Scene da un femminicidio psicologico
di Natalia AspesiL'illustrazione di Mojmir Ježek
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Vivo una lenta agonia dal 2015, di distruzione psicologica, fisica ed economica da parte di chi allora, dopo trent’anni di convivenza e venticinque di matrimonio, è uscito di casa minacciando «Porterò te e tuo figlio alla rovina» (peraltro anche suo unico figlio, a mia conoscenza). Dopo violenze varie, incredibili mosse preparate con determinazione e professionalità criminale, questa violenza continua sul piano di inarrestabili denunce e cause legali, tutte incomprensibilmente vittoriose da parte sua, grazie alla complicità di tutti i livelli istituzionali incontrati sul percorso (da avvocati, giudici, magistrati, forze dell’ordine), peraltro la maggior parte donne. Non avrò mai la certezza se la complicità sia stata per corruzione o semplice supporto da parte di parenti in alte cariche della magistratura. Ho sempre affrontato tutto a testa alta, ma ora sono svilita e stremat…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Vivo una lenta agonia dal 2015, di distruzione psicologica, fisica ed economica da parte di chi allora, dopo trent’anni di convivenza e venticinque di matrimonio, è uscito di casa minacciando «Porterò te e tuo figlio alla rovina» (peraltro anche suo unico figlio, a mia conoscenza). Dopo violenze varie, incredibili mosse preparate con determinazione e professionalità criminale, questa violenza continua sul piano di inarrestabili denunce e cause legali, tutte incomprensibilmente vittoriose da parte sua, grazie alla complicità di tutti i livelli istituzionali incontrati sul percorso (da avvocati, giudici, magistrati, forze dell’ordine), peraltro la maggior parte donne. Non avrò mai la certezza se la complicità sia stata per corruzione o semplice supporto da parte di parenti in alte cariche della magistratura. Ho sempre affrontato tutto a testa alta, ma ora sono svilita e stremata da un’ennesima sentenza giudicata da esperti semplicemente “vergognosa”: sono donna, madre, medico e paziente e non riesco più ad essere né donna, né madre, né medico, né paziente. Ho paura. Non posso in questa sede entrare nei dettagli di una lunga storia di sofferenza che talora sembra incredibile persino a me stessa, ma a chi posso urlare un grido, una richiesta di aiuto? Non posso morire senza voce, avendo la certezza che chissà quante altre donne stanno vivendo l’agonia di un femminicidio così sottile. Sono utili solo corpi femminili dilaniati da coltelli o colpi di arma per fare notizia?
Lorella
Le donne hanno imparato a difendersi fuggendo dal prevaricatore, hanno capito che, dopo trent’anni di vita insieme, se non puoi più vivere con lui, se stare con lui è una sofferenza, l’unica liberazione è andarsene e godere delle meraviglie della lontananza. Quello che non è chiaro dalla sua lettera è perché suo marito la perseguita, la chiama in causa, vince le cause, perché lei pensa che ci siano addirittura degli imbrogli nelle sue modeste vittorie in tribunale. Lei è donna, madre, medico e paziente e non riesce più ad esserlo. Io immagino la violenza di quest’uomo, anche se mi chiedo, perché lei affronta questo calvario? È una questione di soldi, è perché lei fa, mi pare, il medico (e paziente?) Perché, mi perdoni, non approfitta della rabbia di quest’uomo per andarsene, scomparire, dimenticarlo, tentare una nuova vita? Suo figlio ormai avrà una età giusta per capire in che situazione si trova sua madre. Lei parla di corpi femminili dilaniati richiamando qui l’orrore dei femminicidi. Ma non pensa di poter vivere senza questa accanita lotta a un uomo che se ne è andato lontano da lei? Quali sono poi le ragioni
di questa lotta in tribunale?