo con una prefazione di Goffredo Fofi e un testo della curatrice Sara Chiappori, che ricorda il lavoro e la vita del padre. Non un saggio, ma un affresco a più voci per raccontare non solo quello che accadde in Cile, ma anche i riflessi sociali e politici su un’intera generazio ne. Un libro ibrido, in transito tra generi, di frontiera, che aiuta a comprendere come fare i conti con il passato sia impossibile senza una vera giustizia.
Lettere all’Italia
Un passo indietro. Nel 1973 Chiappori non è un movimentista, ma un antidogmatico che disegna il mondo a mente lucida e ritmi febbrili. Sul numero di novembre di Linus pubblica quattordici tavole che descrivono ciò che ha reso possibile il golpe in Cile: la Cia, le grandi banche, la chiesa, i servizi segreti e le multinazionali (Anaconda, ITT, Kennecott, Cerro Corporation) che hanno armato il braccio fascista dell’esercito. Sua figlia Sara ritrova quelle tavole, più altre sei inedite, riordinando il suo archivio. A cinquant’anni di distanza dai fatti comprende come quel racconto per immagini, Punto Final, sia un esempio riuscitissimo di controinformazione: spazio ai fatti, allo smascheramento degli attori, nessuna emotività. Pensa, dunque, che valga la pena rimetterlo in circolazione e si rivolge a Bechis, che aveva cambiato vita proprio dopo quel golpe tornando dall’Italia in Sudamerica e finendo per incrociare drammaticamente la dittatura militare argentina.
«Il personale nel suo caso è politico» scrive Chiappori e Bechis lo dimostra ancora una volta, ripescando da un cassetto le lettere di una prozia che dal Cile raccontava l’ascesa di Salvador Allende, poi il golpe e infine la dittatura di Pinochet. «Era una signora piccolo borghese che da quando mia madre aveva lasciato il Cile, la informava puntualmente di tutto ciò che riguardava la famiglia. Aveva sopportato molti soprusi dai governi liberali e corrotti, ma aveva una paura viscerale del comunismo. Erano gli anni della Guerra fredda e con la vittoria di Unidad Popolar temeva di perdere quello che faticosamente aveva guadagnato». Nei tre anni di governo Allende, le sue lettere trasudavano indignazione: non capiva le ragioni delle espropriazioni e nazionalizzazioni, soffriva le lunghe file per acquistare generi alimentari e ignorava che i camionisti che scioperavano bloccando la distribuzione erano risarciti con denaro proveniente dall’estero. «Vedeva la carestia, non chi stava destabilizzando il Paese per fare salire la tensione e l’incertezza nella popolazione fino a spingerla ad appoggiare il colpo di Stato».
In realtà neanche Bechis vedeva nulla di tutto questo: aveva lasciato il Cile a un anno, era cresciuto in Brasile e in Argentina e si era trasferito da poco sulla costa ligure al seguito del padre, dirigente Fiat. «L’Italia era il Paese di mio padre, non il mio. Studiavo ingegneria e cercavo in tutti i modi di mantenere viva la comunicazione con gli amici e la fidanzata di Buenos Aires».
L’ultimo discorso
L’11 settembre 1973 Bechis stava studiando derivate e integrali mentre nell’altro emisfero Salvador Allende parlava alla radio per l’ultima volta alla nazione, salutava uno ad uno gli uomini che con lui si erano asserragliati nel Palazzo della Moneda e infine si puntava al palato la canna del fucile Ak-47 che gli aveva regalato Fidel Castro. «Mia madre stava ascoltando la radio e riconobbi sul suo volto la paura. Realizzai per la prima volta che quello che stava accadendo a Santiago riguardava anche me». Qualche giorno dopo Bechis partecipò alla oceanica manifestazione di Milano in appoggio alla resistenza cilena e incominciò a studiare libri di sociologia e politica. Poi tornò a Buenos Aires, finendo per simpatizzare con i Montoneros, un’organizzazione guerrigliera di sinistra che combatteva la giunta militare.
In Cile c’erano torture ed esecuzioni sommarie nello stadio di Santiago, in Argentina i generali preparavano luoghi segreti di sequestro e tortura. Il 19 aprile 1977 Bechis venne rapito di fronte alla scuola dove studiava per diventare maestro elementare e per dieci giorni fu uno delle migliaia di desaparecidos. Grazie alla tenacia dei suoi genitori e a una buona dose di fortuna, ricomparve in un carcere militare e quattro mesi dopo venne espulso in Italia. Che cosa sia accaduto – nudo, incatenato e bendato nei sotterranei del campo di concentramento clandestino Club Atlético – lo ha già raccontato nel film Garage Olimpo e poi nel libro autobiografico La solitudine del sovversivo, oltre che nelle aule di tribunale dove ha deposto contro gli ex militari. Cosa sia accaduto in Cile, invece, Bechis lo scrive in questo libro: «Non tanto i fatti, ma gli effetti ultimi della dittatura. Su chi l’ha vissuta, sulle famiglie dei desaparecidos, ma anche su chi è venuto al mondo anni dopo, in un Paese che non è stato in grado di fare i conti con il passato. In Argentina più di 500 ex militari colpevoli di crimini contro l’umanità scontano l’ergastolo. In Cile molti responsabili, compreso Pinochet e Manuel Contreras (il capo della Dina, la famigerata polizia segreta, l’uomo che negli anni più bui della repressione partecipò attivamente all’Operazione Condor dando la caccia agli oppositori anche fuori dal Cile, ndr) sono stati processati, ma poi rilasciati. In Cile le nuove generazioni non respirano alcun senso di giustizia».
Eppure, non molto tempo fa, nel 2019 e 2020, abbiamo visto manifestazioni oceaniche di giovani chiedere la riscrittura di una Costituzione moderna che, a differenza di quella che Allende tentò di modificare con un plebiscito indetto un giorno prima del colpo di Stato e da quella scritta da Pinochet nel 1980, tenesse conto della sanità pubblica, dell’istruzione, dei diritti civili e dei popoli originari. «Abbiamo visto quelle manifestazioni e il successo elettorale di Boric, il giovane presidente di sinistra che cita Allende e si avvicina alla commemorazione dell’11 settembre con mille difficoltà», dice Bechis, «ma abbiamo anche visto fallire il tentativo di scrivere una nuova Costituzione e assistiamo all’ascesa politica di una destra nostalgica. La verità è che il Cile non cambia perché cambiare fa paura. Ed è sempre la stessa paura, quella di mia zia e della piccola borghesia di lontane origini europee, che ha sempre subito senza ribellarsi». C’è un modo, cinquant’anni dopo il golpe, per togliersela di dosso e voltare realmente pagina? «Certo», risponde Bechis, «ma serve una buona dose di democrazia attiva. E di giustizia».