Natalia Aspesi e Corrado Augias: la nostra opera migliore
Ebbene sì, sono un pezzo da Museo
di Natalia Aspesi
Faccio parte del Museo della Scala. Non tanto per la mia antichità, quanto per la stravaganza grandiosa della mia pettinatura, tutta fatta di trucioli, che Pier Luigi Pizzi ripescò nell’immenso archivio del museo, 150 mila libri e centinaia di ritratti magnifici, dalla Giuditta Pasta dipinta dal Serangeli, la meravigliosa soprano contralto del XIX secolo, al Canova del Tacchinardi, grande violoncellista del primo Ottocento. È un magnifico Museo e vengono a visitarlo soprattutto dall’estero 270 mila appassionati l’anno. Lo dirige con estrema perizia Donatella Brunazzi che a novembre inaugurerà Fantasmagorica Callas, inventato dal curatore d’arte contemporanea Francesco Stocchi, con altri passaggi come un cortometraggio di Mario Martone.
La mostra del 2019 si intitolava Nei Palchi della Scala. Con la mia massa di trucioli sono entrata nella storia (un eccesso, ma pazienza…
Ebbene sì, sono un pezzo da Museo
di Natalia Aspesi
Faccio parte del Museo della Scala. Non tanto per la mia antichità, quanto per la stravaganza grandiosa della mia pettinatura, tutta fatta di trucioli, che Pier Luigi Pizzi ripescò nell’immenso archivio del museo, 150 mila libri e centinaia di ritratti magnifici, dalla Giuditta Pasta dipinta dal Serangeli, la meravigliosa soprano contralto del XIX secolo, al Canova del Tacchinardi, grande violoncellista del primo Ottocento. È un magnifico Museo e vengono a visitarlo soprattutto dall’estero 270 mila appassionati l’anno. Lo dirige con estrema perizia Donatella Brunazzi che a novembre inaugurerà Fantasmagorica Callas, inventato dal curatore d’arte contemporanea Francesco Stocchi, con altri passaggi come un cortometraggio di Mario Martone.
La mostra del 2019 si intitolava Nei Palchi della Scala. Con la mia massa di trucioli sono entrata nella storia (un eccesso, ma pazienza, si tratta forse di due minuti) del Museo della Scala come il momento delle stupidaggini.
Era il 7 dicembre 1967, Repubblica non c’era ancora, e quello fu il fatidico anno prima del ’68, con il Capanna a gettare uova marce sulle belle signore ingioiellate. Nel pomeriggio, Gil Cagné, il numero uno dei truccatori tutto con una testona gialla di capelli, aveva impiegato alcune ore a costruirmi quel monumento pesantissimo e io, stupidella, ero corsa a raccontare al telefono per Il Giorno le meraviglie della serata, comprese le signore in plastica e carta e soprattutto la giovane Borletti che era arrivata trionfante in vere e proprie mutandine di pizzo bianco e gli stivali.
Io mi occupavo allora solo della mondanità più vistosa, ed ero la più brava a scansare i grandi inviati della tv, che non sapevano che opera stavano dando e, giusto per informare i telespettatori, a noi coi nostri taccuini chiedevano: “Ci dice una battuta?”.
Noi che non riusciamo a farne un dramma
di Corrado Augias
Se scoprissimo l’opera di colpo calati da un altro pianeta, non crederemmo alle nostre orecchie. Recitar cantando, quale assurdità. Il canto si addice alla manifestazione di un sentimento, gioia o dolore, struggimento o passione. Recitare invece significa interpretare una vicenda con i suoi andirivieni, le trovate, i cambiamenti d’umore, i momenti culminanti: amore, disperazione, slancio vitale, timori, la vita tutt’intera – e la morte.
Diciamolo: l’opera poteva nascere solo qui, rispecchia il carattere di un popolo – noi! – che non ha mai conosciuto la tragedia e si è risolto a raccontarla in un genere tutto suo: il melodramma. Dramma, certo, però filtrato attraverso il melos, cioè il canto, la melodia, capaci di attutire l’urto, rendere tutto più sopportabile. In poche parole, un buon sostituto del genere tragico che l’Italia non ha mai conosciuto. Non perché la nostra storia non abbia avuto momenti tragici, solo perché nessuno ha mai trovato il modo di metterli in scena.
In genere si usa dire “paese del melodramma” in senso spregiativo; è ingiusto; l’invenzione del melodramma è, al contrario, la prova della genialità di un popolo che non avendo cuore per reggere l’urto delle prove più dure, ha trovato il modo di rappresentarle in forma per dir così attenuata, meno allarmante, addirittura leggiadra. Quando Rigoletto intona (“con impeto”) i famosi versetti «Sì, vendetta, tremenda vendetta di quest’anima è solo desio... di punirti già l’ora s’affretta...» eccetera bisogna entrare in una dimensione insolita del desiderio di vendetta perché il proposito risulti bene o male credibile. Idem quando in Tosca il pittore Cavaradossi che sta per essere fucilato, canta l’estremo lamento: «L’ora è fuggita io muoio disperato e non ho amato mai tanto la vita...». C’è anche il rovescio, intendiamoci. Quando nelle Nozze di Figaro l’adolescente Cherubino chiede ad alcune donne mature se sia amore ciò che sente in petto dà vita a una delle più toccanti espressioni sulla nascita di quello sfuggente sentimento: «Voi che sapete che cosa è amor, donne vedete s’io l’ho nel cor...». Quando Rosina nel rossiniano Barbiere di Siviglia si presenta nella celebre cavatina ascoltiamo una giovane donna certo gentile ma anche molto determinata: «Io sono docile, - son rispettosa, sono ubbediente, - dolce, amorosa; Ma se mi toccano - dov’è il mio debole, sarò una vipera...».
Del melodramma possiamo dire quello che i romani dicevano della satira, “opera tota nostra est”. Infatti, quando ci ha messo le mani Wagner la musica è completamente cambiata.