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Belcanto Valley: a Parma, dove tenori e soprani di tutto il mondo vengono a studiare

l’audizione di Chen Huiyan (Nicola Marfisi/Agf)

 
Nella patria di Verdi Conservatorio e Accademia della lirica attirano ogni anno decine di aspiranti star. Soprattutto da Cina, Corea e Giappone. Reportage
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Parma. L’abito da sera alle 10 del mattino con 33 gradi galoppanti è il fastidio minore, considerati i sacrifici per arrivare davanti alla commissione che dovrà stabilire, con un sì o con un no, il destino dei 365 candidati di quest’anno al triennio di Canto Lirico del Conservatorio “Boito” di Parma, quasi il doppio dell’anno scorso. Solo una quarantina potrà festeggiare l’ammissione. E sarà comunque soltanto l’inizio di una gavetta lunghissima, delusioni tante, trionfi forse. A meno che, proprio in quel gruppo, non si annidi la voce, quella che Leone Magiera, il decano di tutti i talent-scout lirici, si trovò recapitata direttamente sull’uscio di casa a Modena. «Maestro può darmi un parere sulla mia voce? Non so se fare il cantante, l’assicuratore o il maestro di scuola», gli chiese settant’anni fa Luciano Pavarotti. Chissà se la sua storica tournée a Pechino nel 1986, con tanto di giro in bici in piazza Tienanmen, ha ancora effetti sui giovani orientali di oggi. Sembrerebbe di sì.

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Parma. L’abito da sera alle 10 del mattino con 33 gradi galoppanti è il fastidio minore, considerati i sacrifici per arrivare davanti alla commissione che dovrà stabilire, con un sì o con un no, il destino dei 365 candidati di quest’anno al triennio di Canto Lirico del Conservatorio “Boito” di Parma, quasi il doppio dell’anno scorso. Solo una quarantina potrà festeggiare l’ammissione. E sarà comunque soltanto l’inizio di una gavetta lunghissima, delusioni tante, trionfi forse. A meno che, proprio in quel gruppo, non si annidi la voce, quella che Leone Magiera, il decano di tutti i talent-scout lirici, si trovò recapitata direttamente sull’uscio di casa a Modena. «Maestro può darmi un parere sulla mia voce? Non so se fare il cantante, l’assicuratore o il maestro di scuola», gli chiese settant’anni fa Luciano Pavarotti. Chissà se la sua storica tournée a Pechino nel 1986, con tanto di giro in bici in piazza Tienanmen, ha ancora effetti sui giovani orientali di oggi. Sembrerebbe di sì.

A Parma sono proprio i cantanti cinesi ad aver sbancato le domande d’iscrizione, 282; è il gruppo straniero più presente assieme ai coreani (46) e ai giapponesi (6). Anche i cartelli in doppia lingua disseminati nel chiostro del Conservatorio confermano la tendenza. Chen Huiyan, 23 anni, cinese, ha sentito parlare di Parma da bambina. È una soprano lirica e sta aspettando di entrare sotto le volte gotiche dell’auditorium, un’ex chiesa, per farsi ascoltare in Donizetti e Mozart. «Mia madre è maestra di canto. Anche solo aver passato le preselezioni e trovarmi qui è un grande risultato» racconta nel suo vestito verde smeraldo «a prescindere da come andrà continuerò su questa strada».

In cima al suo pantheon non c’è la Callas, ma la 35enne Nadine Sierra, una delle migliori cant-attrici di oggi. «Mi piace la sua energia, adoro come sta sul palcoscenico», spiega con l’interprete del Conservatorio. Rio Azuma viene invece da Osaka, è una soprano leggera: «Visitai Parma quattro anni fa e ne rimasi impressionata. Qui tutto parla di musica. Sono disposta ad ogni sacrificio possibile. Ammiro molto Rosa Feola, ho visto tutti i suoi video», spiega confessando il suo debole per una delle migliori belcantiste.

L’importanza della dizione

Con lo sguardo benigno di chi ne ha visti passare migliaia (compresi i grandi di oggi, da Luca Salsi a Michele Pertusi, diplomati eccellenti del “Boito”) si aggira Lelio Capilupi, 63 anni, metà vita passata a occuparsi di voci da sbozzare. È lui il coordinatore del Dipartimento di Canto del Conservatorio: «Il livello dei candidati è cresciuto moltissimo» spiega «oggi nessuno tenta di entrare solo per provarci. E i cantanti orientali ormai hanno tutti una buona dizione di partenza. Hanno capito che curare la lingua aiuta nella proiezione della voce, che però da sola non basta. Requisito essenziale è l’espressività, ingrediente base per l’arte scenica. Ormai non si può stare sul palcoscenico pensando che basti cantare. E poi conta la rapidità di apprendimento, perché i tempi di prova degli spettacoli si sono accorciati drasticamente».

Lo sa bene la soprano Giuliana Torti, che a dispetto del nome è americana, di Boston: «Ho studiato due anni in California e in Florida, ma sono ripartita da capo perché avevo bisogno di una preparazione tecnica solida. Spero tanto di entrare. Sarei la prima musicista in famiglia. Per questo i miei hanno detto che sono un po’ pazza. Ma sono pronta a fare tutto ciò che serve per stare sul palcoscenico. È il mio modo di stare al mondo». Come si ripete ogni giorno anche il tenore veronese Andrea Leoni, uno dei soli 20 italiani presenti alle audizioni. «Nessuna predestinazione, ho scoperto che cantavo discretamente sotto la doccia, come capita a tanti. Ma col tempo la cosa s’è fatta seria e ora so che la mia vita sarà il teatro», anche se la concorrenza, come s’è visto nel microcosmo parmigiano, non conosce latitudini.

Ci vuole non solo orecchio

«Se l’opera è all’80 per cento italiana, il canto non è più una nostra esclusiva», conferma Capilupi. Sui cartelloni operistici più importanti vengono ormai piantate bandiere di ogni paese: la Mongolia (il baritono Enkhbat), le isole Samoa (il tenore Pati), l’Egitto (la soprano Said), il Sudafrica (il tenore belcantista Sekgapane). Ma alla fine tutte le strade sembrano portare a quella Silicon Valley della lirica che è la via Emilia, punteggiata da teatri, scuole e accademie ogni 20 chilometri. Una di queste è l’Accademia Verdiana, un corso di alto perfezionamento che il Teatro Regio di Parma organizza da sei anni per non più di 12 giovani cantanti. Per otto mesi e oltre mille ore di studio i “prescelti” vivono in una sorta di ritiro musicale, a stretto contatto con i più grandi interpreti di questo microcosmo. Lezioni collettive: tutti ascoltano tutti. «Qui si studia ogni aspetto della professione», racconta Licia Piermatteo, soprano 27enne, una dei fantastici 12, «dai movimenti scenici e coreografici alle tecniche di recitazione, fino agli approfondimenti storici sull’interpretazione. Eravamo quasi un centinaio di candidati, la competizione era altissima». Amici lo si è diventati solo dopo il verdetto.

Essere ammessi all’Accademia Verdiana, infatti, è un viatico verso la professione, come sta capitando a Carmen Lopez, soprano pugliese, che avrà la parte di Ines nel Trovatore del Festival Verdi di quest’anno, regia di Davide Livermore. Dalla scuola al palcoscenico, il percorso sembra quello dei settori giovanili delle squadre di calcio. Ma per salire sulla giostra delle oltre 780.000 rappresentazioni operistiche che ogni anno si tengono in tutto il mondo (il dato è di Operabase, bibbia degli addetti ai lavori) serve in particolar modo solidità di carattere. E quella non si insegna: «Il lavoro è soprattutto psicologico» conferma la soprano Sara Minieri, allieva 26enne dell’Accademia, «l’ambizione è una cosa, lo sviluppo della voce un’altra. Sono tempi diversi. Certi ruoli non si possono cantare subito. Il rischio è quello di bruciarsi. In un mondo che gira velocissimo, quello dell’opera sembra andare all’opposto. Ma regala soddisfazioni infinite». Aspettare. Rinunciare a tutto per farsi trovare pronti quel giorno, in quel ruolo, in quel teatro, sperando che lo strumento invisibile, annidato nella gola, non faccia scherzi.

Intanto la macchina del Festival Verdi, la più lunga kermesse operistica in Italia con un mese di concerti, opere ed eventi “off” fino al 16 ottobre, si fa sentire ovunque per le strade di Parma, puntuale come un orologio. A ricordarlo, ogni giorno alle 13, c’è un cantante che si affaccia dal Regio per intonare un brano verdiano. I passanti si fermano, incuriositi dalla musica che piove letteralmente dal cielo. Chissà se sanno quanta strada hanno fatto quei ragazzi, per farsi trovare lì.

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