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Com’è difficile raccontare uno stupro

QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE: ogni settimana Natalia Aspesi risponde ai lettori del Venerdì
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentile Natalia, non posso trattenermi dall’esprimere la mia insofferenza/rabbia per come viene affrontata la piaga degli stupri, ormai diventati avvenimenti ripetitivi al limite del “tormentone”. Nessuno capisce realmente cosa debba provare una donna che subisce violenza. Io posso dirlo perché ne sono stata vittima oltre trent’anni fa, e posso affermare che della ferita, a distanza di tanto tempo, è rimasta comunque una cicatrice nel ricordo e nell’anima. In quei momenti terribili, l’affronto della sopraffazione e la paura di essere ammazzata prevalgono: solo chi in quella situazione si trovi può capire. In quegli anni si parlava poco o nulla di denunce, però all’atto ignobile, allora come adesso, si accompagnava lo sfregio: nella mia esperienza non c’erano video, ma fui dileggiata con una frase insultante di lui: “Non mi dirai che è la prima volta!” (avevo intorno ai trent’anni).…

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentile Natalia, non posso trattenermi dall’esprimere la mia insofferenza/rabbia per come viene affrontata la piaga degli stupri, ormai diventati avvenimenti ripetitivi al limite del “tormentone”. Nessuno capisce realmente cosa debba provare una donna che subisce violenza. Io posso dirlo perché ne sono stata vittima oltre trent’anni fa, e posso affermare che della ferita, a distanza di tanto tempo, è rimasta comunque una cicatrice nel ricordo e nell’anima. In quei momenti terribili, l’affronto della sopraffazione e la paura di essere ammazzata prevalgono: solo chi in quella situazione si trovi può capire. In quegli anni si parlava poco o nulla di denunce, però all’atto ignobile, allora come adesso, si accompagnava lo sfregio: nella mia esperienza non c’erano video, ma fui dileggiata con una frase insultante di lui: “Non mi dirai che è la prima volta!” (avevo intorno ai trent’anni). Quella frase spiattellata mi schiaffeggia ancora oggi. L’altro “tormentone” sull’argomento è quello di minimizzare (quasi giustificare) il comportamento del “maschio” con le teorie sull’abbigliamento della donna o quelle sul fatto che fosse brilla... Mi spiace dilungarmi, ma i particolari di quel sopruso sono necessari: il treno che aspettavo ebbe un notevole ritardo (fino all’una dopo mezzanotte) e dovetti optare per una macchina a noleggio prendendola insieme ad una famigliola (perciò ero tranquilla)... ma non sapevo che quei coniugi con figlia sarebbero scesi in una località prima della mia. Ebbi ragione ad allarmarmi: rimasta sola con l’autista, questo cambiò strada portandomi in aperta campagna e... Non ero certo attraente, tanto meno provocante, avvolta in una palandrana invernale, infreddolita, con un viso distrutto dalla fatica di un lungo viaggio. “Dopo” mi accompagnò a destinazione e io dovevo solo contentarmi di essere viva... Dei pensieri nei giorni successivi ho avuto una rimozione profonda, ma il trauma mi ha marchiata. Di lui ricordo solo come il lampo dei suoi occhi cambiò quando rimasi in macchina senza scampo. A proposito del non capire, ho notato un fatto strano: le persone che hanno letto un libro che ho scritto, mi dicono che non ricordano la parte in cui faccio cenno all’episodio. Addirittura non ci hanno fatto caso.
Mirella

Mi accorgo solo ora di non aver mai ricevuto una lettera che osasse parlare di stupro. E questa è una lettera molto bella perché è del tutto sincera, e di quell’orrendo fatto che non si vorrebbe ricordare mai più ma che mai si riesce a dimenticare, resta il dolore, il sentirsi, appunto, violata, stuprata. “Nessuno capisce realmente cosa debba provare una donna che subisce violenza…”, ‘‘è rimasta una cicatrice nel ricordo e nell’anima”, e infine “l’affronto della sopraffazione e la paura di essere ammazzata”. Raccontare questo trauma vuole dire conoscere l’abbrutimento, la cancellazione di sé perché è “dentro”, è nel corpo, e per non morire si aspetta che l’orrore finisca, come una scudisciata. Una ragazza può avere una vita amorosamente brillante, ma è quello stupro a non poter essere dimenticato: perché lì c’è il disprezzo del maschio, c’è la sua antica supremazia, c’è la forza, l’umiliazione, c’è la tortura di aspettare solo che finisca, provare odio e non piacere. La schiava al servizio del re, la donna rimessa al suo, al nostro posto di nullità.

Sul Venerdì del 15 settembre 2023

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