Nella bottega umbra dove nascono le lapidi di Lampedusa
dalla nostra inviata Alessandra ZinitiUMBERTIDE (Perugia). Il mare “spinato”, che uccide, segno del genocidio. Le piume, simbolo della libertà, con le date dei naufragi passati ma anche pronte per quelli che verranno. Le barchette dai colori accesi che troppo spesso si trasformano in sudario. È qui, sul pavimento di un piccolo laboratorio di ceramica in Umbria, che nasce il Monumento al martire ignoto: nel decimo anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013 – a poche miglia dal porto 368 migranti morirono annegati – troverà la sua collocazione nel cimitero di Lampedusa.
Niente nomi, niente fotografie dei volti: chi lavora a Umbertide esige l’anonimato, «apparire per noi non ha senso». Si sentono “custodi della memoria” e così vogliono essere chiamati, mentre raccontano le storie dietro ogni lapide, qualcuna in lavorazione, molte già sistemate nel cimitero “in collera” di Lampedusa, dove gli abitanti hanno voluto – a…
UMBERTIDE (Perugia). Il mare “spinato”, che uccide, segno del genocidio. Le piume, simbolo della libertà, con le date dei naufragi passati ma anche pronte per quelli che verranno. Le barchette dai colori accesi che troppo spesso si trasformano in sudario. È qui, sul pavimento di un piccolo laboratorio di ceramica in Umbria, che nasce il Monumento al martire ignoto: nel decimo anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013 – a poche miglia dal porto 368 migranti morirono annegati – troverà la sua collocazione nel cimitero di Lampedusa.
Niente nomi, niente fotografie dei volti: chi lavora a Umbertide esige l’anonimato, «apparire per noi non ha senso». Si sentono “custodi della memoria” e così vogliono essere chiamati, mentre raccontano le storie dietro ogni lapide, qualcuna in lavorazione, molte già sistemate nel cimitero “in collera” di Lampedusa, dove gli abitanti hanno voluto – accanto ai propri cari – bambini, donne, uomini che erano partiti inseguendo un sogno.Tanti sono sepolti nella cappelletta, quelli che si sono addormentati in silenzio asfissiati nelle stive dei barconi e quelli caduti in mare e rimasti intrappolati sotto le chiglie.
La prima lapide-installazione è quella di Yusuf Ali Kanneh, un bimbo di pochi anni scivolato dalle mani della mamma sul bordo di un gommone partito dalla Libia. Una data, 26 aprile 2020, le onde del mar Mediterraneo con il filo spinato, la piuma della libertà che emerge.
Poi c’è Eze Chidi, o Ezequiel, nessuno lo saprà mai, e allora tutti e due i nomi riportati dai suoi compagni di viaggio sono stati incisi sulla lastra di marmo che, di nuovo con una grande piuma avvolta dal filo spinato, racconta la storia di un giovane nigeriano ritrovato senza vita in un’imbarcazione a bordo della quale tentava di raggiungere l’Europa. “All’alba del 21 gennaio 2009” – questa la storia che si legge sulla lapide, ricostruita grazie alle voci degli uomini e delle donne che a Lampedusa hanno anche fatto assistenza agli sbarchi per anni – “una barca giunge al molo di Cala Pisana. A bordo, 53 migranti stremati e il corpo senza vita di un giovane di circa 30 anni di probabile origine subsahariana. Qui riposa”.
Le uniche cose certe di queste storie sono le date di morte. Il 16 aprile 2009 è quella di Ester Ada, giovane donna nigeriana: il corpo in decomposizione coperto solo da un lenzuolo era rimasto esposto per giorni al sole sul ponte del mercantile Pinar, diretto in Tunisia e ritrovatosi a soccorrere un barcone di migranti. Uno dei primi casi in cui il governo italiano si rifiutò per giorni di far entrare in porto la nave, un modus operandi che molti anni dopo è diventata la norma. Di Ester Ada, 18 anni appena, la lapide dice: “Per 4 interminabili giorni la Pinar rimase a 28 miglia a sud di Lampedusa bloccata da un assurdo braccio di ferro tra governo maltese e governo italiano che si rifiutano di accogliere il mercantile”.
C’è anche il fuoco insieme al bel volto di una giovane donna sulla lapide che ricorda Welela. «Era una ragazzina rinchiusa in un lager libico, un giorno viene investita dalla fiammata di una bombola del gas ma invece di portarla in ospedale, con il corpo all’80 per cento ricoperto dalle ustioni, la mettono su una barca» ci spiegano. «A Lampedusa arriva morta, avvolta in un sacco nero. Sono stati i suoi compagni di viaggio a dirci che si chiamava Welela. È stata sepolta in una tomba concessa da una donna di Lampedusa: “Lei è più giovane di me”, ha detto, “ma purtroppo ne ha avuto bisogno prima”».
Come un palcoscenico
È un lavoro, quello del laboratorio di Umbertide, che serve anche a ribaltare una narrazione malata del fenomeno migratorio: «Da anni ormai Lampedusa è diventata un grande set cinematografico» osservano ancora i “custodi della memoria”, alcuni dei quali conoscono benissimo l’isola e le sue storie.
«Dal palcoscenico del molo Favaloro, dove approdano le barche dei migranti, o le motovedette che li soccorrono, i media costruiscono la retorica dell’emergenza, come se l’emergenza fossero solo i vivi rinchiusi nell’hotspot e non i morti nei naufragi. Il cimitero ribalta quel set della frontiera e offre un’altra prospettiva che crea vicinanza e umanità».
Chi a Lampedusa si reca al cimitero troverà sempre un “custode della memoria” pronto a guidarlo. «Di fronte alla sistematica degradazione della dignità dei migranti morti in mare» ci spiega uno di loro «abbiamo cercato di costruire uno spazio di difesa del ricordo. È un lavoro a strati, realizzato a più mani e “attraversamenti” da parte di persone che hanno sentito la necessità, in termini collettivi e lontano dalle celebrazioni istituzionali, di lavorare su quel luogo.
Cimitero di mare e terra dove non c’è una separazione tra le lapidi dei lampedusani e dei migranti. Ricordare i propri simili, recuperarne il Dna, dare a tutti degna sepoltura, rammemorare le loro storie anche se non si conoscono direttamente i defunti: è un atto di amore verso l’umanità». E poi: «Abbiamo dovuto pensare non solo a chi è morto ma anche a chi morirà in questo mare domani, a chi finirà tra le onde assieme a quelli senza nome e memoria scomparsi per sempre. Di loro, nel migliore dei casi, avremo un corpo con un nome mentre a migliaia cadranno nell’oblìo».
Genocidio dell’indifferenza, così lo chiamano: pesa sulle coscienze dei governi occidentali che da anni respingono, invece di soccorrere, cingendo con un mare pieno di invisibile filo spinato la frontiera di un’Europa sempre più chiusa. Quasi un sacrario quello delle lapidi di Lampedusa, sulle quali un giorno – dicono i “custodi” di Umbertide – «qualcuno dovrà inginocchiarsi per chiedere quel perdono che non spetta a noi concedere. A noi spetta tenere viva la richiesta di giustizia davanti alla storia».
Sul Venerdì del 29 settembre 2023