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Los doctores di Calabria

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Reggio calabria. «Sanno anche sistemare gli apparecchi sanitari!». Come quelle Chevrolet di 70 anni fa che ancora girano per l’Avana, ma qui siamo in Calabria: la proverbiale arte cubana di arrangiarsi si applica in ospedale. Davanti a un ecografo con il singhiozzo, il medico arrivato dai Caraibi non si arrende. Lo aggiusta, e si prende i complimenti del presidente della Regione.

Prima erano 51, ora 171, il numero crescerà: sono gli specialisti cubani ingaggiati a sud del Sud, progetto garantito fino al 2025. «Ora altre regioni chiedono informazioni» dice Roberto Occhiuto, Forza Italia, diventato anche commissario straordinario della Sanità. Nato fra le proteste delle corporazioni e la diffidenza di molti cittadini (“ma perché non assumono medici calabresi?” Perché vanno via), l’inserimento dei cubani tocca ora toni da favola. Tutti giustificati, vi sarà capitata un’urgenza. A Locri, per esempio, un anestesista rianimatore fa una manovra salvavita a un bimbo di 4 anni e finisce subito…

Reggio calabria. «Sanno anche sistemare gli apparecchi sanitari!». Come quelle Chevrolet di 70 anni fa che ancora girano per l’Avana, ma qui siamo in Calabria: la proverbiale arte cubana di arrangiarsi si applica in ospedale. Davanti a un ecografo con il singhiozzo, il medico arrivato dai Caraibi non si arrende. Lo aggiusta, e si prende i complimenti del presidente della Regione.

Prima erano 51, ora 171, il numero crescerà: sono gli specialisti cubani ingaggiati a sud del Sud, progetto garantito fino al 2025. «Ora altre regioni chiedono informazioni» dice Roberto Occhiuto, Forza Italia, diventato anche commissario straordinario della Sanità. Nato fra le proteste delle corporazioni e la diffidenza di molti cittadini (“ma perché non assumono medici calabresi?” Perché vanno via), l’inserimento dei cubani tocca ora toni da favola. Tutti giustificati, vi sarà capitata un’urgenza. A Locri, per esempio, un anestesista rianimatore fa una manovra salvavita a un bimbo di 4 anni e finisce subito sui giornali come un eroe. Lui evita le interviste, non vuole essere citato: «Ho fatto solo il mio dovere». Miracolo certificato è quello della radiologa Dayli Ramon, da Matanzas: Tac, risonanza, a Polistena la lista d’attesa è stata azzerata. E così l’hanno mandata a Locri. Al Gom di Reggio, i cinque cubani sono destinati a Pronto Soccorso e rianimazione, chiuso l’Obi (Osservazione breve intensiva) per carenza di personale.

Un ospedale per duecentomila abitanti

Polistena, ospedale-presidio della Piana di Gioia Tauro copre un’area di quasi duecentomila persone: ecco una signora con il femore rotto da Melito, che sta a un’ora e un quarto di ambulanza. Il primario del Pronto soccorso Francesco Moschella dice che i cubani sono ormai in maggioranza: sei contro cinque italiani (organico sulla carta: 15). Eduardo Gongora da Las Tunas resiste sereno al pc del triage: «Calabrese-cubano stesso calore: ho imparato l’italiano con Marco Mengoni, stavo andando in Arabia, e invece eccomi qui».

La direttrice sanitaria Francesca Liotta racconta: «L’urgenza era tale che li abbiamo messi subito nei turni, perfino in rianimazione. Sono dirigenti medici a tutti gli effetti, abbiamo anche confrontato le buste paga». La cittadina, diecimila abitanti, è governata dal Pci, sì proprio dal Partito comunista. Ospita un enorme murale di Gino Strada, un ambulatorio di Emergency, ha fronteggiato le pressioni mafiose sull’ospedale. Normale che intorno ai medici cubani si sia formata una nuvola di simpatia. È arrivata perfino l’ambasciatrice, e al bar non riescono a pagare mai.

«Comunisti? e allora?»

Il presidente Occhiuto ride: «Questa scelta mi ha provocato critiche da tutti i partiti e dagli ordini professionali: io devo solo governare una regione molto complicata, le buone idee non sono di destra né di sinistra, del resto non mi importa nulla. Questi professionisti non hanno rubato un solo posto di lavoro. Hanno uno stipendio lordo di 4.700 euro, vivono in case in affitto, portano indotto e movimento nei piccoli paesi. Spero facciano anche gli straordinari. I medici a gettone, le finte cooperative sono uno scandalo: ci hanno chiesto anche 150 euro l’ora per ognuno, alla fine sono decine di migliaia di euro sottratti all’assistenza pubblica ogni mese. Sulla Salute abbiamo fatto giganteschi errori di programmazione, il ministro competente era sempre considerato di serie B, oggi mancano risorse e riforme, speriamo nei concorsi. L’idea dei cubani? In principio avevo pensato agli albanesi, ma il il premier Edi Rama mi ha detto: in Germania guadagnano molto di più».

Pronto soccorso dell’ospedale di Crotone: organico previsto (compresa medicina d’urgenza): 23, oggi sono 9. Taimi Rivas Sintes da Holguìn, Raiza Delisle Labrada da Santiago, Edilfredo Duran Paumier da Guantanamo sono stati così mandati subito in prima linea. Una lunga esperienza all’estero, hanno lavorato per anni in Venezuela e in Brasile e condividono la stessa impressione: «Sarà un anno interessante. C’è sempre tanta gente in fila per farsi curare, fretta, nervosismo. Spesso i pazienti alzano la voce, non è normale per noi che un medico possa essere insultato o aggredito. E poi ci sono troppi incidenti stradali». In Calabria l’80 per cento degli accessi al Pronto Soccorso è inappropriato, anche perché la medicina territoriale è stata annientata dai tagli dei commissari, dal 2009 in avanti.

Rita Lerose, responsabile del Pronto soccorso di Crotone, spiega che nei primi mesi «i cubani non possono essere lasciati mai soli» per una questione di lingua.

Anna Maria De Bartolo, Università della Calabria, ha coordinato i corsi di italiano. Sistemati a Rende nel campus disegnato da Gregotti, i dottori hanno affrontato un intensivo di 64 ore fatto di terminologia di base, conversazione, test online. «E soprattutto una simulazione del colloquio medico-paziente, che è la parte più delicata. Mai come nella sanità le parole sono importanti». E quindi attenzione al lapsus sciroppo-cerotto, suonano nello stesso modo. «José, spiegami la differenza fra mi fa male e mi sono fatto male». E io ho qualche problema con le acca nei referti, sorride Eri Gongora: «Noi scriviamo hematoma, hemorragia, hospital».

Nell’ostello confiscato

I viali dell’ospedale di Locri sono intitolati ai medici ammazzati. Sedici specialisti cubani sono arrivati nell’antica Epizefiri e hanno confessato una sensazione: ma dove stiamo andando? Per due mesi hanno dormito nell’Eco-ostello del Consorzio Goel, un bene confiscato alla mafia che ospita scuole di tutta Italia insegnando il valore del riuso.

Il gestore Gerardo Niutta ormai ha tanti amici cubani e racconta di come fossero informati prima dell’arrivo: la ‘ndrangheta, le prevedibili fatiche. «La stagione estiva è stata pesante». E nessuna università – forse solo il leggendario linguista Gerhard Rohlfs, che faceva da interprete fra i calabresi di due vallate diverse, avrebbe potuto aiutarli. «Quando arriva un anziano» dice Niutta, «non basta l’italiano, si pone il problema del dialetto. E vengono in soccorso gli infermieri». I medici talvolta colgono la sorpresa nel volto del paziente, non il razzismo: «Aiv’mu i previti furisteri, ora i dutturi, ‘ndi sarbammu ah ah ah». Avevamo già i preti stranieri, ora i dottori, siamo salvi.

Dopo venti giorni di pasta, qualche medico si è affacciato in cucina: «Riso, fagioli, carne di maiale, verza, peperoni crudi: mi sono adeguato anche io» chiude Niutta, raccontando che la passeggiata sul corso di Locri è ormai un rito: e gli ex pazienti si fermano a ringraziare. «Che abbiano dieci, 40 o 90 anni, il loro approccio è lo stesso».

Carioti, una storia da film

Mario Esposito, cardiologo con un nonno italiano, e la moglie Elisabet, oncologa, sono al punto di pronto intervento di Cariati. È il paese dell’ospedale chiuso e poi occupato, una storia diventata il film C’era una volta in Italia, che ha girato col passaparola oltre 150 città.

A San Giovanni in Fiore, in Sila, l’arrivo delle dottoresse Yokohama Almenares Rodriguez e Ismaray Delgado Abreu è stato definito “una boccata d’ossigeno”. Rubens Curia, portavoce di Comunità competente – 95 associazioni impegnate nel sociale – parla invece di «aspirina che abbassa la febbre»: ma di certo questa misura ha impedito la chiusura di reparti e presìdi di montagna. Vibo e Cassano protestano: perché a noi nessuno?

Che strana Sanità, resiste grazie ai medici gettonisti, ai pensionati richiamati in servizio, a questa allegra brigata cubana che porta la salsa e il reggaeton in reparto. La direttrice sanitaria di Polistena ha fatto la notte in rianimazione: «Vorremmo solo che gli utenti capissero come lavoriamo. E mi resta una domanda: quando andranno via loro, come faremo?».

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