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Tim Burton mette in mostra i suoi mostri: “L’arte è come un calzino sporco”

Blue Girl with Wine (1997)

 
Al Museo del Cinema di Torino arrivano le opere del regista già esposte al MoMa di New York e poi in tutto il mondo: «Ci sono cose così intime che all’inizio me ne vergognavo anch’io. Ora non più». Intervista
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Pochi minuti di conversazione con Tim Burton affacciato su Zoom da una stanza sorprendentemente ordinaria – a parte i pupazzetti su un mobiletto al suo fianco – e capisci come mai l’attrice Helena Bonham Carter, sua compagna fino a una decina di anni fa, amava chiamarlo «una casa per le frasi abbandonate». Tutte le frasi che inizia e poi lascia a mezz’aria perché intanto è già passato a raccontare un’altra cosa, sono come un invito a completarle da te, unire i puntini, inseguirlo come Alice nella tana del bianconiglio. Quante volte gli avranno detto che sembra un personaggio dei suoi film? Mi aggiungo anch’io; oggi lo sembra davvero, i capelli sparati in ciocche solitarie, le mani irrequiete.

Il regista di Edward Mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato, 65 anni compiuti da poco, in effetti non è particolarmente bravo con le parole, perché è bravissimo con le immagini. Comunica visualmente, disegna più di quanto non chiacchieri e ha costruito mondi straordinari, mostruosi e teneri …

Pochi minuti di conversazione con Tim Burton affacciato su Zoom da una stanza sorprendentemente ordinaria – a parte i pupazzetti su un mobiletto al suo fianco – e capisci come mai l’attrice Helena Bonham Carter, sua compagna fino a una decina di anni fa, amava chiamarlo «una casa per le frasi abbandonate». Tutte le frasi che inizia e poi lascia a mezz’aria perché intanto è già passato a raccontare un’altra cosa, sono come un invito a completarle da te, unire i puntini, inseguirlo come Alice nella tana del bianconiglio. Quante volte gli avranno detto che sembra un personaggio dei suoi film? Mi aggiungo anch’io; oggi lo sembra davvero, i capelli sparati in ciocche solitarie, le mani irrequiete.

Il regista di Edward Mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato, 65 anni compiuti da poco, in effetti non è particolarmente bravo con le parole, perché è bravissimo con le immagini. Comunica visualmente, disegna più di quanto non chiacchieri e ha costruito mondi straordinari, mostruosi e teneri che dal 2010 sono diventati una mostra che ha viaggiato tanto: Il mondo di Tim Burton, naturalmente.

Tim Burton (Steve Schofeld)

 

L’11 ottobre arriverà in Italia alla Mole Antonelliana di Torino, sede del Museo nazionale del cinema, per restarci sei mesi e calamitare pubblico italiano ed europeo. L’idea originale fu del MoMa di New York, e quando gliela proposero Burton racconta che si sentì felice e perplesso; avrebbe dovuto portare in pubblico i suoi archivi personali di disegni, scarabocchi, storyboard, foto, film in super 8, costumi, modellini, maxi polaroid, tutte cose per lui talmente familiari che gli sembrava di «appendere in un museo i miei calzini sporchi».

Ma poi la mostra ha cominciato a viaggiare: «E a cambiare, questa è la cosa che mi entusiasma. Ogni volta che va da qualche parte, l’ultima è stata Kuala Lumpur, viene riadattata in base al luogo scelto. Per cui non è mai uguale, cambia l’atmosfera, il flusso, la disposizione. Come un set che ogni volta si rinnova».

Si può dire che stanno invecchiando insieme, lui e la sua mostra, cosa che lo fa ridere ma poi torna ai luoghi; a Torino, dice, non c’è mai stato, arriverà qualche giorno prima dell’inaugurazione perché le foto della Mole lo hanno folgorato e vuole vederla con calma. Con i suoi 167 metri di altezza, la curiosa forma piramidale figlia dell’eclettismo di fine Ottocento e i simbolismi esoterici, è un edificio «talmente visionario» sottolinea Domenico De Gaetano, direttore del Museo del cinema, «che potrebbe essere uscito proprio da un film di Tim Burton. Ci siamo interrogati a lungo col presidente del Museo, Enzo Ghigo, su come trasportare il pubblico al centro del suo immaginario come se tutta la Mole non fosse che il suo studio, peraltro riprodotto all’interno a grandezza naturale».

Nello studio

Questo farà impazzire i fan. «Non è niente di speciale», minimizza Burton, che però minimizza un po’ su tutto, «è… quello che è». E che cos’è? «Un tavolo, una sedia da ufficio, un mucchio di roba in giro, bloc notes e pannelli dove appiccico i disegni. È come un set preparato per metterci una figura di cera. Solo che la figura non c’è» (e aggiunge, smozzicato, qualcosa a proposito della possibilità che ci si sieda lui, per fare finta di essere la sua statua di cera). C’è sempre in lui un surreale fondo di black humour. Esplosivo in Beetlejuice, di cui sta completando il sequel, con Winona Ryder e Michael Keaton come 35 anni fa, Jenna Ortega (Mercoledì Addams) e anche Monica Bellucci, attuale compagna del regista, nella parte della moglie dello spiritello porcello (!); lo sciopero di attori e sceneggiatori ha però bloccato le riprese.

La mostra ha anche una sezione sulla connessione tra horror e comicità, con dipinti di clown dagli occhi a palla e bocche da squalo. «Ho sempre pensato che la vita non è mai solo divertente o spaventosa, buffa o triste, ma un miscuglio indistinguibile di cose che magari non dovrebbero stare insieme, ma ci stanno. Non è così per tutti?».

Si entra nelle nove sezioni del Mondo di Tim Burton accolti da una grande spirale rossa che dal pavimento sale per tutta la struttura, e dal gonfiabile alto sei metri di Balloon Boy col capoccione blu rattoppato che riempirà molte stories sui social. I 500 pezzi che vanno dai costumi di The Nightmare Before Christmas alle sculture digitali delle siepi di Edward Mani di forbice a forma di animali fantastici (Burton ha chiesto che siano un cervo e un drago), riassumono perfettamente tanto il visionario eccentrico che il ragazzino alienato cresciuto nella California dei sobborghi dove uno come lui non poteva che sentirsi un disadattato.

Stainboy ©Tim Burton

 

E quindi scappare al cinema a vedere film di mostri con Vincent Price, «per sentirmi sostanzialmente normale». Cosa troverà allora nella testa di Tim Burton chi va a vedere la mostra? «Tutti comunichiamo, e io lo faccio da sempre disegnando. Tengo dei piccoli diari, dove se vedo qualcosa che mi piace, o una faccia che mi colpisce, lo disegno. Mi aiuta a pensare, a centrarmi. E mi calma. Disegnare per me è quasi una forma di meditazione. Niente di straordinario, eh, però mi aiuta nei miei processi mentali».

La storia dice che il padre, giocatore di baseball deluso da quel figlio che esercitava solo i polpastrelli con le matite, avesse fatto murare le finestre della sua cameretta lasciando solo una fessura; il piccolo Tim allora si immaginava come l’eroe di una fiaba gotica sepolto vivo, coltivava le sue fantasie leggendo Poe, studiando i dipinti di Edward Gorey, ascoltando punk: «Da ragazzo andavo ai concerti, e mi piace ancora, la musica che sa essere furiosa. Ero un adolescente timido, silenzioso, da fuori normale, ma con una rabbia dentro che il punk riusciva a soddisfare». Se Tim Burton fosse un disco o una canzone, quale sarebbe? Ci gira intorno, ma non gli viene un nome: «Ricordo però che il primo show che ho visto nella mia vita era Jesus Christ Superstar». Un attimo di pausa (e stupore). «E poi anche Cats, dovevo avere un debole per Andrew Lloyd Webber. Non è molto dark, lo concedo, del resto neppure Burbank dove sono cresciuto si può definire un ambiente gotico, casomai l’opposto, la California con il sole tutto l’anno. Se cresci in un posto simile, ti viene voglia di preferire i mostri».

Untitled (Clown Series) ©Tim Burton

 

A Torino, dove gli verrà consegnata anche la Stella della Mole, terrà un’attesissima masterclass, e potrebbe non essere il solo: gli organizzatori hanno spedito inviti agli attori più fedeli, tra cui Johnny Depp e Helena Bonham Carter, sono in via di definizione gli eventi collaterali, come il party di Halloween alla Mole, e il flashmob ispirato alla serie tv su Mercoledì Addams, presente anche con 15 disegni inediti dalla serie, esposti per la prima volta.

La mostra è come il cinema burtoniano, trasversale, mette in coda il pubblico di massa e il cinefilo. Che potrebbe trovare più interessante di tutto, i materiali dei progetti mai realizzati «che a volte non sono nati per essere fatti, magari sono idee che tornano in superficie dopo anni... Mi piace che si veda il corto circuito tra un’idea grandiosa che rimane solo carta, e lo scarabocchio che si trasforma in qualcosa di grande». Più di tutto, dice, gli piace poter «viaggiare sul crinale tra realtà e fantasia e rimescolarle, come succedeva nelle storie che Edward Bloom raccontava a suo figlio in Big Fish». Prima di andare ci confessa un suo guilty pleasure, qualcosa che si imbarazzerebbe a dire che le piace? «Uh, non so... in fondo potrei dirlo di qualunque cosa».

Sul Venerdì del 15 settembre 2023

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