Moka Bialetti: l’omino compie 90 anni ma in realtà è una donna
di Simone MoscaIl progetto della caffettiera
Si sarebbe portati a considerarla un oggetto dalla forma ancestrale, una specie di statuina della grande madre lasciata dai primi abitanti di quella penisola a forma di stivale assieme agli spaghetti, al fuoco, al Lotto, alla ruota, alla Vespa. Degli italiani è espressione identitaria radicale, a tutto tondo, fosse soltanto per il suono che emette. Stando a un sondaggio dello scorso marzo effettuato dall’Unione Italiana Food, pare tra l’altro che l’inconfondibile rumore, lo sbuffo borbottante in crescendo, ascoltato al mattino stimoli in otto intervistati su dieci la produzione di serotonina, ispiri felicità. È anche un’empirica unità di misura nazionale, c’è chi ne beve con moderazione appena un quarto mettendo da parte il resto per il tiramisù, chi una intera in solitaria ormai al limite della dipendenza patologica.
E invece ha soltanto 90 anni la Moka Bialetti, geniale intuizione industriale esposta al MoMa a New York o in Triennale a Milano, seducente creatura d’alluminio che il c…
Si sarebbe portati a considerarla un oggetto dalla forma ancestrale, una specie di statuina della grande madre lasciata dai primi abitanti di quella penisola a forma di stivale assieme agli spaghetti, al fuoco, al Lotto, alla ruota, alla Vespa. Degli italiani è espressione identitaria radicale, a tutto tondo, fosse soltanto per il suono che emette. Stando a un sondaggio dello scorso marzo effettuato dall’Unione Italiana Food, pare tra l’altro che l’inconfondibile rumore, lo sbuffo borbottante in crescendo, ascoltato al mattino stimoli in otto intervistati su dieci la produzione di serotonina, ispiri felicità. È anche un’empirica unità di misura nazionale, c’è chi ne beve con moderazione appena un quarto mettendo da parte il resto per il tiramisù, chi una intera in solitaria ormai al limite della dipendenza patologica.
E invece ha soltanto 90 anni la Moka Bialetti, geniale intuizione industriale esposta al MoMa a New York o in Triennale a Milano, seducente creatura d’alluminio che il caffè, come rito domestico, l’ha inventato nel 1933. Risale ad allora il brevetto da soli quattro pezzi, della forma ottagonale escogitata per facilitarne la presa e svitare nel caso la macchina sia bagnata. Italiana la chiamano semplicemente negli altri Paesi latini che dalla Spagna al Portogallo sono cugini non solo linguistici ma anche d’arabica. L’immancabile mito fondativo è perlopiù noto. Alfonso Bialetti, nato nel 1888 in Piemonte a Montebuglio, frazione di Casale Conte Cerro, poco distante dal Lago d’Orta, era figlio di un ambulante, Luigi, venditore di timbri a fuoco. Dopo aver seguito a lungo il padre consumandosi le scarpe, ancora giovanissimo, Alfonso emigrò in Francia, dove da operaio fonditore imparò a dare del tu all’alluminio. Di ritorno in Italia aprì allora a Crusinallo (Omegna) una propria officina per la lavorazione del duttile metallo che andò a gonfie vele finché non si imbarcò in un pessimo affare decidendo di collaborare con un solo cliente, la Galloni di Borgomanero, alle prese con la realizzazione di un ciclomotore a basso costo. La “motocicletta del popolo” si rivelò un fiasco, la Galloni fallì e Bialetti cedette nel ‘27 tutto agli Alessi, celebre famiglia (e azienda) che sempre a Omegna (Verbano-Cusio-Ossola) avrebbe fatto la storia del design.
Comunque fu nel ‘33, narra appunto la leggenda, che un giorno Alfonso in cerca di idee osservò più attentamente del solito la moglie Ada fare il bucato utilizzando la lessiveuse, un secchione appoggiato sul fuoco con al centro un camino forato da cui l’acqua, mandata in ebollizione nella camera sottostante il secchio, usciva ricadendo sui panni sistemati all’interno del cilindro. Eureka. Si dice ancora – con gusto per la poesia – che la forma stessa della caffettiera alla fine sia davvero quella di una donna, ovviamente Ada, dalla larga gonna (l’ottagono) e con il braccio piantato sul fianco (il manico in bachelite).
In origine
Ne vennero prodotte circa settantamila l’anno fino al Dopoguerra, di macchine Bialetti, quando in azienda entrò anche Renato, figlio di Alfonso. A lui si deve il nome ufficiale, Moka Express. Moka come la città di Mokha nello Yemen, tra i maggiori produttori di caffè. Express come le macchine vere, da bar, ma portatili e fai da te, da tinello, a misura di boom. Nel ‘47 Renato diede inoltre il via alle esportazioni e si vide caricaturato dalla matita del disegnatore Paul Campani sublimandosi nel logo della Bialetti, nel celebre omino coi baffi che a stretto giro, un Carosello alla volta, avrebbe stravolto l’ordine delle vendite.
Dalle migliaia ai milioni, anno dopo anno, così tanti che nessuno lo sa. «Centinaia di milioni sicuramente, trecento, quattrocento forse, ma una cifra esatta non l’abbiamo neppure noi» ammette Marzio Buttarelli, direttore marketing e strategie globali di Bialetti Industrie, azienda quotata in Borsa nata dalla fusione nel ‘98 tra Bialetti (ceduta già nel 1986 a Faema, che l’ha venduta a sua volta nel ‘93) e la Rondine Italia di Coccaglia, Brescia, dove oggi nascono le Moka immutabili. «Ne escono ancora tantissime, quasi cinque milioni l’anno che vanno a sostituire o affiancare le vecchie. La stima è che nel 90 per cento delle case ci sia già almeno una Bialetti, la realtà è che la maggior parte delle famiglie ne possiede oltre due, banalmente per una questione di taglie».
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) I primi 80 anni della moka
Omegna festeggia Bialetti ]]
Griffe e aroma
Tazzina singola o da otto, il mercato imbattibile resta quello tricolore. «Non ce n’è un altro paragonabile, si avvicina solo, ma da lontano, la Spagna. Questo non significa che non si venda bene anche in Francia, Germania, persino negli Stati Uniti o in Inghilterra. I gusti d’altronde non è vero che non cambiano mai». Il gusto è stato in parte riscritto a partire dai primi 2000, quando Nespresso ha rivoluzionato il mercato con le capsule. «Mercato di cui ha avuto a lungo il monopolio e allora ci siamo trovati di fronte a un bivio. Scegliendo nel 2010 di entrare nel settore anche noi con i Caffè d’Italia, un sistema di capsule che ha inaugurato l’attività di torrefazione».
De gustibus
A Milano piace la miscela più morbida, a base di arabica, a Roma il caffè si fa più scuro, a Napoli ma soprattutto a Palermo è nero pece. «Innovare in un settore che incarna la tradizione stessa è una grande sfida, ma non dimentichiamo che la stessa Moka ha soppiantato la napoletana. Una nuova tendenza sono le miscele aromatizzate, per esempio alla vaniglia o al cacao. Il futuro potrebbe vedere l’ingresso di miscele lavorate in termini nutrizionali con l’aggiunta per esempio di vitamine». È un eccitante per vocazione il caffè, anche se purtroppo una materia sempre più preziosa che potrebbe raggiungere prezzi da spavento. L’inflazione e i cambiamenti climatici rendono infatti sempre più costosa la produzione e di conseguenza il costo al dettaglio.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Il potere della moka
]]
«Difficile fare previsioni, anche perché in questi anni, spinti dalla pandemia e dalle ritrovate abitudini domestiche, abbiamo registrato una forte crescita. Inoltre noi puntiamo, dal punto di vista della torrefazione, sui clienti premium. Così come alla crescita di mercati dal potenziale enorme, a partire dalla Cina».
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Il potere della moka
]]
Chi ci mette la faccia
Cambiano i gusti e cambia anche la comunicazione. Il testimonial è dal 2021 Luca Argentero, più che un omino coi baffi è un Clooney autarchico con barbetta brizzolata. Inoltre sulla Moka si esercitano da tempo designer e stilisti con cui nascono edizioni limitate. L’ultima, del novembre 2022 in vista del compleanno, l’avevano firmata Dolce & Gabbana all’insegna del carretto siciliano. Bella, ma la verità purtroppo è che la perfezione basta a se stessa. È come mettere le braccia alla Venere di Milo, fare i baffi alla Gioconda, mettere l’ananas sulla pizza, ma anche pressare troppo il caffè nel filtro pensando di farcene stare di più e poi scoprire che così si brucia.
