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Vincenzo Salemme: il Natale di Eduardo è una carezza in questi tempi bui

Eduardo De Filippo e un giovane Vincenzo Salemme a fine anni Settanta sulla scena del Cilindro

 
Allievo del drammaturgo napoletano, l’attore porta per la prima volta in scena la straordinaria Casa Cupiello. «Conobbi De Filippo proprio mentre recitava nella stessa opera. Mi fece lavorare con lui perché ero troppo magro»
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ROMA. Più che un coup de théâtre è un colpo della strega. Peraltro nella più limpida allegoria metateatrale. Il celebre capocomico costretto ai farmaci e al divano proprio al debutto delle prove di una messinscena tanto attesa, a poco più di un mese da un altro debutto, quello vero e proprio con il pubblico in sala.

Così, in piena antitesi stagionale, nel bel mezzo di un pomeriggio da estate infinita, il ritorno del Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo sembra restare ancorato, anche se soltanto per pochi giorni, alle mura domestiche di colui che ne ha ora progettato la nuova edizione e che si consolida fra i più apprezzati eredi dell’attore-drammaturgo napoletano del Novecento. E in quest’assolato attico romano, sopportando una fitta e l’altra alla schiena, l’opera che persino Roberto Rossellini e Laurence Olivier pensarono di replicare trascolora, fra continue acrobazie ed emozioni della memoria, in un ipersolare Natale in casa Salemme.

ROMA. Più che un coup de théâtre è un colpo della strega. Peraltro nella più limpida allegoria metateatrale. Il celebre capocomico costretto ai farmaci e al divano proprio al debutto delle prove di una messinscena tanto attesa, a poco più di un mese da un altro debutto, quello vero e proprio con il pubblico in sala.

Così, in piena antitesi stagionale, nel bel mezzo di un pomeriggio da estate infinita, il ritorno del Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo sembra restare ancorato, anche se soltanto per pochi giorni, alle mura domestiche di colui che ne ha ora progettato la nuova edizione e che si consolida fra i più apprezzati eredi dell’attore-drammaturgo napoletano del Novecento. E in quest’assolato attico romano, sopportando una fitta e l’altra alla schiena, l’opera che persino Roberto Rossellini e Laurence Olivier pensarono di replicare trascolora, fra continue acrobazie ed emozioni della memoria, in un ipersolare Natale in casa Salemme.

Lui è Vincenzo, 64 anni, alla voce di Wikipedia etichettato come “attore, drammaturgo, comico, regista e sceneggiatore” – «ma fin da giovanissimo mi sono sentito regista», precisa – una ricca produzione fra teatro, cinema e televisione, spettacoli “alti” e “meno alti”. Dicotomia quest’ultima che lui però rifugge, e non è facile dargliene torto se, mentre continuiamo a scorrere internet, lo ritroviamo impegnato di volta in volta con Mario Martone e Nanni Moretti, Glauco Mauri e Giuseppe Tornatore. Premiato dagli spettatori, dagli impresari teatrali e dai produttori cinematografici. Ma soprattutto battezzato da Eduardo.

«Ero diciannovenne» racconta, «un amico mi disse che il grande De Filippo aveva bisogno di comparse per l’opera Quei figuri di tanti anni fa. Il maestro, ’o direttore, come era solito appellarlo chi lavorava con lui, stava registrando in quel momento per la tv proprio Natale in casa Cupiello. Lo incontrai nel ’77 durante una sua pausa a Cinecittà, era per l’appunto in pigiama, ricordo ancora il profumo».

Quale profumo?
«Di borotalco. Doveva avere problemi di fragilità alla pelle. Si raccomandò che gli stringessi piano la mano».

E quindi?
«Gli riferirono che volevo mettere piede sulla scena. Rammento che mi fissò. Senza parlare. Successivamente mi raccontarono che cosa disse ai suoi collaboratori». Pausa. «Disse che ero troppo magro, che sembravo uno che non mangiava da giorni, che mi avrebbero dovuto far pronunciare almeno una battuta, così da potermi scritturare per guadagnare qualcosa».

Detta così, Salemme, pare che debba la sua fortuna professionale soltanto alla magrezza. Eppure, per chi ricorda i suoi esordi nella compagnia con De Filippo, sembra che Eduardo vedesse in lei una sorta di pupillo. E che apprezzasse la sua capacità di scandire i tempi della recitazione.
«Mi sembra troppo, non mi sento di dirlo io. È vero, però, che una volta mi elogiò pubblicamente; e dopo che pronunciai bene una battuta, chiese: “Saresti capace di ripeterla allo stesso modo?”. Questo perché non sempre gli attori riescono a replicarsi».

E nell’occasione come andò?
«Bene. Tanto che disse davanti alla compagnia: “Avete visto come ha studiato?”. E rivolto a me: “A te non devo domandare altro”. Però, va ricordato, mi cazziava anche».

Per esempio?
«Una sera, durante lo spettacolo, dovevo infilargli il cappello in modo leggermente inclinato, “sulle ventitré”. Mi sussurrò: “Non è messo bene”. Il giorno dopo, stessa dinamica. Tanto che per reazione lanciò il copricapo sul palco».

E lei?
«Ero un po’ matto, avevo carattere. Lo raccolsi e, sempre davanti agli spettatori, glielo ricollocai con forza in testa. “Così mi fai male”, protestò a bassa voce».

Come finì?
«A rappresentazione conclusa convocò tutta la compagnia. Pensai: mi licenzia. E sarebbe stato anche normale. Invece prese il cappello e volle dimostrarmi come farlo calzare. Provò con il direttore di scena, con il figlio Luca. Non ci riusciva. Poi lo rivoltò e scrutò al suo interno. Si era staccato qualcosa, non era possibile indossarlo alla perfezione. “Aveva ragione ’o guaglione”, disse riferendosi a me».

Insomma, da un rimprovero a un altro apprezzamento.
«In effetti quella volta guadagnai qualche punto ai suoi occhi. In precedenza ci fu Pupella Maggio che fece notare ad Eduardo come recitavo una semplice battuta. “Perché non fai fare a questo giovane il provino per Il cilindro?”. Alla fine andò bene anche quello».

Ma visto un legame tanto stretto, viene da domandarsi come mai si sia deciso soltanto adesso a rappresentare un’opera del suo maestro. Che poi, a pensarci, è la prima volta in quarantasei anni di attività che lei mette in scena una commedia non sua. Forse, semplicemente, perché ora si avvicina la ricorrenza dei quattro decenni della morte di Eduardo?
«Sono le cose della vita, non c’è sempre un preciso perché. Ho fatto tanto teatro scritto da me che ora m’è venuta voglia di pronunciare parole firmate da altri. Dopo aver lavorato a lungo con Eduardo, ho sentito il bisogno di fargli un omaggio, mi mancano tanto lui e il figlio Luca. Ero però indeciso, pensavo anche a Sabato, domenica e lunedì, altra commedia che si contende la mia preferenza. Però quella che ho scelto mi sembra la più significativa – se rifletto sul periodo in cui viviamo».

Perché, quale idea ha di questo periodo?
«Vedo che la società accusa grandi difficoltà. Non dico tanto nel rimanere ordinata. Mi riferisco più al fatto che in giro avverto molto smarrimento, da un punto di vista sociale e politico. Natale in casa Cupiello può essere quindi una carezza al pubblico. E poi... poi ho in mente anche un film».

Un film?
«Sì, che cominci proprio quel giorno a Cinecittà, con Eduardo in pigiama, e si concluda ad Orvieto, dove il prossimo 21 ottobre andrà in scena la prima del mio Natale. Ci terrei proprio. Anche al film».

Eduardo scrisse la sua celebrata piece in tre momenti diversi. Inizialmente era un atto unico, quello che adesso viene rappresentato come secondo. Successivamente compose l’attuale primo atto e, in ultimo, il terzo. Oggi si direbbe che, dopo il successo inziale, realizzò il prequel e il sequel. Lui parlò di «un parto trigemino di una gravidanza durata quattro anni». Ma limò il tutto per più tempo ancora.
In sintesi, ricordiamo, si narra la storia di un pranzo di Natale in cui irrompe il dramma della gelosia. Protagonista è Luca Cupiello, il capofamiglia, un uomo puro e semplice, ingenuo (forse soltanto apparentemente) ma ossessionato dalla realizzazione del presepe: solo tra le statuette sente di trovarsi bene, in un mondo di ordine e magia, di passato e tradizione. Quella tradizione che, sotto i suoi occhi, va frantumandosi con la crisi della propria famiglia. E del nucleo borghese in genere. Come scrisse la storica del teatro Franca Angelini, sulla scena sono rappresentate due famiglie: la sacra del presepe e la profana dei personaggi.

È un’opera che le appare sempre attuale?
«Eccome, se andiamo a vedere ci sono ancora oggi molti uomini che hanno paura dei cambiamenti».

E lei, a proposito di cambiamenti, che cosa farà: con la sua regia intende seguire fedelmente il testo eduardiano?
«Il testo sì, lo rispetterò, anche se penso di far cominciare la vicenda il 24 dicembre mattina anziché il 23. Farò poi un solo intervallo, sebbene siano ormai dodici anni che i miei spettacoli non hanno interruzioni. Mi sono accorto che per il pubblico è meglio, per diversi motivi. Se vogliamo, aspetto non trascurabile, anche soltanto per l’afflusso alle toilette, considerando che si viene precedentemente avvisati. Tanto che così facendo si creano meno code. E poi...».

Poi?
«Altra novità è che ci saranno, diciamo, intermezzi musicali. Firmati da Nicola Piovani».

Sempre Wikipedia annota che anche lei ha scritto canzoni. Due. Una intitolata ’E femmene.
«Certo». Altra pausa. Quindi a voce leggermente più alta: «Alexa,’E femmene di Vincenzo Salemme!». Musica, maestro.

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