Intervista “privata” a Vasco Rossi: “Vi racconto il mio amore per Laura e la mia famiglia”
di Luca ValtortaVasco Rossi, 71 anni, e Laura Schmidt. Luigi Narici/Agf
Bologna. Avvertenza per i lettori e le lettrici. Quella che vedete nella foto sotto non è casa Rossi. A casa sua e di sua moglie Laura Schmidt, a Bologna, Vasco non ci ha neanche voluto far avvicinare. Lì il lavoro (e questa intervista è lavoro) non entra. Non ci ha mai messo piede neppure la fantastica Tania Sachs, così almeno giura lei, da tanti anni molto più che un’addetta stampa – e prima o poi la scriveremo la sua biografia. Per dire: pare (ma è sempre Tania a dirlo, va a vedere) non ci abbia mai messo piede neppure l’amico di sempre e poi suo manager, Floriano Fini, quello reso immortale da Fegato, fegato spappolato («Fini s’è alzato da poco / e non è ancora sveglio / ed è talmente scazzato che non riesce a parlare nemmeno»).
Alla fine con Vasco ci incontriamo per l’intervista in un caldissimo pomeriggio della settimana scorsa nel suo studio, sempre a Bologna, un ufficio essenziale che non si concede lussi inutili. Come è lui. Insieme a noi c’è tutto il gruppone di Netflix che …
Bologna. Avvertenza per i lettori e le lettrici. Quella che vedete nella foto sotto non è casa Rossi. A casa sua e di sua moglie Laura Schmidt, a Bologna, Vasco non ci ha neanche voluto far avvicinare. Lì il lavoro (e questa intervista è lavoro) non entra. Non ci ha mai messo piede neppure la fantastica Tania Sachs, così almeno giura lei, da tanti anni molto più che un’addetta stampa – e prima o poi la scriveremo la sua biografia. Per dire: pare (ma è sempre Tania a dirlo, va a vedere) non ci abbia mai messo piede neppure l’amico di sempre e poi suo manager, Floriano Fini, quello reso immortale da Fegato, fegato spappolato («Fini s’è alzato da poco / e non è ancora sveglio / ed è talmente scazzato che non riesce a parlare nemmeno»).
Alla fine con Vasco ci incontriamo per l’intervista in un caldissimo pomeriggio della settimana scorsa nel suo studio, sempre a Bologna, un ufficio essenziale che non si concede lussi inutili. Come è lui. Insieme a noi c’è tutto il gruppone di Netflix che ha curato la docuserie in cinque episodi che sarà disponibile in streaming dal 27 settembre. Si intitola Il supervissuto, sottotitolo Voglio una vita come la mia, ed è probabilmente l’opera più completa mai realizzata per raccontare la vita di un personaggio unico, in cui ancora oggi si riconoscono diverse generazioni di italiani. Peraltro è anche l’opera in cui, per la prima volta, parlano la moglie di Vasco e il loro figlio Luca. E dunque, l’accordo con Vasco, con Laura, con Tania e con Netflix è chiaro: stavolta noi vorremmo intervistare, come si dice, non la rockstar ma l’uomo: signor Rossi e famiglia. E visto che non volete farci entrare in casa, e che Laura ha già detto quel che doveva dire nella serie tv, almeno fatevi ritrarre tutti e due insieme per il Venerdì mettendo in piedi una specie di set.
Poi, vabbè, la cosa sfugge un po’ di mano a tutti: Luigi Narici (il fotografo) che impazzisce ad allestire il set (no quel mobile no, sì quel tappeto sì, con le tazze della colazione no, sì con il whisky sì). Vasco che dopo un’intervista di tre ore ci inonda via WhatsApp di foto fatte da lui agli angoli che più ama di quella casa che vorrebbe mantener segreta. E Laura (quella che non voleva più parlare) che ci dice di mandarle comunque delle domande, e che magari poi risponde «con dei vocali» – chissà se arriveranno prima di andare in stampa. Fine della premessa. Intervista.
Partiamo dall’inizio. Come è nato il tuo rapporto con Laura?
«La Laura la conosco dall’estate dell’86 quando Massimino Riva una sera arriva a casa mia a Riccione portando con sé queste tre ragazze molto carine ma completamente fuori di testa, con delle minigonne della madonna. Una di queste quando mi vede mi riconosce: “Ah ma tu sei Vasco Rossi, il cantante”. L’altra pure mi guarda un po’ imbambolata. La terza, che per me era la più carina, comincia ad insultarmi: “Ma chi ti credi di essere? Cosa me ne frega a me se sei un cantante...”. Cose così insomma, quando io non avevo ancora neanche detto niente. A quel punto mi sono girate le scatole, mi sembravano delle matte: “Vabbè io vi saluto, vado a dormire”.Quell’angioletto biondo era la Laura. Ai tempi aveva 17 anni. Ma forse è meglio dire 18».
E fu lì che nacque l’amore?
«Continuavo a pensarci. Sei mesi dopo dico a Massimo, che si era fidanzato con una delle tre, la Valeria: “Perché non inviti quella stronzetta amica sua?”».
Ti ha insultato di nuovo?
«No. Lì è scoccato l’amore, amore totale. E un’attrazione pazzesca a livello sessuale: aveva delle gambe fantastiche. E un culo fantastico – ma oggi mi sa che non si può più dire: ogni volta che si voltava per prendere il vino io restavo lì, allibito. Abitava ancora a Milano».
I suoi genitori, contenti?
«Felici! Una sera la porto a casa alle due di notte in taxi e vedo un signore che si avvicina. Pensavo volesse prendere il taxi e faccio per dirgli che serviva ancora a me, invece incazzatissimo mi fa: “Come ti permetti di portare a casa mia figlia a quest’ora? Non farti più vedere e non chiamarla mai più!”».
E tu?
«L’ho chiamata il giorno dopo. Diciamo che l’ho presa e l’ho portata via. Ti prendo e ti porto via, la canzone, è ispirata da lei, dalla Laura. Dopo poco è venuta a vivere con me qui a Bologna. Mi ricordo che doveva fare l’esame di maturità: aveva il tema. E io la sera prima l’ho portata a Parigi perché facevo un concerto per Sos Racisme».
E la maturità l’ha poi passata?
«Sì, però in condotta le hanno dato sei. Era un po’ vivace (ride)».
Se siete andati a vivere insieme vuol dire che tra di voi c’era qualcosa di importante, a parte il sesso.
«Credo di essermi innamorato così perché lei ha voluto l’uomo, non la rockstar, la persona, non il personaggio. Viveva in un suo mondo, non era neppure una mia fan, non sapeva bene chi ero e anche quando l’ha saputo non gliene fregava mica niente. Ora sì però, le piacciono le mie canzoni».
Rapporto intenso?
«Intensissimo. Ci amavamo, litigavamo, ci menavamo. Ogni tanto facevamo a botte ma era lei che menava più forte. È così ancora oggi, quando la vedo mi mette subito allegria. Poi magari la vorrei strozzare. È come una gatta, di quelle che se ne stanno per conto loro, che se provi a fargli qualcosa, anche di carino, ti tirano fuori gli artigli. Nell’87 l’ho portata con me in tour. Mi ha fatto diventare matto, alla fine le ho dovuto dire che non la volevo lì con me. Ero lì per lavorare, mica in vacanza. Non volevo una Yoko Ono che influenzasse la mia avventura artistica».
E come si è risolto il problema?
«Che lei si è cercata la sua strada: si è iscritta a Scienze politiche, poi faceva la ragazza immagine alle fiere. Finché un giorno la chiamo: “Ma dove sei?”. E lei: “Sssh, devo parlare piano che sono qui in un appostamento”. Era andata da Tom Ponzi e si era messa a fare l’investigatrice privata! L’ho convinta a mollare e allora a quel punto ha deciso che voleva fare la ballerina. E lì ho avuto un’idea: le ho detto che il contratto glielo avrei fatto io, regolare, con stipendio. Poi a poco a poco le cose sono cambiate perché abbiamo deciso di fare un’altra scommessa».
Cioè?
«La cosa più spericolata e trasgressiva per due come noi: quella di mettere su famiglia. Lei voleva un figlio e a quel punto anch’io perché ero stanco di vivere in uno Stupido hotel, come dico in una canzone – le mie canzoni raccontano tutto, anche se magari poi uno ci può vedere dentro quello che vuole: da allora si può dire che tutte le canzoni che ho fatto sono state ispirate dalla Laura. Tranne una».
Ah sì? Quale?
«Laura, quella che dice “Laura aspetta un figlio per Natale/ Laura aspetta un figlio per errore”».
Ma come?
«Guarda, è incredibile lo so, la gente infatti mica ci crede. Eppure non è Laura la protagonista, perché invece Luca, nostro figlio, è stato un figlio desideratissimo. Io non avrei mai pensato di avere figli nella mia vita: e invece prima ne sono venuti fuori due per la provvidenza, Davide e Lorenzo, e a quel punto ne volevo uno con la donna con cui volevo stare. E invece…».
E invece?
«E invece non veniva. Finché siamo andati in un bel posto, mi sembra le Barbados, siamo partiti in due e siamo tornati in tre. La Laura si incazzò moltissimo per quella canzone: “Cosa cavolo hai scritto? Luca non è nato per errore”. Io stesso ero meravigliato per aver scritto quella cosa, ma non potevo far altrimenti: si vede che il nome Laura lo amavo ancora prima di averla conosciuta. L’artista è così. In effetti la Laura della canzone potrebbe essere invece la Gabriella, la mamma di Lorenzo. Mentre invece Gabri non è dedicata a lei… vabbè».
A Luca, oggi ha 32 anni, hai dedicato un’altra canzone, Benvenuto.
«Quando è arrivato è cambiato tutto: mica potevo mettermi ancora a suonare la chitarra alle tre del mattino».
Come hai fatto?
«Ho preso due dei miei collaboratori, Tullio Ferro e Massimo Riva, ho affittato uno studio, e dal lunedì al venerdì continuavamo a fare una vita del tipo “si dorme quando si dorme” e poi sabato e domenica ritornavo in famiglia».
Hai davvero diviso la tua vita in due.
«La mia famiglia vive in un altro mondo, e io ci tengo che possano vivere le loro vite. Una volta, da piccolo, Luca è venuto a un mio concerto e ha sentito tutta la gente che gridava “Vasco, Vasco”. Fu uno shock: “Ma papà è mio!”. Da allora siamo stati molto attenti a tenere ben divisi quei due mondi. Lui in particolar modo a diventare famoso non ci tiene neanche un po’».
Eppure oggi sembra che tutti vogliano solo diventare famosi.
«Magari è bello i primi anni, poi è come una giostra che non si ferma mai. Se non fosse stato per Laura e Luca me ne sarei già andato in un altro Paese, non voglio dire lontano, ma almeno in Svizzera. No, meglio in Olanda (ride)…».
Beh ogni tanto vai a Los Angeles.
«Perché lì posso fare la spesa al supermarket».
Laura ha un sorriso incredibile.
«Quando vado in crisi tendo a trascinare con me la persona che mi sta accanto. Lei invece non mi viene dietro. Ed è la mia àncora».
A un certo punto nella serie dice: “Il peggior difetto di Vasco? Non vuole essere contraddetto per cui… va raggirato!”, e fa un sorriso un po’ diabolico.
«Io sarò anche così, ma lei è specializzata nel dire sempre il contrario di quello che dico io. Se siamo magari fuori a cena con qualcuno facciamo delle figure di merda sempre. Provo a dirle “Ma almeno qualche volta facciamo gioco di squadra”. No, su qualsiasi argomento lei dice il contrario».
E quando c’è stato il Covid?
«Pensavo: “Ci ammazziamo. E invece non ci siamo ammazzati, anzi, in certi momenti è stata davvero dolcissima. Complice anche il fatto, ovviamente, che abbiamo una casa grande: è chiaro che aiuta. Dopo sei, sette anni che vivevamo insieme le ho proposto di fare delle camere separate. Uno se può deve cercare di essere il più libero possibile. A me piace leggere, stare in piedi fino a tardi, cose così. O quando faccio i concerti o le prove magari arrivo alle tre. Quando vuoi fare l’amore invece lo fai, non cambia niente, anzi… Io comunque dovesse finire la storia con la Laura non la sostituirò mai con nessun’altra».
Com’è che alla fine vi siete sposati, ormai più di dieci anni fa?
«Abbiamo fatto un patto di sangue, lo dico scherzando ma è una cosa seria. Quando ero ammalato, abbiamo deciso di sposarci per garantirci un futuro senza problemi burocratici. Non volevamo che il matrimonio fosse il contrario della libertà, dell’essersi scelti. Del resto io non l’ho mai tradita».
Dici davvero?
«Mai. Con la testa mai: secondo me il tradimento è solo quello. Da quando l’ho conosciuta ho amato solo lei. Ci rispettiamo. Non ci controlliamo. Non vado a guardare nella sua borsa. Non vogliamo giocare a poker perché quando poi uno vuole andare a vedere, si sa, può anche perdere. Insieme abbiamo costruito un progetto e insieme lo difendiamo. Anche da noi stessi».
Hai detto più volte anche che avresti voluto studiare psicologia. Sei mai stato in analisi?
«No. Ci dovrei andare infatti, mi sarebbe utile. Io in effetti continuo sempre ad analizzarmi. Comunque psicologia l’ho anche studiata un po’».
Sei un “supervissuto”, come dice il titolo della serie. Ma in che senso?
«Ho avuto dei momenti di crisi tremendi. Non che io oggi voglia morire, però sinceramente ho già vissuto parecchio per i miei gusti e per quello che pensavo. Anche adesso ogni giorno che viene è un giorno in più rispetto a quello che immaginavo. Non pensavo di arrivare a 60 anni, adesso addirittura 70. Ormai potrei andare che son già molto contento (ride): dovesse succedere fate una bella festa, tutti, perché ho fatto una vita della madonna, ho vinto tutte le sfide, ho frequentato tutti i limiti che volevo frequentare. Mi piace frequentare i limiti delle cose».
Dici che la cosa più difficile è stato smettere con le anfetamine.
«Ho dormito per quasi sei mesi, ho passato tutto l’inverno a letto a Zocca, guardando la tv. Mi sono disintossicato, da solo, in casa, ma la dipendenza psicologica è durata anni. Però ci tengo a dire una cosa: io l’eroina non l’ho mai toccata. E infatti sono ancora qua a raccontarlo. Tutti pensano il contrario e io ogni tanto vorrei scriverlo sui social ma poi preferisco evitare il casino, però è così. Non solo non l’ho mai toccata, ma ho sempre detto a tutti i miei amici di non farlo – perché non si può scherzare con quella cosa lì. Massimo (Riva, ndr) finché ha vissuto con me non ne ha mai fatto uso: quando se n’è andato per conto suo ha trovato una specie di corte dei miracoli, degli sfigati di turno. Lì ha iniziato e non ha più smesso. Ai miei figli queste cose gliele ho spiegate bene sempre. Il primo è stato Davide. Quando andavo a Roma e gli facevo il discorso sulle droghe, lui mi guardava e rideva. “Cazzo ridi?”. E lui: “Papà, tu sei Vasco Rossi!”. Ho dovuto combattere anche con l’immagine che aveva di me. Intanto non era vera, e poi proprio perché avendo fatto degli errori a maggior ragione potevo spiegargli meglio di chiunque altro come evitarli. Poi anche Lorenzo, che aveva smesso di andare a scuola. Gli ho detto: “Guarda io sono tuo padre, e ci sarò sempre. Però posso esserci in due modi: orgoglioso e rispettoso di te, oppure, se ti comporti da scemo, il mio rispetto lo perdi. E lui allora se l’è guadagnato: ha fatto due anni in uno, ha preso il diploma e si è persino laureato. Oggi ha due figlie bellissime e una moglie in gamba».
Luca nella serie dice: “Cazzo, alla fine siamo riusciti bene tutti e tre”. Non era scontato che i tuoi figli fossero in buoni rapporti. Lui cosa fa?
«Ha sempre amato disegnare: ha studiato prima a Milano e poi all’Art Center College di Los Angeles dove doveva studiare come un matto. Sono molto contento che non abbia mai voluto fare il cantante».
Oggi com’è una giornata tipo del signor Rossi?
«Mi sveglio la mattina alle 9, faccio colazione e poi due ore di palestra o allenamento. Mi piace la cyclette perché pedalo leggendo, magari certi libri che alla sera non capisco tanto, mentre al mattino si capisce tutto. Poi faccio stretching. E ora ho inserito anche venti minuti di meditazione. Ho letto questo Jon Kabat-Zinn, un suo libro che si intitola Riprendere i sensi, mi sembrava una roba da fricchettoni e poi invece quando ho cominciato a leggerlo mi ha veramente incuriosito perché i suoi erano consigli pratici. E così ho iniziato a fare questa meditazione basata sulla respirazione prima dei concerti. Anche se non la capivo, mi aiutava perché concentrandomi sul respiro non pensavo alla paura di salire sul palco. Non sono buddhista, ma questa cosa dello spegnersi del pensiero mi affascina. Un po’ l’avevo scritta in Buoni o cattivi: “Si può spegnere ogni tanto il pensiero/ smettere almeno di crederci per davvero”. Dopo l’attività fisica leggo fino all’una e mezza, pranzo, e poi vengo qui in studio a lavorare a vari progetti che ho in ballo. Torno a casa e ridivento il signor Rossi. Insomma una vita un po’ strana. Per questo se capita che vado fuori non so mai bene come comportarmi o cosa dire, perché non sono abituato a frequentare la gente».
Niente vita mondana: tua moglie non si lamenta?
«Lei è un orso peggio di me. Anche a casa non entra nessuno, mica solo il Venerdì! Invito un paio di amici a cena: dopo il primo lei aveva preparato dei bastoncini Findus. E non avevano ancora finito di mangiare che era già di là a preparare il caffè. Li voleva mandare a casa! (ride). Perciò di solito gli unici che vengono ogni tanto sono i parenti».
Cosa stai leggendo adesso?
«Libri di buddhismo, perché lo voglio capire. Ho iniziato con un saggio storico, Il buddhismo di Alan Watts, e poi ho letto La pratica della consapevolezza di Henepola Gunaratana e Il miracolo della presenza mentale di Thich Nhat Han. Sempre suo ora sto leggendo Il sole, il mio cuore».
Thich Nath Han è stato uno dei più grandi maestri di buddhismo Zen. Nella serie Netflix ci sarà anche una nuova canzone, la prima che fai da due anni quasi, intitolata Gli sbagli che fai. Si ascolterà nei titoli di coda. Dice: “Ho passato una sera con me/ ed è stato davvero incredibile (…)/ Ne ho trovati a dir vero due o tre/ di individui davvero simpatici/ ed ognuno parlava da solo dentro di me/ Sempre a correre correre/ Scappando da che/ Poi a chiedersi chiedersi sempre il perché/ Per accorgersi poi che alla fine/ Non sempre c’è”. Sembra una vera meditazione zen tra fuga dal samsara e ricerca del nirvana…
«Non lo sanno gli uomini a cosa corrono dietro, passano il tempo a farsi domande e a chiedersi il perché. Ma questo perché, poi, ci sarà davvero?».
Sembra che non ci sia un perché neppure in tante cose che succedono oggi in Italia o nel mondo no?
«Guardavo dei documentari su Mussolini e mi chiedevo: ma come facevano a credere a uno del genere? Però anche allora c’erano quelli che si rendevano conto che era un balordo. Ma erano pochi. Stessa cosa oggi. E, ti dico, non credevo di arrivare a vivere un’esperienza del genere. Non è fascismo quello di oggi, è il nuovo, è fascismo 2.0. Oggi sono tutti innamorati della Meloni, quasi lo sono anch’io (ride). Come diceva Gadda, ai tempi tutte le Vispe Terese erano innamorate di Mussolini. Insomma non impariamo mai».
E dopo tutto quello che abbiamo visto nella Seconda guerra mondiale ci troviamo di fronte anche a una cosa terribile come la guerra tra Russia e Ucraina. Cosa ne pensi?
«Sinceramente non pensavo che andasse così tutto a rovescio. Questa guerra qua di Putin è incomprensibile. È un fuori di testa che è tornato a portarci sull’orlo del disastro epocale: è partito dicendo che se qualcuno impediva la conquista dell’Ucraina avrebbe lanciato dei missili nucleari. Non credevo che oggi ci fosse uno che potesse dire cose del genere dopo aver visto Hiroshima e nel bel mezzo di un altro problema gigantesco come il cambiamento climatico. Sono molto preoccupato, come tutti credo, o quasi».
Nei tuoi concerti a un certo punto inizi a gridare una cosa come “Fanculo la guerra”. Sei stato praticamente l’unico, insieme forse ai Maneskin. A proposito li hai poi incontrati? So che ti piacevano… Il New York Times ha scritto che stanno insegnando il rock agli americani che se lo erano dimenticato.
«È vero, ormai era quasi tutto rap. Loro sono bravi, belli, bella lei...».
Sui social si sono lamentati perché sotto una foto di Victoria hai scritto “Slurp”.
«Abbiamo appena fatto una maglietta con scritto “Slurp” (ride). L’ho anche messa all’ultimo concerto perché è troppo bella!».
Qualche vizio ce l’hai ancora allora.
«Diciamo che per adesso ho smesso di fumare: gli altri vizi li tengo tutti sotto controllo».
Sul Venerdì del 22 settembre 2023