Elezioni Usa, chi sono gli otto piccoli indiani che sfidano Trump
di Anna LombardiI candidati alla nomination repubblicana al primo dibattito, organizzato da Fox News il 23 agosto. Da sinistra, Asa Hutchinson, Chris Christie, Mike Pence, Ron DeSantis, Vivek Ramaswamy, Nikki Haley, Tim Scott, Doug Burgum. Drago/Bloomberg via Getty Images
New York. Sì, otto piccoli indiani: sono gli aspiranti candidati alla nomination repubblicana che, come i protagonisti del romanzo di Agatha Christie, già si lanciano coltelli nella speranza di essere il prescelto o la prescelta. Colui che avrebbe aspirato ad essere il nono della lista, l’ex deputato del Texas e un tempo agente della Cia Will Hurd, è già fuori gioco, il suo gradimento fermo allo 0,3 per cento. A fine agosto, altri otto si sono vicendevolmente pugnalati a favor di telecamere sul palco del primo dibattito repubblicano: speranzosi di competere con Donald Trump nelle primarie del partito.
E pazienza se l’ex presidente a caccia di un nuovo mandato li ha già bollati come «otto nani» (forte del 55 per cento dei consensi nei sondaggi, il gigante, manco a dirlo, è lui), dicendosi certo che, proprio come nel celebre giallo, alla fine «non ne rimarrà nessuno». A fine agosto li ha snobbati: «Traditori con cui non perdo tempo», ha detto, disertando il dibattito organizzato a Milwa…
New York. Sì, otto piccoli indiani: sono gli aspiranti candidati alla nomination repubblicana che, come i protagonisti del romanzo di Agatha Christie, già si lanciano coltelli nella speranza di essere il prescelto o la prescelta. Colui che avrebbe aspirato ad essere il nono della lista, l’ex deputato del Texas e un tempo agente della Cia Will Hurd, è già fuori gioco, il suo gradimento fermo allo 0,3 per cento. A fine agosto, altri otto si sono vicendevolmente pugnalati a favor di telecamere sul palco del primo dibattito repubblicano: speranzosi di competere con Donald Trump nelle primarie del partito.
E pazienza se l’ex presidente a caccia di un nuovo mandato li ha già bollati come «otto nani» (forte del 55 per cento dei consensi nei sondaggi, il gigante, manco a dirlo, è lui), dicendosi certo che, proprio come nel celebre giallo, alla fine «non ne rimarrà nessuno». A fine agosto li ha snobbati: «Traditori con cui non perdo tempo», ha detto, disertando il dibattito organizzato a Milwaukee, voltando le spalle pure a Fox News, la rete conservatrice che lo organizzava, un tempo sua cruciale alleata e concedendo invece una provocatoria intervista – trasmessa in contemporanea su X, l’ex Twitter – a quel Tucker Carlson, anche lui in guerra con il canale di cui a lungo è stato conduttore di punta.
Il secondo match è alle porte: si terrà il prossimo 27 settembre alla Ronald Reagan Presidential Library di Simi Valley, California, trasmesso da Fox Business e Univision. E c’è da giurarci, il tycoon diserterà anche quello. Fino all’ultimo, d’altronde, non sapremo chi salirà sul podio. Almeno due degli otto presenti a Milwaukee non hanno ancora raggiunto il 3 per cento in almeno due sondaggi nazionali necessario a qualificarsi per il confronto (al primo bastava l’1 per cento). Il governatore del Nord Dakota Doug Burgum e l’ex governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson, entrambi crollati sotto l’1 per cento, potrebbero esserne esclusi. Gli altri sei sono certi. Piccoli indiani pronti a darsele di santa ragione all’ombra dell’Elefante nella stanza, quel Trump che pure hanno promesso tutti (tranne uno) di appoggiare in caso riesca a vincere ancora.
RON DESANTIS
L’italo-americano governatore della Florida, 45 anni, nel 2022 fu l’unico repubblicano a vincere con margini amplissimi nelle elezioni di mid-term. Conservatore, antiabortista, anti Lgbtq+ e pro-armi, sembrò all’establishment il più adatto a sfidare lo scomodo ex presidente di cui pure era stato fedelissimo. Nonostante la pioggia di donazioni è però sempre rimasto secondo nei sondaggi. Poco carismatico e così estremista da essersi imbarcato in una complicata faida con la Disney a causa delle politiche d’inclusione del gruppo e aver imposto perfino l’insegnamento dei «lati positivi della schiavitù», nel corso del primo dibattito ha sfoggiato un mix di competenza e cautela che gli ha permesso di tenere botta, ma non di sfondare proprio quando aveva bisogno di attirare nuovi potenziali elettori, uscendone di fatto sconfitto: il suo gradimento sceso dal 15,1 al 14.
VIVEK RAMASWAMY
A cavarsela bene, salendo dal 6 al 7 per cento, terzo nella gara, è stato a sorpresa il 38enne ricco imprenditore di origine indiana (nato a Cincinnati, Ohio, da una famiglia indù) specializzato in prodotti bio-tech. Neofita della politica, ammiratore di Trump, ha sfoggiato posizioni populiste di destra, convinto che i cambiamenti climatici siano «una bufala» e ribadito le sue affermazioni «anti-woke» (parola d’ordine del movimento antirazzista Black Lives Matter usata per indicare una sorta di stato di “consapevolezza” di fronte a problemi sociali come razzismo e disuguaglianze). È stato il punchball dell’intero dibattito, attaccato da tutti gli altri. Schiettezza e capacità d’incassare e reagire hanno fatto breccia. Simile a Trump nel 2016, si presenta come un non corrotto dal potere. Ma le sue posizioni sull’Ucraina («dovrebbe cedere le regioni orientali alla Russia»,) hanno permesso alla sua più diretta rivale, Nikki Haley, di assestargli un sonoro schiaffone: «Non ha esperienza in politica estera e si vede».
NIKKI HALEY
Se l’è cavata bene pure Nimrata Randhawa detta Nikki (Haley è il cognome del marito) nata a Bamberg, Carolina del Sud, 51 anni fa in una famiglia indo-americana sikh. Già governatrice del suo Stato, ambasciatrice Usa all’Onu durante la presidenza Trump, è l’unica donna in gara. Finora poco considerata, è quella che più è salita nei sondaggi dopo il primo dibattito, passata dal 3,9 al 6 grazie al suo pragmatismo su temi cruciali come i cambiamenti climatici e l’aborto, che tanto peserà sulla campagna elettorale («Lavoriamo su proposte che abbiano ampio consenso: vietiamo l’aborto tardivo e incoraggiamo contraccezione, adozioni e obiezione di coscienza. Non incarceriamo le donne che vi ricorrono»). Efficace pure la campagna anti-gerontocrazia: chiede un «test cognitivo per i politici over 75». Secondo un sondaggio di Cnn è il candidato che più metterebbe in difficoltà Joe Biden. Argomento che userà al prossimo dibattito ma che difficilmente convincerà gli elettori delle primarie.
MIKE PENCE
Ex governatore dell’Indiana poi vice di Trump alla Casa Bianca, ha cambiato radicalmente atteggiamento dopo l’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Oggi è uno dei testimoni chiave dell’inchiesta che ha portato ad una delle quattro incriminazioni che pesano sull’ex presidente. Veterano della politica, 64 anni, finora affronta una campagna difficile, odiato com’è dalla base trumpiana. A Milwaukee si è mostrato combattivo, attaccando l’inesperienza di Ramaswamy («Non è il momento per la formazione sul posto di lavoro») e ribadendo posizioni antiabortiste che potrebbero non funzionare alle elezioni generali ma fanno presa sulla base evangelica che vota alle primarie. Interrogato sul perché ha voltato le spalle a Trump, ha detto di aver «messo la Costituzione al primo posto» costringendo i rivali a riconoscerne l’onestà. Ha il 5 per cento.
CHRIS CHRISTIE
L’ex governatore del New Jersey nel 2016 era parte del “cerchio magico” di Donald Trump, considerato uno dei principali fautori della sconfitta di Hillary Clinton: proprio lui la “interpretò” nelle simulazioni dei dibatti televisivi per allenare il tycoon a reagire agli affondi. Oggi è uno dei suoi critici più aggressivi, l’unico sul palco di Milwaukee a non alzare la mano per promettere futuro appoggio all’ex presidente in caso di nomination. Posizioni poco gradite alla base repubblicana, che nel corso del dibattito lo ha fischiato più volte. Ha messo a segno un efficace affondo, affermando che il rivale Ramaswamy «è un neofita che parla come ChatGpt». Senza però ingraziarsi il pubblico. Resta comunque in pista, passato dal 2,1 al 3,2 per cento.
TIM SCOTT
Il senatore afroamericano della Carolina del Sud, 58 anni, fatica a emergere come “l’Obama conservatore”: il suo gradimento sfiora il 3 per cento. Un palco più vuoto può però giocare a suo favore, perché concentrerebbe l’attenzione sulla sua vicenda personale. Suo nonno era un raccoglitore di cotone analfabeta, i genitori erano poverissimi. È stato un negoziante, John Moniz, a farlo studiare. Per lui l’America è la «terra delle opportunità» e per dimostrarlo porta ad esempio la sua storia, che usa per sostenere l’infondatezza del «razzismo sistematico». Accusa gli afroamericani che votano democratico di vittimismo e disfattismo. Non dimentica però il colore della sua pelle. Ha tentato di fare una lezione sul suprematismo bianco a Trump, sostenuto la legge che ha reso il linciaggio reato federale e attaccato il governatore della Florida per la questione degli «aspetti positivi della schiavitù» .
Sul Venerdì del 22 settembre 2022