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Generazione Z: “Non trattateci da ultimi arrivati”

Roma, 3 marzo 2022, corteo di Fridays for Future. Antonio Masiello/Getty Images

 
Li caratterizza la lettera dei “veramente giovani”: sono i nati fra il 1997 e il 2012. Con un’adolescenza segnata da Covid e social, ora una docuserie li racconta. Tra partite Iva, climate change e ribellioni
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D’improvviso, rileggendo Piccole Donne, smetti d’immedesimarti in Jo. Piuttosto, ti rivedi parecchio in zia March. Non c’è da preoccuparsi, è il naturale passaggio all’età adulta. E l’età adulta, oggi, è marchiata da due lettere: la X, per i nati dal 1965 al 1979; e la Y, per chi è venuto al mondo fra i primi anni Ottanta e la fine dei Novanta. La Z, invece, in una società che tende a considerarci giovani tutti, giovani sempre, è la lettera dei veramente giovani. La generazione concepita fra il 1997 e il 2012.

Nativa digitale, preoccupata per il cambiamento climatico, vegetariana, preferibilmente vegana, poco trucco, molta skin care, body positivity, niente tv, niente Facebook, qualche passaggio su Instagram, decisamente meglio TikTok. Foto sfocate, airpods alle orecchie, film in lingua originale, asterischi e schwa. Manifesta per i diritti civili, indaga la propria identità sessuale, va in analisi, e la parola che ha definitivamente sdoganato è fluidità.

D’improvviso, rileggendo Piccole Donne, smetti d’immedesimarti in Jo. Piuttosto, ti rivedi parecchio in zia March. Non c’è da preoccuparsi, è il naturale passaggio all’età adulta. E l’età adulta, oggi, è marchiata da due lettere: la X, per i nati dal 1965 al 1979; e la Y, per chi è venuto al mondo fra i primi anni Ottanta e la fine dei Novanta. La Z, invece, in una società che tende a considerarci giovani tutti, giovani sempre, è la lettera dei veramente giovani. La generazione concepita fra il 1997 e il 2012.

Nativa digitale, preoccupata per il cambiamento climatico, vegetariana, preferibilmente vegana, poco trucco, molta skin care, body positivity, niente tv, niente Facebook, qualche passaggio su Instagram, decisamente meglio TikTok. Foto sfocate, airpods alle orecchie, film in lingua originale, asterischi e schwa. Manifesta per i diritti civili, indaga la propria identità sessuale, va in analisi, e la parola che ha definitivamente sdoganato è fluidità.

Alla Z è dedicata la docuserie Più di chiunque altro: sei puntate da trenta minuti ciascuna – dirette da Flavia Montini e disponibili da martedì su RaiPlay –, che mettono in fila le storie di chi incarna il presente, l’adesso, nell’attimo in cui si sta già facendo futuro.

Perché avere vent’anni o giù di lì, oggi, nel bel mezzo della rivoluzione digitale, significa sperimentare continuamente, in qualsiasi campo. Relazioni assidue, o impalpabili, non per forza convenzionali; mestieri nuovi, start up, partite iva; qualunque informazione e intrattenimento e divertimento a portata di mano, ma anche, ugualmente accessibili, distese sterminate di fragilità e ansie e incertezze.

La rappresentazione di sé da consegnare ai social media, per esempio, che è come dover allevare, vestire, e portare in giro un altro io. E la conta dei like, che è come dover prendere ogni giorno un buon voto. La Generazione Z è quella che ha perso tre anni di scuola, di motorini, e di notti prima degli esami. Quella che vive con il trauma della pandemia appena nascosto sotto al tappeto, e un velo nero sugli occhi per i chiari segni d’insofferenza che il Pianeta sta mostrando.

Madre e figlio

Vittorio Parpaglioni Barbieri, Gen Z doc, autore della serie insieme a Sibilla Barbieri e a Flavia Montini, racconta: «Siamo partiti da un’idea di mia madre Sibilla. Come spesso succede, genitori e figli discutono, litigano, non si capiscono. Lei, perciò, ha pensato di provare a comprendermi, con tutti i mie turbamenti, proponendomi di metterci a scrivere insieme: un soggetto, poi la sceneggiatura. Com’è normale che sia, i nostri punti di vista non sempre hanno coinciso, ma proprio questo ha prodotto un lavoro complesso e approfondito che poi, grazie a Flavia Montini, della generazione di mezzo fra le nostre due, ha trovato l’equilibrio perfetto».

Prosegue Montini: «Inizialmente abbiamo individuato dei macro-temi (la conoscenza, la socialità, la sessualità) in cui sembrava che le caratteristiche dalla Generazione Z fossero più innovative o comunque interessanti. Quindi, c’è stato il casting, condotto attraverso i canali di conoscenze personali, per spaziare nel mondo associativo, dell’informazione, della ricerca. La scelta è infine caduta sulle persone che si sono mostrate più desiderose di raccontarsi, e su quelle storie che, messe insieme, avrebbero restituito un quadro quanto più complesso e sfaccettato, cercando di evitare etichette, cliché e generalizzazioni».

Sara è un’attivista di Fridays For Future, s’ispira all’azione «semplice ma costante» di Greta Thunberg. Giorgio è il miglior laureato del 2021. Il migliore d’Italia, anche se mentre si laureava, sua madre, a Taranto, moriva. Giulio e Federica trascorrono molte ore al giorno in live, dalle loro postazioni da gamer, o content creator di successo. Verdiana insegna italiano alle superiori, ad alunne e alunni di poco più giovani di lei, e per tenere accesa l’attenzione «velocissima ma superficiale» della classe, reinventa metodi e programmi.

Enea studia giurisprudenza a Bologna, ma nel frattempo sta facendo un percorso di transizione di genere. «Cosa avete provato?», domanda a un certo punto ai suoi genitori. E la madre se ne frega dell’inquadratura, si volta verso di lui e gli dice che se lo guarda negli occhi lo riconosce sempre, qualunque corpo o nome abbia. Lucrezia, Miriam e Paola frequentano un laboratorio teatrale che prova a guarirle da autolesionismo, anoressia, bulimia e attacchi di panico.

Mani e Arianna sono sorelle, diversissime e identiche: una, pittrice e scultrice, l’altra, danzatrice dell’Opera di Roma. Ma poi ci sono anche Elena, Federico e altre voci.

Figli dei boomer

«Spesso sono a lieto fine, è vero» dice Montini, «ma sono comunque storie di chi ha affrontato grandissimi ostacoli e difficoltà. Alcuni dei protagonisti hanno attraversato situazioni davvero estreme, e quel tessuto sociale all’apparenza confortevole in cui li troviamo a raccontarsi oggi se lo sono costruito pezzo per pezzo, coraggiosamente e dolorosamente.

Senz’altro la cronaca ci racconta di contesti durissimi in cui i giovani restano vittime di violenze, fisiche e psicologiche. Ma questa serie non vuole essere uno strumento di denuncia, né lo specchio della realtà. Vuole solo che alcuni dei protagonisti possano essere incoraggianti per qualcuno, in un percorso di cambiamento o rinascita».

In fondo noialtri, boomer, X e Y, non abbiamo saputo indicar loro la strada. Spezzando il patto più antico – che prevedeva la consegna nelle mani dei giovani, da parte dei più maturi, di un buon esempio e di un po’ di saggezza – li abbiamo costretti, gli ultimi arrivati, a guardare al coraggio dei loro coetanei, e a trovarla lì, la forza necessaria per non avere paura.

«L’impressione è che nessuno ci abbia fornito le istruzioni per camminare nel buio. Un buio vischioso che però dobbiamo attraversare correndo il rischio di non sapere se al prossimo passo ci sarà o meno il burrone», dice Greta Olivo, autrice di Spilli (Einaudi), in libreria dal 3 ottobre.

Livia, la protagonista Gen Z del romanzo d’esordio di Olivo, va incontro a una precoce cecità, e il buio che l’aspetta è anche quello metaforico e tentacolare che vede all’orizzonte tutta la sua generazione.

Generazione sensoriale e libera. Consapevole, ma incompresa. Responsabile fino all’utopia. Sola.

Sarà per questo che le persone che Più di chiunque altro intervista sono tanto giovani quanto già sorprendentemente dense di passato. Con l’esperienza comune di un punto zero da cui sono ripartite, dopo un crollo; e una lucida e commovente capacità di leggersi dentro, di domandare e dubitare, per provare a conoscersi. Per provare a orientarsi.

Alfabeto digitale

Per Montini: «Nel mettersi in gioco, nel raccontare la propria vita al servizio degli altri, i ragazzi e le ragazze della serie ci offrono un contributo prezioso, da non dare per scontato». E conclude Parpaglioni Barbieri: «Vorrei che Più di chiunque altro fosse un incipit di attenzione verso una generazione che spesso viene giudicata, erroneamente, come svogliata e priva di ambizioni».

N.d.A. Per quanti si lamenteranno di non conoscere alcuni termini contenuti in questo articolo: è un evidente segnale d’allarme! Non siete della Z, d’accordo, ma potete fare una ricerca, provare a capire. Cominciamo da qui.

Sul Venerdì del 22 settembre 2023

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