“Io capitano” visto al cinema con i migranti
dal nostro inviato Michele GravinoMamadou Pli con l’attivista Federica Crovella porta il manifesto di Io capitano nella sede del Movimento migranti e rifugiati di Caserta (Luigi Narici/Agf)
Marcianise (Caserta). Racconta Mamadou che una volta si è perso nel deserto. Era stanco, aveva i piedi piagati e infuocati, e non riusciva più a tenere il passo della carovana con cui stava tentando la traversata verso la Libia, tappa obbligata fino alla destinazione finale, l’Europa. Racconta di aver cercato rifugio in una grotta: ci è rimasto due giorni, sicuro che alla fine sarebbe morto lì. Per qualche ora si è anche addormentato e ha fatto un sogno, e ricorda che la cosa l’ha un po’ indispettito perché quando sei esausto sognare stanca ancora di più. Ma nel sogno «qualcuno» gli ha detto di andare avanti perché avrebbe trovato dell’acqua. Lui si è riscosso e ha deciso di continuare. È uscito dalla grotta e dopo un po’ ha davvero trovato una pozza d’acqua: era sporca, ma l’ha bevuta lo stesso. Ha ripreso a camminare e ha incontrato altri tre migranti dispersi nel deserto con cui ha potuto proseguire. Per questo, spiega, non c’è proprio nulla di strano o di stereotipato nelle s…
Marcianise (Caserta). Racconta Mamadou che una volta si è perso nel deserto. Era stanco, aveva i piedi piagati e infuocati, e non riusciva più a tenere il passo della carovana con cui stava tentando la traversata verso la Libia, tappa obbligata fino alla destinazione finale, l’Europa. Racconta di aver cercato rifugio in una grotta: ci è rimasto due giorni, sicuro che alla fine sarebbe morto lì. Per qualche ora si è anche addormentato e ha fatto un sogno, e ricorda che la cosa l’ha un po’ indispettito perché quando sei esausto sognare stanca ancora di più. Ma nel sogno «qualcuno» gli ha detto di andare avanti perché avrebbe trovato dell’acqua. Lui si è riscosso e ha deciso di continuare. È uscito dalla grotta e dopo un po’ ha davvero trovato una pozza d’acqua: era sporca, ma l’ha bevuta lo stesso. Ha ripreso a camminare e ha incontrato altri tre migranti dispersi nel deserto con cui ha potuto proseguire. Per questo, spiega, non c’è proprio nulla di strano o di stereotipato nelle scene oniriche che Matteo Garrone ha voluto inserire nel suo Io capitano, il “realismo magico” di cui hanno parlato molti critici: per un africano, assicura, il sogno è prezioso, è profondo, è in sogno che capisci che cosa è successo davvero. Che poi è quello che diceva anche un viennese come Freud.
Quarant’anni, originario della Costa d’Avorio, studi di linguistica, Mamadou Kouassi Pli Adama (ma tutti lo chiamano solo Mamadou, che tra l’altro nel suo caso è un cognome) è uno dei migranti che hanno ispirato il film che rappresenterà l’Italia al prossimo premio Oscar. La prima parte di Io capitano ricalca – riscritta dagli sceneggiatori mescolandola con tante altre – la sua storia: anche Mamadou è partito all’improvviso, senza avvisare nessuno, con un cugino che poi ha perso nel deserto e ritrovato in Libia (nel film sono interpretati da Seydou Sarr e Moustapha Fall, e vengono invece dal Senegal); anche lui è stato rapito dagli Asma Boys, i predoni libici, che l’hanno torturato perché contattasse la sua famiglia per chiedere un riscatto (Mamadou alza la maglietta per mostrare i segni di una coltellata); anche lui ha potuto contare sulla protezione di un prigioniero più anziano, che l’ha preso con sé quando un mediatore è venuto a comprare schiavi (come altro chiamarli?). Mamadou è poi riuscito a proseguire per Tripoli, a imbarcarsi e ad arrivare a Lampedusa. Suo cugino Emmanuel è arrivato con un altro barcone, «ma poi purtroppo è morto in Italia anni dopo».
A sinistra, Mustapha Fall e Seydou Sarr, i due cugini del film. A destra, Mamadou (a sinistra) con il cugino Emmanuel Kouame: alla loro storia è in parte ispirato Io capitano (Greta De Lazzaris)
Nel film le vicende del protagonista seguono anche un’altra traccia: la storia di Fofana Amara, un ragazzo partito dalla Guinea e arrivato in Libia attraverso la stessa trafila. Non aveva i soldi per pagarsi la traversata, e allora i trafficanti gli hanno proposto di trasportarlo gratis purché fosse lui a pilotare il barcone verso le coste italiane. Aveva solo 15 anni e non aveva mai preso un timone in mano in vita sua, ci racconta al telefono da Liegi. Ma come il protagonista del film è riuscito a traghettare 250 persone fino alla salvezza, arrivata sotto forma di una nave della guardia costiera. Alla fine del viaggio tutti lo chiamavano “Capitano”, con gratitudine e commozione.
A sinistra Seydou, l’attore che interpreta il “capitano” del film. A destra, Fofana Amara: fu davvero costretto dai trafficanti a pilotare la barca. Aveva 15 anni, vive a Liegi
Tutto esaurito
Quello che nel film non si vede,per scelta degli autori, è il seguito: Fofana venne arrestato con l’accusa di traffico di clandestini. «Ma un vero trafficante non correrebbe mai il rischio di affrontare la traversata!» spiega lui oggi. È stato un mese in prigione, poi un avvocato riuscì a dimostrarne l’età e a ottenere la messa alla prova, una misura alternativa al processo. Accolto in una comunità, Fofana ha potuto anche studiare all’Istituto nautico di Catania e a prendere un diploma di skipper. Insomma ha imparato a navigare davvero. Si è poi trasferito in Belgio per amore, ma non è potuto venire in Italia per partecipare al lancio del film: «Lo vedrò tutto quando arriverà al festival di Gand».
Mamadou sta invece accompagnando regista e attori nel tour di presentazioni: è stato al Festival di Venezia, in tv, persino in udienza da papa Francesco. Stasera però c’è un appuntamento speciale: la proiezione a Caserta, dove lui lavora e abita con la compagna Maria Rita Cardillo e i loro due bambini.
Da anni la città non ha più un cinema. Per buona parte di una delle province più estese e popolose del Sud, l’unica multisala regolarmente funzionante è il Cinepolis, che si trova all’interno dello sterminato centro commerciale Campania: novantacinquemila metri quadri nel comune di Marcianise, all’uscita Caserta Sud dell’A1, 180 negozi, 25 ristoranti, enormi parcheggi battuti a tutte le ore da clienti disorientati che vagano telecomando alla mano alla ricerca della propria auto mimetizzata tra altre centinaia. La presentazione di Io capitano è fissata per le 19 di un martedì di settembre, ma c’è una folla che non sfigurerebbe nei giorni sotto Natale. Scale mobili, sale giochi, vetrine illuminate e rimbombanti di musica, undici sale dotate di sistemi di proiezione all’avanguardia e comodissime poltrone. Gli addetti assicurano che lo sbigliettamento è tornato ai livelli pre-Covid, complici l’uscita di blockbuster come Barbie e Oppenheimer e un po’ anche la mancanza di una vera concorrenza nei dintorni. Anche Io capitano, specie dopo i premi ottenuti a Venezia (Leone d’argento per la regia a Garrone, premio Mastroianni per il miglior attore emergente a Seydou Sarr) sta andando bene, tanto più che si tratta di un film sottotitolato che parla di un tema difficile. Trend che rispecchia quello del resto d’Italia: nelle prime tre settimane Io capitano aveva incassato oltre un milione 400 mila euro e attirato più di 140 mila spettatori, e dallo scorso weekend le sale dove viene programmato sono salite da 250 a 350.
Un gruppo di ragazzi africani al Cinepolis di Marcianise prima della proiezione del film di Matteo Garrone (Luigi Narici/Agf)
Stasera al Cinepolis è tutto esaurito. Nell’atrio cominciano ad arrivare gli spettatori, salutandosi con calore e sventolando il prezioso biglietto. «Noi siamo i parenti di Mamadou» si presenta un signore italiano accompagnato da una ventina di persone. «Piacere, Antonio, sono lo zio della sua compagna». Dice che nei primi tempi la relazione aveva suscitato qualche preoccupazione in famiglia, ma che Mamadou è talmente un bravo ragazzo che i dubbi si sono subito dissipati. Aggiunge che il film, mostrando le terribili traversie sofferte dai migranti nel loro viaggio, potrà essere di ispirazione ai giovani italiani di oggi, «che non sanno più che cosa significa fare sacrifici».
Matteo Garrone, Mamadou Pli e gli attori di "Io capitano" alla presentazione casertana del film. Fotografia di Luigi Narici/Agf
Quando arriva assieme a Matteo Garrone e al cast, Mamadou è il più salutato e forse anche il più applaudito. Qui gioca in casa: indossa la maglietta del Movimento migranti e rifugiati di Caserta, l’associazione dove lavora come mediatore culturale e dove ha conosciuto Maria Rita. Tra il pubblico ci sono attivisti, simpatizzanti e una nutrita delegazione degli immigrati africani che nel corso degli anni il Movimento ha accompagnato nel loro percorso di inclusione. Durante la proiezione, mentre le immagini scorrono sullo schermo, qualcuno di loro si commuove fino alle lacrime, qualcuno esce dalla sala e si attarda un po’ al banco dei popcorn «perché tanto so già che cosa succede». Tutti, all’uscita, dicono di aver ritrovato nel film la propria storia, o quella di tanti amici: la partenza improvvisa, l’incubo del deserto, la prigionia libica con la richiesta di riscatto; e poi la traversata sui barchini strapieni, i guasti al motore, i compagni di viaggio schiacciati, feriti o annegati. Tutti ammettono che prima di partire avevano sentito parlare dei tremendi pericoli del viaggio, ma non ci avevano creduto fino in fondo: erano scuse degli adulti per trattenerli, pensavano, e poi loro, giovani e forti, ce l’avrebbero fatta. Tutti giurano che non lo rifarebbero mai, non così, anche se in Italia hanno trovato una casa, un lavoro, spesso anche moglie e figli.
Lettere da casa
Da sinistra, Domenica D'Amico, Federica Crovella, Mamadou Diaby e Mamadou Pli nel Centro sociale ex Canapificio di Caserta. Foto di Luigi Narici/Agf
Il giorno dopo, Mamadou e colleghi sono al lavoro nella sede casertana del Centro sociale ex Canapificio, l’associazione fondata nel 1995 che ha dato vita al Movimento migranti e rifugiati. I telefoni squillano con richieste di nuove proiezioni di Io capitano. Oggi è il giorno dello sportello legale («ma noi preferiamo parlare di sportello antirazzista» dice Federica Crovella, una delle attiviste): i consulenti del Movimento accolgono i migranti alle prese con la, per loro, ancor più complicata burocrazia italiana. Un altro sportello è aperto nella vicina Castel Volturno, storica zona di immigrazione dall’Africa subsahariana; si punta a inaugurarne un terzo ad Aversa, dove invece c’è una forte presenza bengalese. Nel pomeriggio la chiesa evangelica della grossa cittadina alle porte di Napoli ospiterà un’assemblea talmente affollata da far invidia a parecchi sindacati italiani.
Mamadou all'assemblea del Movimento migranti e rifugiati ad Aversa (Ce). Foto di Luigi Narici/Agf
Nelle pause del lavoro, Mamadou mostra ai colleghi lo schermo del telefonino. «Mi hanno scritto dal mio villaggio, chiedono quando potranno anche loro vedere il film. E mio padre mi ha mandato le foto delle lettere che mandavo dalla Libia: scongiuravo di dire a tutti di non partire». Per lui e per gli altri, Io capitano è importante per quello che mostra agli italiani, con una storia appassionante e un linguaggio da cinema popolare. Aggiungono che andrebbe proiettato anche nei Paesi africani di partenza, per scoraggiare quei viaggi infernali. Dunque è questo che ci vuole, più deterrenza? Messa così Meloni e Salvini (e con loro tutti i governi italiani ed europei del presente e del recente passato) sarebbero d’accordo. «Ma non saranno certo i blocchi navali, gli accordi con i dittatori africani o la minaccia di detenzione prolungata nei Cpr a fermare le stragi» insiste Mamadou. «Ci vogliono canali legali e sicuri per l’immigrazione. Scusate: ma perché un bianco può ottenere in un giorno un visto d’ingresso per qualsiasi Paese mentre da noi le ambasciate europee danno appuntamento a un anno di distanza anche a chi ha i documenti in ordine?». Per lui, e per tutti i migranti che ho incontrato, non è una domanda retorica.
Sul Venerdì del 29 settembre 2023