Il kakapo va spesso in bianco, ma ora lo Stato lo aiuta
di Giuliano AluffiUn kakapo nel santuario del monte Maungatautari. Sanctuary Mountain Maungatautari
Sono stati per 30 milioni di anni i padroni della Nuova Zelanda, hanno sfiorato l’estinzione per colpa dell’uomo che ha riempito il loro ambiente di predatori, e oggi finalmente tornano nel loro antico regno, la terraferma. Parliamo del più corpulento pappagallo al mondo, Strigops habroptila, ovvero il kakapo: termine maori che significa “pappagallo notturno” per il daffare che si dà dopo il tramonto.
Ad accoglierli e a proteggerli sarà l’ambiente paradisiaco del monte Maungatautari, un santuario naturale gestito dal governo neozelandese. «Per milioni di anni il kakapo ha vissuto in un ambiente privo di predatori mammiferi. E quindi non sa come eluderli: la sua evoluzione lo ha reso un ghiotto e indifeso boccone per i gatti, i furetti e gli ermellini, che sono stati introdotti in Nuova Zelanda dai coloni europei» dice Janelle Ward, responsabile della biodiversità al santuario Maungatautari. Se solo potesse librarsi in volo, il kakapo sarebbe salvo dai predatori terrestri. Ma come altri…
Sono stati per 30 milioni di anni i padroni della Nuova Zelanda, hanno sfiorato l’estinzione per colpa dell’uomo che ha riempito il loro ambiente di predatori, e oggi finalmente tornano nel loro antico regno, la terraferma. Parliamo del più corpulento pappagallo al mondo, Strigops habroptila, ovvero il kakapo: termine maori che significa “pappagallo notturno” per il daffare che si dà dopo il tramonto.
Ad accoglierli e a proteggerli sarà l’ambiente paradisiaco del monte Maungatautari, un santuario naturale gestito dal governo neozelandese. «Per milioni di anni il kakapo ha vissuto in un ambiente privo di predatori mammiferi. E quindi non sa come eluderli: la sua evoluzione lo ha reso un ghiotto e indifeso boccone per i gatti, i furetti e gli ermellini, che sono stati introdotti in Nuova Zelanda dai coloni europei» dice Janelle Ward, responsabile della biodiversità al santuario Maungatautari. Se solo potesse librarsi in volo, il kakapo sarebbe salvo dai predatori terrestri. Ma come altri uccelli neozelandesi – ad esempio il kiwi e il takahe, che assomiglia a una massiccia gallina blu verdastra – il kakapo non vola.
«Gli antenati del kakapo e del kiwi sono arrivati in Nuova Zelanda volando. Poi però, una volta qui, in assenza di predatori terrestri, hanno perso quella capacità. È comprensibile: il volo è un modo di spostarsi molto dispendioso, e, se vivi in un ambiente dove i tuoi unici nemici sono gli uccelli rapaci, non ti garantisce salvezza» spiega Andrew Digby, consulente scientifico governativo per la conservazione del kakapo. «Infatti i predatori storici arrivavano dall’alto: erano l’aquila gigante della Nuova Zelanda (Hieraaetus moorei) e il falco di palude (Circus teauteensis), oggi estinti».
L’esilio della salvezza
La convivenza con questi rapaci ha dato al kakapo istinti oggi anacronistici: quando si sente minacciato, infatti, si immobilizza per mimetizzarsi con la boscaglia. «Strategia efficace contro predatori che puntano tutto sulla vista, come falchi e aquile, ma suicida contro gatti, cani e furetti, che si affidano soprattutto all’olfatto». Per questo 40 anni fa, quando ne erano rimasti solo 52, i kakapo sono stati esiliati su cinque remote isolette, come Codfish Island, dalle quali erano stati eradicati i loro nemici.
A rendere il kakapo un bersaglio ancora più facile è il suo odore, che ricorda la muffa. «Mi è capitato più volte di trovarmi a soli 2-3 metri da un kakapo, senza distinguerlo perché perfettamente mimetizzato nel verde» racconta Digby. «Solo il mio naso mi avvertiva della sua presenza». Un’ipotesi è che si tratti di un richiamo d’amore: «Nella stagione degli amori, in primavera, i maschi diventano ancora più odorosi» aggiunge Digby.
«È un utile segnale chimico, che aiuta le femmine a trovare il compagno nel buio della notte». E il maschio di questa specie si dà proprio un gran daffare per trovare l’amore: «Sono gli unici pappagalli ad avere un sistema di accoppiamento basato sulla scelta da parte delle femmine» continua Digby. «Il maschio scava un infossamento nel terreno – ovvero il palcoscenico su cui si esibirà – e poi crea, togliendo con il becco le foglie e gli sterpi, dei sentierini che si diramano a raggiera e che aiutano le femmine a raggiungerlo». Di notte il maschio si posiziona nella sua cunetta, entra in una specie di trance e gonfia il petto come un pallone, emettendo ogni due-tre secondi una specie di rimbombo a bassa frequenza, udibile anche a un paio di chilometri di distanza: è il richiamo che attrae le femmine. Più maschi possono posizionarsi in cunette non distanti, in modo da competere per l’attenzione delle femmine che li passano in rassegna: è stato definito un “mercato della seduzione”.
Inseminazione artificiale
Questa competizione canora può durare anche per otto ore a notte, per tre-quattro mesi, ed è una faticaccia. «Nel periodo degli amori un maschio arriva a perdere la metà del peso. Senza garanzia di successo: sappiamo di maschi che hanno seguito questo rituale per decenni senza mai accoppiarsi», dice Digby. «Anche per questo motivo tra i nostri sforzi per la conservazione del kakapo c’è l’inseminazione artificiale».
Ma l’intervento umano ha un costo: uno studio pubblicato da Digby quest’anno mostra come la nutrizione dei piccoli con il contagocce, fatta per ridurre la mortalità infantile, possa rendere i maschi di kakapo, una volta adulti, meno inclini a riprodursi, per via dell’imprinting verso gli esseri umani. A minacciare la specie sono poi anche altri fattori: in natura, per esempio, la riproduzione del kakapo ha successo solo nelle annate di massima produzione fruttifera degli alberi di rimu, ovvero ogni due-quattro anni: le bacche di rimu sono ricche di vitamina D, essenziale per deporre le uova e per la sopravvivenza dei pulcini. «La dieta del kakapo è tutta vegetale: ottimo arrampicatore, sa approvvigionarsi con facilità di bacche e frutti sugli alberi. E ad oggi le ali gli servono soprattutto per bilanciarsi quando si trova sui rami alti degli alberi, e per attenuare le cadute: per salire sui tronchi, invece, si aiuta soprattutto con il becco» conclude Digby. Questa spiccata propensione a scalare gli ostacoli è stata un problema per i responsabili del progetto di reintroduzione del kakapo nel suo antico regno. «Per tenere fuori dalla riserva Maungatautari i nemici del kakapo, abbiamo circondato la montagna con 47 chilometri di palizzata. Ma il problema maggiore non è stato tenere fuori i predatori, quanto tenere dentro i kakapo» spiega Ward. «Questi uccelli possono sembrare meno acuti dei pappagalli, anche perché sono più goffi, ma sono molto più determinati.
La soluzione trovata per tenerli dentro la riserva (almeno i primi dieci, dei 248 kakapo viventi, gli altri sono ancora sulle isolette) è stata una lastra di metallo affissa su tutta la recinzione, che non offre appigli per il becco». Il kakapo è tornato a casa, sì, ma è agli arresti domiciliari, seppure in un paradiso verde.
Sul Venerdì dell’8 settembre 2023