✕

Viola Ardone: «Quantificare il lavoro di un professore è impossibile. E' vero, non siamo tutti uguaIi: c'è anche chi si imbosca smanettando con il telefonino»

Studenti del liceo Alfieri di Torino. Stefano Guidi/Getty Images

 
Da alunna diligente a insegnante che ama «i franti e gli asini». prima di tornare in classe una scrittrice ci ricorda perché, nonostante tutto, la scuola sia «il nostro posto nel mondo»
5 minuti di lettura

La scuola è il primo posto in cui mi sono sentita a mio agio, è per questo che ci sono rimasta. All’asilo ero talmente timida che le maestre consigliarono a mia madre di consultare un terapeuta. La bambina non parla, non gioca con gli altri, pare che viva in un mondo tutto suo, le dissero, ed era vero. Non soffrivo di qualche disturbo specifico, almeno secondo lo specialista da cui mia madre effettivamente mi portò, ma ero così introversa che non riuscivo a interagire con gli altri, mi sentivo sempre fuori posto, un’intrusa nei giochi dei coetanei.

La scuola è il primo posto in cui mi sono sentita a mio agio, è per questo che ci sono rimasta. All’asilo ero talmente timida che le maestre consigliarono a mia madre di consultare un terapeuta. La bambina non parla, non gioca con gli altri, pare che viva in un mondo tutto suo, le dissero, ed era vero. Non soffrivo di qualche disturbo specifico, almeno secondo lo specialista da cui mia madre effettivamente mi portò, ma ero così introversa che non riuscivo a interagire con gli altri, mi sentivo sempre fuori posto, un’intrusa nei giochi dei coetanei.

La mia aula, le mie matite

Trascorrevo quelle infinite ore di noia nell’attesa che i miei genitori tornassero a prelevarmi, e con la segreta paura che non sarebbero tornati più. Per questo chiesi a mia madre di frequentare la primina, fui accontentata e feci il mio ingresso in anticipo nel mondo della scuola. Fu come trovare il mio posto nel mondo, avevo un banco, una sedia, dei precisi compiti da svolgere e, lavorando diligentemente con quaderni, penne e matite, potevo ottenere le lodi della maestra e l’approvazione della classe. Da bambina invisibile mi ero trasformata in “studentessa”. In classe potevo parlare di cose che conoscevo perché le avevo studiate e dunque non mi sembrava più di non avere nulla da dire. Il dettato, la copia, i calcoli sul quaderno a quadretti, la scrittura: quei momenti nella classe immersa nel silenzio, intenta a mettere su carta i miei pensieri, sono una gioia che si rinnova ogni volta che scrivo.

A scuola sono stata quasi sempre felice. Ho imparato a camuffare la mia timidezza e mi sono sentita legittimata a stare in una comunità. Non avevo bisogno di chiedere il permesso per entrare in un gruppo, di essere simpatica o graziosa come apparivano le altre bambine ai miei occhi. Facevo parte della classe per diritto, come gli altri. Questo dovrebbe fare la scuola: dare un posto a ciascuno. Un posto bello, comodo, che metta in circolo i pensieri e che faccia scoprire ai ragazzi qualcosa di sé.

Come una sartoria

A volte penso che la scuola mi abbia dato più di quanto io sia stata in grado di restituire. So però che mi interrogo ogni giorno: che cosa significa essere una brava docente? L’insegnamento è un mestiere artigianale che si costruisce nella pratica, un lavoro di sartoria che va adattato di volta in volta alle misure dei giovani “clienti” che di anno in anno ci arrivano. Per questo tutti i tentativi di valutare, quantificare, monetizzare la bravura di un insegnante si sono sistematicamente arenati. Così come le riforme che, a prescindere dai governi, non vanno mai all’origine dei problemi della scuola, che sono sostanzialmente due: edilizia scolastica e numero degli alunni. Per entrambe le cose servono soldi, eppure è così che dovrebbero essere investiti, piuttosto che nella iper digitalizzazione dell’insegnamento, su cui molti Paesi europei stanno facendo già marcia indietro. Quindici alunni per classe varrebbero più di ogni riforma, non ci sarebbe bisogno di super professori, orientatori, tutor. Basterebbe mettere ogni docente in grado di fare il suo lavoro. È vero, non siamo tutti uguali: ce ne sono di bravi, di eccellenti e di pessimi. C’è quello che ti cambia la vita e quello che si imbosca smanettando al telefonino.

Esistono tanti modi per essere insegnanti e altrettanti per essere alunni. Non so se mi sarebbe piaciuto avermi come studentessa. Troppo zelante, troppo bisognosa di approvazione. È facile essere una buona insegnante con i bravi, io però ho un debole per i “cattivi”. Preferisco i Franti ai De Rossi, gli asini come Pinocchio, i ribelli come Antoine Doinel dei Quattrocento colpi. Tutti i bravi studenti si somigliano ma ogni cattivo studente è speciale a modo suo. Ecco perché le chiacchiere sul merito, sul bullismo, sulla maleducazione e la svogliatezza mi annoiano. Perché la scuola deve essere fatta anche per loro, quelli dell’ultimo banco, non per metterli alla porta o per ridurli all’obbedienza con punizioni esemplari, ma per far trovare loro un posto nella classe, dunque nel mondo.

Davide è stato mio alunno al biennio, qualche anno fa. Il primo giorno si siede all’ultimo banco insieme a due o tre sfaticati, ma del bulletto non ha il fisico. Esile, con gli occhiali tondi e i capelli arruffati e fuori moda, è l’immagine del secchione. Io spiego e lui ridacchia con gli amici, gli faccio una domanda per beccarlo in castagna ma lui risponde bene. È arrogante e saccente, mi affronta con una dialettica tagliente e poi appena mi giro mi manda a stendere sottovoce, a beneficio dei suoi compari che sghignazzano. Ma è nei compiti in classe che si scopre, lì non ha la sua ghenga che lo ascolta, quindi si lascia andare. Scrive benissimo e mai cose banali, con la stessa spocchia e lo stesso furore iconoclasta che usa all’orale ma senza più la sfida. Quando riporto i compiti e gli altri leggono 9 cala il silenzio. Davide il ribelle, il cattivo studente è stato premiato, ha vinto lui, e io sono contenta della mia “sconfitta”. Da quel momento cambiano gli equilibri, la ghenga un po’ lo isola, un po’ gli porta una speciale riverenza, quella che vuoi o non vuoi spetta ai migliori. E lui diventa meno spavaldo, non va più allo scontro. Quel voto è stato come uno specchio in cui guardarsi, in cui intravedere una parte di sé di cui aveva sentore ma non certezza, una forma di futuro a cui voler assomigliare.

Michele, ricco e sfiduciato

Non sono tutti come Davide. Alcuni arrivano con tali lacune di base che è un miracolo fargli fare un passo. Michele è figlio di un costruttore, ha tutto quello che i suoi compagni desiderano: le scarpe ultra costose, la macchinina 50, viaggi in mete esotiche a ogni ponte o festa comandata. Però non sa neanche coniugare i verbi. Con il latino nemmeno a parlarne, il primo quadrimestre consegna sempre in bianco. Viene il padre a colloquio e mi chiede: che devo fare col ragazzo, professorè? Gli rispondo che devono affidarsi, lui e il ragazzo. Dovete avere fiducia nella scuola, Michele deve fare quello che gli dico, così se poi fallisce sarà colpa mia. Solo questo? E le pare poco. Dal giorno successivo Michele lavora duro, a fine lezione ha le schiocche rosse sulle guance come dopo un allenamento di calcetto, lingua poggiata sul labbro superiore mentre sottolinea con pastelli di colore diverso genitivo e dativo. Quando all’ultimo compito dell’anno gli arriva un 6- Michele si mette le mani a coppa sopra al viso per non farsi vedere dai compagni, che però non lo sfottono, sono contenti per lui. Se le merita quelle lacrime di gioia per un 6- che si è guadagnato, una delle prime cose della sua vita che non ha avuto in regalo.

Padre e figlia verso il diploma

Angela viene da una bocciatura ma si è iscritta di nuovo. Hanno fatto bene, mi dice il primo giorno, non avevo capito niente, non ero pronta. Adesso invece ha tutti voti buoni e si è integrata bene nella classe, ma i genitori non si sono mai presentati. Prima della fine dell’anno viene suo padre. Gli faccio i complimenti per la figlia e lui mi guarda arrossendo, con la timidezza del contadino. Sa, mi dice mostrandomi le mani callose, mi sono iscritto a scuola pure io, faccio il serale per prendermi il diploma. Se tutto va bene ci maturiamo insieme, così mia figlia non deve vergognarsi di me.

Questa è la scuola: la somma delle storie delle persone che la fanno. E dunque la storia di tutti, perché tutti siamo stati alunni. La scuola la fanno i docenti e gli studenti e le famiglie degli studenti. È il nostro mondo, la nostra comunità, in cui ciascuno vale tutti, il successo di ognuno è il successo di tutti. Davide non si diplomerà. Un incidente stradale se lo è portato via in una maledetta sera d’estate. La campanella suonerà lo stesso, arriveranno nuovi alunni e, come ogni anno, mi sembrerà di tornare a casa. Noi insegnanti non abbiamo il potere di salvarli, né da se stessi né dagli altri, ci basta accompagnarli, nel breve tempo che la gioventù ci concede, per cercare insieme a loro un posto nel mondo.

Leggi i commenti